Studio Bonetti, piazza Zavattari, primo piano di una palazzina anni SessantaL’architetto Mirella Bonetti, amica e coinquilina di Anita, discuteva con un cliente: un signore distinto sulla cinquantina, in giacca e cravatta. Si trovavano nella piccola sala riunioni dello studio di architettura che Mirella gestiva con un socio, Domenico Belotti detto “il Mimmo”, e uno zio ingegnere strutturista, che però non c’era quasi mai in quanto piuttosto anziano e dedito, sempre più spesso, alle gite fuori porta o a stazionare nella casa al mare. Nell’aria c’era un odore di carta da lucido, inchiostro del plotter e quaderni nuovi.
Non era un ufficio molto grande, in compenso era ripieno di campioni, cornici di gesso, rubinetti, frammenti di intonaco su pezzi di legno, piastrelle, riviste di architettura, oltre a una serie di cose di cui, ai più, era completamente sconosciuto l’utilizzo. Anita quando si trovava a passare dallo studio dell’amica, si chiedeva come diavolo facessero, lì dentro, a ritrovare sempre tutto, in quel casino. Cosa che accadeva, peraltro, puntualmente.
Due stanze ricavate nell’appartamento dello zio, con ingresso dedicato, un ufficio-riunioni, un piccolo bagno e un locale più grande con tecnigrafi, computer e librerie che contenevano i faldoni dei progetti, i settimanali di settore e materiale vario: questo era lo studio di architettura Bonetti & Soci.
In quel preciso momento i soci erano assenti, Mirella sedeva su una poltrona girevole dietro alla scrivania e scuoteva la testa visibilmente alterata. Davanti a lei, posati sul tavolo, schizzi a colori con pretese tridimensionali, piuttosto infantili.
Li indicò agitando l’indice della mano destra, poi sollevò lo sguardo.
– Ma si rende conto, una edicola funeraria del genere nel duemila-e-sette? Una roba a dir poco barocca, forse nel milleseicento… ecco.
Sollevò le spalle e aprì le braccia in segno di resa, utilizzando un atteggiamento opposto a quanto stava per dire, forse per mitigare, con il non verbale, il deciso diniego:
– Guardi, io non credo di essere in grado di progettarle una cosa del genere, anzi le dirò, dottor Gozzi, potrei anche, ma mi rifiuto categoricamente.
“Ma perché poi vengono dagli architetti se vogliono farsi i disegni da soli, per giunta orripilanti?”
Non lo disse ma espresse con lo sguardo quel pensiero e fu uno sguardo così convincente che il cliente, il dottor Augusto Gozzi, capitolò riprendendosi gli schizzi che aveva sottoposto all’architetto Bonetti, sostò pensieroso un istante poi sembrò cedere su tutta la linea.
– Va bene, architetto, facciamo come dice lei, mi presenti un bozzetto e io lo mostro ai miei fratelli. Se la cappella di famiglia sarà di loro gradimento, le commissionerò i definitivi. In caso contrario, ci rivolgeremo altrove. Capisco che lei voglia progettarci qualcosa al passo con i tempi, anzi, io sarei anche d’accordo, purtroppo mia sorella Eugenia adora le cose antiche, di moderno non vuole sentir parlare.
– Ok, vedrà che resterà soddisfatto dei nostri layout. In ogni caso, date le dimensioni del lotto in concessione, direi che non sarà una cappella gentilizia ma una edicola funeraria.
– Scusi l’ignoranza, ma che differenza c’è?
– Beh, la cappella di solito è di dimensioni maggiori ed è concepita come fosse una piccola chiesa, con tanto di altare per le funzioni.
– Per carità, no, va bene l’edicola, non esageriamo che se no sforiamo il budget.
Il dottor Gozzi era uomo attento alla pecunia.
Mirella incassò l’idea che questo cliente voleva un progetto e una realizzazione a buon mercato. Arrotolò con le dita una ciocca di capelli, gesto che in lei evidenziava un certo nervosismo, ma il dottor Gozzi non se ne accorse. Mirella continuò a esaminare il lato estetico:
– E… guardi, caso mai volesse rivolgersi altrove, aggiungo che sarà difficile trovare un collega che si metta a progettare un finto antico. Calcò sulla parola finto per rendere meglio il concetto.
– No, no, per carità – intervenne l’uomo mostrando i palmi – facciamo come dice lei!
Mirella proseguì:
– Quando le ho mostrato i progetti che abbiamo realizzato in questi anni mi pare sia rimasto positivamente colpito. Aveva l’aria di approvare.
L’architetto Bonetti fece un mezzo giro sulla poltrona indicando alcune foto di un paio tra cappelle ed edicole funerarie appese su un pannello di sughero alle sue spalle, oltre alle immagini di una villa e i rendering molto colorati e verosimili che rappresentavano stand fieristici visti da diverse angolazioni.
– Sì, ma certo. Vede, non deve convincere me, purtroppo mia sorella…
– Vedrà che convinceremo anche sua sorella. Lo studio Bonetti vanta uno stile moderno ma sobrio, non siamo certo dei geni del decostruttivismo come Frank Owen Gehry.
Dallo sguardo acquoso che ottenne in risposta, Mirella ebbe la chiara sensazione che quello lì del Guggenheim di Bilbao o della Casa Danzante di Praga non avesse contezza alcuna.
Evitò dunque di aggiungere “purtroppo” alla frase in cui asseriva di non essere paragonabile al grande architetto canadese.
Il dottor Gozzi si alzò tendendo la mano verso Mirella, guardò il Rolex che portava al polso sinistro, sul polsino della camicia.
– Devo scappare, mi avvisa lei quando sono pronti gli schizzi?
– Certo, dottore, mi faccio viva io col progetto preliminare. Le chiamo un taxi?