Capitolo 3

2228 Words
Capitolo 3 Una grande giornata Il lunedì mattino in classe andò male, peggio ancora che il sabato. Camus, costretto da papà Simon a ripetere, alla lezione di educazione civica, quel che gli era stato propinato due giorni prima sul ‘cittadino’, si attirò invettive non certo piacevoli. Niente voleva uscire dalle sue labbra, e il volto esprimeva un travaglio di gestazione intellettuale spaventosamente doloroso; come se avesse il cervello paralizzato. “Cittadino! cittadino!” pensavano gli altri non meno intontiti. “Cosa mai può essere questa stupidata?” «Io, signore!» fece La Crique facendo schioccare l’indice e il medio contro il pollice. «No, non tu!» e, rivolgendosi a Camus, ancora in piedi, con la testa che gli ciondolava e gli occhi smarriti: «Sicché non sai che cosa sia un cittadino?» «?...» «Stasera vi affibbio a tutti un’ora di consegna!» Brividi di gelo percorsero tutte le schiene. «Ma insomma, tu sei un cittadino?» domandò il maestro che voleva a ogni costo una risposta. «Sissignore!» rispose Camus, ricordandosi di aver assistito con suo padre a una riunione elettorale nel corso della quale il signor marchese, il deputato, offriva da bere ai suoi elettori e stringeva loro la mano, e ricordando anche di avergli sentito dire a suo padre: «È suo figlio, questo cittadino? Ha una faccia intelligente.» «Sicché tu saresti un cittadino? Tu!» tuonò l’altro, paonazzo dall’ira. «Ah, sei proprio un bel cittadino! Un cittadino esemplare!» «Nossignore,» disse Camus che, in fondo, non teneva poi molto a questo titolo.» «E perché non sei un cittadino?» «?...» «Digli,» borbottò tra i denti La Crique, che si era un po’ stufato, «che è perché non ci hai ancora la barbetta da capra come lui!» «Cosa stai dicendo, La Crique?» «Io... io dico che... che...» «Che cosa?» «Che è perché è troppo giovane.» «Oh, finalmente. E allora, ci siete arrivati?» C’erano arrivati. La risposta di La Crique esercitò sul campo inaridito della loro memoria il benefico effetto di una rugiada; brandelli di frasi, frammenti di requisiti, rottami di cittadino si raccomodavano e si rinsaldavano a poco a poco, e persino Camus, un po’ meno sbalordito e tuttora intento a ringraziare calorosamente con tutta la sua persona il salvatore La Crique, contribuì a ricostruire la figura del cittadino. Insomma, l’avevano scampata bella. Ma quando si arrivò alla correzione del compito sul sistema metrico, non ci fu più niente da ridere. Due giorni prima, preoccupati come erano, avevano dimenticato, copiando, di cambiare qualche parola e di fare quel numero di errori d’ortografia corrispondenti press’a poco alla loro rispettiva competenza in materia, che veniva matematicamente soppesata nei dettati bisettimanali. Avevano solo saltato qualche parola, messo delle maiuscole dove non ci volevano e sparso i segni di punteggiatura senza minimamente badare che avessero un qualche significato. Particolarmente deplorevole era l’esercizio di Lebrac che risentiva evidentemente delle sue gravi preoccupazioni di capo. Fu dunque lui che venne chiamato alla lavagna da papà Simon, nuovamente paonazzo di collera, con gli occhi che gli luccicavano dietro gli occhiali come le pupille di un gatto nella notte. Lebrac, come del resto tutti i suoi compagni, era stato riconosciuto colpevole d’aver copiato: era evidente, non c’era il minimo dubbio per nessuno, sarebbe stato del tutto inutile negare; ma si voleva sapere se per lo meno aveva saputo trarre qualche frutto da questa impresa considerata assolutamente illegale da tutti i teorici della pedagogia moderna. «Che cos’è il metro, Lebrac?» «?...» «Che cos’è il sistema metrico?» «?...» «Come si è ottenuta la lunghezza del metro?» «Ehm!» Troppo lontano da La Crique, Lebrac, con le orecchie tese e la fronte spaventosamente corrugata, sudava sangue e acqua per richiamare alla mente qualche vaga nozione che avesse a che vedere con la faccenda. Infine si ricordò confusamente, molto confusamente, due nomi propri, Delambre e La Condamine, famosi misuratori di frammenti di meridiano. Ma purtroppo, nella sua mente, i due nomi si erano deplorevolmente confusi. Azzardò pertanto, con tutta l’esitazione di rigore in un momento così grave: «È stato... è stato Bambon... si, Bambon!» «Eh? Chi? Come?» fece papà Simon al colmo dell’ira. «Adesso ti metti anche a insultare gli scienziati? Hai proprio una bella faccia tosta; ti faccio i miei complimenti, ragazzo mio!» «E sì,» aggiunse per dare il colpo di grazia a quello sciagurato, «e sì che tuo padre mi aveva raccomandato di tenerti d’occhio!» «A casa a quanto pare non ti considerano un grande stinco di santo; invece di pensare a sgranchirti il cervello te ne stai sempre in giro a fare lo scioperato, il vagabondo, il mascalzone.» «Ebbene, ragazzo mio, se alle undici non saprai ripetermi tutto ciò che adesso tornerò a dire per te e per i tuoi compagni, che non valgono certo molto di più, t’avverto che, tanto per cominciare, vi terrò dentro tutte le sere dalle quattro alle sei, finché non vi deciderete a rigar dritto. Capito?» Se su quell’assemblea si fosse abbattuto il fulmine di Giove, non avrebbe provocato uno sbigottimento più grande. Tutti rimasero annientati dalla spaventosa minaccia. Così Lebrac e gli altri, dal più grande al più piccolo, ascoltarono quel giorno con estrema attenzione le parole del maestro che spiegava irosamente gli inconvenienti degli antichi sistemi di pesi e misure e la necessità di un sistema unico. Il pomeriggio fu più sereno. Avevano imparato la storia dei Galli, guerrieri formidabili che ammiravano assai. Così né Lebrac, né Camus, né nessun altro venne trattenuto a scuola dopo le quattro, poiché ciascuno, e specialmente il capo, aveva fatto sforzi sovrumani per accontentare quel vecchio salsiccione di papà Simon. E adesso gliela faremo vedere! Tintin, con i suoi cinque guerrieri, che a mezzogiorno avevano preso la saggia precauzione di ficcarsi in tasca la merenda, partirono per primi mentre gli altri andavano a prendersi il loro pezzo di pane, e quando, davanti al nemico puntuale all’appuntamento, risonò il grido di guerra dei Longeverne: «Al muro i Velrans!» si erano già abilmente e comodamente nascosti ed erano pronti a tutte le insidie della lotta a corpo a corpo. Avevano le tasche gonfie di sassi; alcuni ne avevano persino riempito il berretto o il fazzoletto; i frombolieri controllavano con attenzione i nodi della loro arma, mentre quasi tutti i grandi erano armati di randelli spinosi o di nodose lance di nocciolo levigate alla fiamma e con le punte indurite; e qualcuna di queste armi era stata abbellita da graziosi disegni ottenuti facendone saltar via la corteccia: anelli bianchi e anelli verdi, alternandosi, costituivano come delle screziature di zebra o dei tatuaggi di n***o; una roba solida e bella, diceva Boulot, il cui senso estetico era forse meno acuto della punta della sua lancia. Dopo che le avanguardie ebbero preso contatto con bordate di reciproche ingiurie e un congruo scambio di sassi, si affrontò il grosso dei due eserciti. Lontani sì e no una cinquantina di metri l’uno dall’altro, schierati in ordine sparso e pronti a nascondersi all’occorrenza dietro i cespugli, o a saltare a destra e a sinistra per schivare i proiettili, gli avversari si sfidavano, s’ingiuriavano, s’invitavano ad avvicinarsi, si trattavano da vigliacchi e da fifoni, si crivellavano di sassi, e poi ricominciavano da capo. Ma non c’era molto ordine; quando i Velrans parevano aver la meglio, i Longeverne all’improvviso, con un’audace manovra, riprendevano il sopravvento e avanzavano agitando i bastoni, salvo fermarsi subito dopo davanti a una gragnola di pietre. Comunque un Velrans, colpito alla caviglia da un sasso, era rientrato nel bosco zoppicando, mentre dalla parte dei Longeverne, Camus, appollaiato sulla solita quercia dove maneggiava la fionda con la destrezza di una scimmia, non era riuscito a evitare il proiettile di un Velrans - Touegueule, credeva lui - che lo aveva colpito alla testa insanguinandolo tutto. Aveva persino dovuto scendere e farsi dare un fazzoletto per bendare la ferita, e intanto l’esito della battaglia continuava a essere incerto. Grangibus, comunque, voleva assolutamente sfruttare l’appostamento di Tintin e, diceva, ‘brancarne almeno uno’. Per questo, comunicato a Lebrac il suo progetto, finse di sgattaiolare tutto solo verso il cespuglio dove Tintin si era nascosto, come se intendesse aggredire il nemico sul fianco, facendo nello stesso tempo il possibile perché qualche guerriero di Velrans si accorgesse della manovra, senza però lasciar capire che sapeva di esser visto. Si diresse dunque, un po’ strisciando e un po’ camminando carponi, verso la parte sopraelevata, e ridacchiò tra sé quando scorse Migue la Luna e altri due Velrans che complottavano per assalirlo, sicuri della forza del numero contro un nemico isolato. Continuò così ad avanzare imprudentemente, mentre i tre strisciavano verso di lui. Intanto Lebrac sferrava un attacco vigoroso per distrarre il grosso dell’esercito nemico, e Tintin, che dal suo cespuglio vedeva tutto, preparava i suoi uomini all’azione. «A momenti ci siamo, ragazzi! Attenti!» Grangibus era a circa sei passi dal loro riparo, dalla parte di Velrans, quando d’improvviso sbucarono dagli arbusti i tre nemici e si gettarono a inseguirlo furiosamente. Come se il loro intervento lo avesse sorpreso, il Longeverne allora voltò su se stesso e batté in ritirata, senza troppa fretta però, in modo che gli altri credessero di guadagnare terreno e di poter prima o poi raggiungerlo. Subito dopo ripassò davanti al cespuglio di Tintin, incalzato da presso da Migue la Luna e dai suoi accoliti. Allora Tintin, dato il segnale d’attacco, balzò d’improvviso allo scoperto con gli altri cinque guerrieri, tagliando praticamente la ritirata ai Velrans e lanciando urla spaventose. «Tutti addosso a Migue la Luna!» aveva detto. Il piano non faceva una grinza. I tre nemici, paralizzati da questo inatteso colpo di scena, si fermarono di botto e poi si preoccuparono soltanto di rientrare alla base, e due, come aveva previsto Tintin, riuscirono effettivamente a cavarsela. Ma Migue la Luna venne acchiappato da sei paia di grinfie e condotto, sollevato di peso come un pacco, nel campo dei Longeverne, tra le acclamazioni e le grida bellicose dei vincitori. Nell’esercito di Velrans, intanto, regnava lo scompiglio: i tarlucconi battevano in ritirata verso il bosco mentre i Longeverne, uniti in cerchio intorno al prigioniero, celebravano strillando la loro vittoria. Migue la Luna, circondato da una quadruplice siepe di guardiani, si dibatteva appena, oppresso dal peso del fato. «Sicché, amico mio, ‘ci siamo fatti brancare’ eh?» disse in tono sinistro il grande Lebrac. «Beh, adesso vedrai quel che ti capita!» «Euh! Euh! Euh! Non fatemi del male!» balbettò Migue la Luna. «Già, così potrai di nuovo trattarci da carogne e da smidollati.» «Non sono stato io! Oh, Dio, cosa volete farmi?» «Portate qui il coltello,» ordinò Lebrac. «Oh, mamma, mamma, cosa volete tagliarmi?» «Le orecchie,» urlò Tintin. «E il naso,» aggiunse Camus. «E ‘i diti’ dei piedi,» incalzò La Crique. «Non fatemi del male, se no ce lo dico alla mia mamma,» piagnucolò il prigioniero. «Me ne stropiccio sia di tua madre che del papà,» ribatté cinicamente Lebrac. «E al signor parroco,» aggiunse Migue la Luna, terrorizzato. «Ti ripeto che me ne infischio mille volte!» «E al maestro,» disse ancora quello, sbattendo più che mai le palpebre. «Può andare a farsi friggere!» «Ah, minacci, per giunta! Ci mancava solo questo. Adesso vedrai, carognetta. Passami lo strumento.» E col coltellino in mano, Lebrac s’accostò alla sua vittima. Dapprima gli fece semplicemente scorrere il dorso dell’arma sulle orecchie, mentre Migue la Luna che, sentendo il freddo del metallo, incominciava a credere che fosse veramente arrivata la sua ultima ora, si metteva a singhiozzare e a strillare; poi, soddisfatto, interruppe questo esercizio e si sentì in dovere di conciargli i vestiti secondo le regole. Incominciò dalla giubba: strappò le fibbie metalliche del colletto, tagliò via i bottoni delle maniche nonché quelli davanti e spaccò tutti gli occhielli, dopo di che Camus portò via l’indumento ormai inutile; la stessa sorte toccò ai bottoni e agli occhielli del golf, e ad essa non sfuggirono neppure le bretelle. Liquidato il golf, fu poi la volta della camicia: dal colletto allo sparato e alle maniche, non ci fu bottone o asola che riuscì a cavarsela; infine dovettero pagare lo scotto anche i pantaloni, con particolare riguardo per la bottoniera, le fibbie, le tasche, i bottoni e gli occhielli, mentre venivano confiscate le giarrettiere d’elastico che tenevan su le calze e tagliati in mille pezzi i lacci delle scarpe. «Non ce le ha mica le mutande,» riprese Lebrac verificando l’interno dei calzoni che precipitavano irresistibilmente verso i polpacci. «E adesso, fuori dai piedi!» Così disse e, come un onesto giurato che, senza odio e senza paura, obbedisce esclusivamente ai dettami della propria coscienza, si limitò a liquidarlo con una solida e vigorosa pedata nel punto dove la schiena smette di chiamarsi schiena. Non c’era più un capo del vestiario di Migue la Luna che stesse ancora su e il ragazzo, piccolo e meschinello, piangeva disperatamente fra tutti quei nemici che lo schernivano a pieni polmoni. «Vieni adesso a brancarmi!» invitò Grangibus in tono beffardo, mentre l’altro, rimessosi il golf che non s’abbottonava più e la giubba che penzolava come un cencio, cercava inutilmente di raccogliere entro i pantaloni le falde della sua squarciata camicia. «E va’ a sentire cosa ti dirà tua madre,» concluse Camus, rigirando il coltello nella ferita. Lentamente, al calar della sera, strascicando i piedi nelle scarpe divenute ormai troppo larghe, Migue la Luna, piangendo, gemendo e singhiozzando, raggiunse nel bosco i suoi compagni che lo attendevano con ansia, che gli si fecero intorno, che gli diedero aiuto e soccorso per quanto era in loro potere. E laggiù, a levante, dove il loro gruppo era a stento individuabile nel crepuscolo, risuonavano le urla di trionfo e gli insulti beffardi dei Longeverne vittoriosi. Infine Lebrac riassunse la situazione: «Sicché li abbiamo stangati. Così imparano, quei crucchi!» Poi, visto che non si vedevano novità sul margine della foresta e che la vittoria era ormai definitiva e indiscussa, discesero il terreno comunale della Saute sino alla cava di Pepiot. E di lì, in file di sei, tenendosi sotto braccio, con Lebrac da un lato che agitava il bastone e Camus in testa a brandire sulla punta della lancia a mo’ di vessillo il fazzoletto rosso di sangue, partirono agli ordini del capo per Longeverne, pestando i tacchi, ritmando il passo, e cantando con tutto il fiato che avevano: La victoire en chantant nous ouvre la barrière la liberté guide nos pas et du Nord au Midi la trompette guerrière a sonné l’ heure des combats... (“La vittoria cantando ci apre la barriera, la libertà guida i nostri passi e la tromba della guerra dal Nord al Mezzogiorno ha suonato l’ora delle battaglie.”)
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