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Il Virginiano

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Blurb

Il Virginiano è un giovane lavorante al ranch del giudice Henry, in Wyoming. Sulle prime, quando va a prendere il narratore alla stazione di Medicine Bow, sembra solo un cow-boy come tanti, alto, forte, incline agli scherzi.L’arrivo in una vicina cittadina della giovane maestra Molly Wood sarà la spinta a cambiare. Mentre diventa sovrintendente del ranch, cerca di conquistare il cuore di Molly, che non è abituata al selvaggio West e intende respingere a tutti i costi il Virginiano.Ma quando il cow-boy rischierà la vita in un agguato, e poi dovrà fronteggiare il suo nemico giurato Trampas in un’ultima sfida, la giovane si troverà davanti a una scelta di vita.Trasposto più volte sul grande schermo, Il Virginiano è considerato il capostipite del genere western.

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Appare l'uomo
Appare l'uomoQualcosa attraeva l’attenzione dei passeggeri, uomini e donne, perciò mi alzai, attraversai lo scompartimento e mi affacciai al finestrino: accanto ai binari sorgeva una palizzata. Tutto intorno, c’erano uomini che ridevano e dentro, in una nuvola di polvere, cavalli che s’impennavano, sgroppavano e scalciavano. Uno di questi cavalli aveva deciso di non lasciarsi prendere. Avevamo il tempo di osservare con comodo lo spettacolo nel corral perché il nostro treno faceva rifornimento d’acqua al serbatoio, prima di raggiungere la stazione di Medicine Bow. Eravamo anche in ritardo di sei ore e molto annoiati, desiderosi di una qualsiasi distrazione. Il pony nel corral era astuto e agilissimo, sorvegliava il suo antagonista con occhio attento, chiunque fosse. L’uomo fingeva di guardare il cielo o di parlare animatamente con un compagno, ma il pony non si lasciava ingannare, era decisamente un dritto. Non perdeva d’occhio il suo nemico, con una strana espressione che rendeva lo spettacolo divertentissimo. Poi la fune arrivava dall’alto, ma il cavallo era già in un altro punto del corral. A volte faceva un giro da solo, poi si infilava velocissimo nel gruppo e tutti insieme, come un banco di pesci scherzosi, partivano al galoppo, in una nuvola di polvere accompagnati dalle divertite imprecazioni dei cow-boy. Uno degli uomini che stava seduto sulla palizzata del corral balzò a terra coi movimenti ondulanti di una tigre, agile e disinvolto, come se i muscoli gli scorressero sotto la pelle. Avevo visto gli altri roteare la fune, alcuni all’altezza della spalla, ma non vidi il suo braccio sollevarsi o muoversi, forse teneva la fune in basso, contro la gamba, poi, come un serpente, il cappio volò in aria e raggiunse il bersaglio. Il nostro treno si mise lentamente in moto e uno dei passeggeri osservò: «Quell’uomo sa il fatto suo». Dovevo scendere a Medicine Bow: poco dopo salutai i miei compagni di viaggio e scesi, straniero nella Terra del Bestiame, e meno di dieci minuti dopo ebbi una notizia che mi fece sentire ancora più straniero. Il mio bagaglio era andato perduto, non si trovava a bordo del treno e probabilmente andava alla deriva chissà dove, lungo i tremila chilometri che avevo percorso. L’uomo del bagagliaio mi disse che spesso i passeggeri si perdevano per la strada, ma alla fine i loro bauli riuscivano a ritrovarli. Dopo avermi così rassicurato, si dedicò fischiettando alle sue faccende e mi piantò in asso tra casse e scatoloni, col mio inutile scontrino in mano, furente e smarrito. Guardai il cielo e la pianura, ma non vidi l’antilope balzare tra i cespugli di sage-brush né la grandiosa luce del tramonto del Wyoming. L’irritazione mi rendeva indifferente a tutto, pensavo soltanto al baule scomparso e stavo borbottando a mezza voce: «Che razza di buco è questo!» quando all’improvviso, dall’esterno, sentii dire con voce strascicata: «Vai via a sposarti di nuovo? Oh non farlo!» La voce era dolce, dall’accento del sud. Un’altra rispose subito, roca e querula: «Macché di nuovo. Chi dice che è di nuovo? E poi chi te lo ha detto, insomma?» E la prima voce rispose dolcemente: «Ma il vestito della domenica, zio Hughey. Grida nozze a gran voce». «Non scocciarmi!», strillò zio Hughey furente. E l’altra continuò nello stesso tono: «E i guanti non sono gli stessi che portavi per l’ultimo matrimonio?» «Smettila di scocciarmi! Smettila di scocciarmi!», urlò zio Hughey. Avevo bell’e dimenticato il baule; vedevo il tramonto e desideravo ascoltare quei due che parlavano in un modo che mi era completamente nuovo. Andai alla porta e guardai fuori. Appoggiato al muro, c’era un giovane gigante, snello, bello da non dirsi, col grande cappello spinto all’indietro, un fazzoletto rosso annodato al collo e una mano posata sulla cartucciera agganciata intorno ai fianchi. I calzoni e gli stivali bianchi di polvere dicevano che aveva percorso molti chilometri. La faccia abbronzata aveva il colore delle pesche e nell’insieme dava una sensazione di estrema giovinezza e di grande forza. Il vecchio, che le sue pacate parole rendevano così furente, era tirato a lucido e pettinato a perfezione, ma se fossi stato la sposa, avrei scelto il gigante, polvere e tutto. Non aveva ancora finito. «Ti sei appeso dappertutto gli addobbi nuziali!», osservò, con ammirazione. «E chi è questa volta la fortunata damigella?» Il vecchio vibrava per l’ira. «Ma se ti dico che non ho mai avuto una moglie! Adesso chiamami mormone, eh?» «Ma se…». «Chiamami mormone! Dimmi il nome di alcune delle mie mogli. Dimmene due. Dimmene una. Prova!» «La vedova di Laramie…». «Balle!» «Ma il dottore le ha ordinato all’improvviso un clima meridionale e…». «Balle! Apri bocca e gli dai fiato». «… e così tra voi ci si sono messi i suoi polmoni. E poi quasi ti sei sposato con Cattle Katy, soltanto…». «Te l’ho detto che apri bocca e gli dai fiato!» «… ma è finito che l’hanno impiccata». «E dove sarebbero queste mogli? Vediamole, le mogli! E piantala!» «Quella bambola di Rawlins, le hai dato il canarino…». «Mai sposata. Non mi sono mai…». «Ma ci sei quasi arrivato, zio! È stata lei che ti ha lasciato, ti ha scritto la lettera spiegando che si era sposata con un giovane giocatore di carte, proprio il giorno prima del vostro matrimonio e…». «Oh insomma, non sei altro che un bambino, non sei…». «E che non avrebbe mai, mai dimenticato di dar da mangiare al canarino». «Questo paese sta diventando pieno di marmocchi», dichiarò il vecchio indignato. «È la fine». Questa catastrofica dichiarazione parve soddisfarlo: socchiuse gli occhi e aspettò. Il suo tormentatore, con un’espressione di immutata serietà e con voce piena di sollecitudine, riprese: «E come sta quella disgraziata…». «Benissimo! Forza con gli insulti! Insulta una povera donna, ammalata, afflitta!» Gli occhi luccicarono di gioia bellicosa. «Insulti? Oh no, zio Hughey!» «Proprio così, insulti!» «Ma perché, ero così contento quando ha cominciato a recuperare la memoria. L’ultima volta che ne ho sentito parlare, dicevano che l’ha recuperata quasi tutta. Ricorda suo padre e sua madre e fratelli e sorelle e gli amici e la sua lieta infanzia e tutto quel che ha fatto, meno la tua faccia. La gente scommetteva che ci sarebbe arrivata, bastava darle tempo, ma immagino che dopo una malattia terribile come quella che ha avuto, è aspettarsi troppo». A questo punto zio Hughey tirò fuori un pacchettino. «Ecco quanto la sai lunga!», sghignazzò. «Ecco! Visto? Ecco l’anello che mi ha rimandato, visto che è troppo malridotta per un matrimonio. Non si ricorda di me, vero? Ah, ah! L’ho sempre detto che apri bocca per dargli fiato». L’uomo del Sud parlò con tono ancor più ansioso. «E adesso vai a portare l’anello alla prossima!», esclamò. «Oh, non andare di nuovo a sposarti, zio Hughey! A che serve essere sposati?» «A che cosa serve?», ripeté il promesso sposo, con sarcasmo. «Hmm, quando sarai grande la penserai in modo diverso». «Certo che penserò diverso quando avrò un’età diversa. Ho i pensieri adatti a ventiquattro anni e tu hai quelli di sessanta». «Cinquanta!», ululò zio Hughey, saltando in aria. L’altro assunse un tono desolato. «Ma come ho fatto a dimenticare che ne hai cinquanta», mormorò, «non lo so proprio! Sono dieci anni che continui a ripeterlo a tutti quanti!» Avete mai vista un cacatoa – il tipo bianco con il ciuffo in cima alla testa – gonfiarsi di rabbia? L’uccello drizza tutte le penne che ha sul corpo. Zio Hughey parve gonfiarsi vestiti, baffi e barba, e senza aggiungere parola salì sul treno diretto a est, che arrivava proprio allora nel momento giusto per liberarlo. Eppure c'era un motivo se non se n’era andato prima. In qualsiasi momento avrebbe potuto scappare nella sala bagagli o allontanarsi dignitosamente per aspettare il suo treno in solitudine, ma era evidente che quella schermaglia lo divertiva. Il treno ripartì verso est, lentamente, nella direzione dalla quale ero venuto. Lo guardai finché divenne piccolo nello spazio immenso, finché scomparve del tutto lasciandosi dietro soltanto un piccolo pennacchio di fumo, poi ripensai al baule smarrito e Medicine Bow mi parve un deserto… Come avrei fatto a trovare il ranch del giudice Henry? Come scoprire Sunk Creek in quell’immensa distesa di terra? Non vedevo torrenti o fiumi o altro. Il mio ospite aveva scritto che sarebbe venuto alla stazione, era tutto quello che sapevo. Ma non c’era. L’uomo dei bagagli non lo vedeva da tempo. Senza dubbio non avrei potuto raggiungere il ranch a piedi quella sera. Il baule… mi accorsi che guardavo ancora verso l’orizzonte, dov’era scomparso il treno e in quel momento vidi che l’uomo alto mi guardava con espressione seria, come aveva guardato zio Hughey durante la conversazione. Nel sentirmi osservato in quel modo, alla vista della mano sempre agganciata alla cartucciera, mi vennero alla mente certi inquietanti episodi narrati dai viaggiatori che erano stati da quelle parti. Ora zio Hughey se n’era andato, toccava a me, e magari sarei stato invitato a danzare al ritmo di pallottole ben centrate. «Immagino che sto cercando voi, signore», disse finalmente l’uomo alto.

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