Torino, carcere delle Vallette, 4 novembre 2017

1042 Words
Torino, carcere delle Vallette, 4 novembre 2017 La pioggia cadeva fitta su tutta la provincia da ormai tre giorni. In città il livello del fiume Po aveva raggiunto il livello di guardia, destando preoccupazione tra i torinesi. Alcuni ponti erano già stati chiusi a scopo precauzionale, presidiati da pattuglie della Polizia Municipale. Achille Mandelli varcò il cancello della Casa circondariale, comunemente nota come carcere delle Vallette, dal nome dello storico quartiere della città. Camminando con le mani sprofondate nelle tasche di un impermeabile nero, Mandelli giurò a se stesso che non sarebbe mai più tornato in prigione. Piuttosto si sarebbe ammazzato. Nove anni e qualche mese passati in una cella sovraffollata, circondato da personaggi poco raccomandabili. Non passava giorno senza che pensasse al ragazzo che aveva ucciso. Si chiamava Abdel. Aver spezzato una vita lo lacerava dentro ma riteneva di aver pagato fin troppo per ciò che era successo. Quel maledetto giorno i Carabinieri accorsi sul posto l’avevano fermato. Aveva ammesso subito di avere colpito Abdel, che era stato trasportato urgentemente in ospedale in stato di coma. Dopo otto giorni il ragazzo era morto e Mandelli era stato arrestato. Al processo, la difesa aveva puntato sulla legittima difesa ma il coltello non era mai stato trovato. Gli amici di Abdel avevano confermato di avere provocato il capotreno ma avevano tutti negato che fosse stata estratta un’arma da taglio. L’accusa per Mandelli era stata pesante. Omicidio preterintenzionale, dieci anni di condanna. Aveva passato il suo tempo cercando di farsi notare il meno possibile, intrattenendo pochi rapporti con gli altri detenuti. Aveva seguito un corso per imparare il lavoro di elettricista. La sua condotta era stata impeccabile, cosa che gli aveva fatto guadagnare uno sconto sulla pena. Mandelli si fermò per respirare una boccata di aria fresca. Sollevò la testa verso il cielo e chiuse gli occhi. Grandi gocce di pioggia picchiettavano sul cranio rasato a zero appena il giorno prima. Piccoli rivoli d’acqua scivolavano sulle lenti degli occhiali e sul pizzetto ben rasato. Finalmente riassaporava la libertà, bagnata ma pur sempre libertà. Riprese a camminare calpestando una pozzanghera che si era formata sull’asfalto, tanto era già bagnato fradicio. Proseguì attraverso il parcheggio riflettendo sulla nuova vita che stava iniziando. Non aveva né un lavoro, né una casa. Non aveva neanche nessuna relazione sentimentale. Prima di finire in carcere aveva frequentato per alcuni mesi una sua coetanea. Quando era finito dentro, il rapporto ancora fragile si era spezzato definitivamente. Per fortuna aveva ancora i genitori che, durante tutti quegli anni, avevano continuato a sostenerlo. Vivevano in un piccolo paese in provincia di Milano. Sarebbe stato per un po’ di tempo da loro, in attesa di trovare un lavoro e un alloggio dove stare. Ovviamente sapeva che non sarebbe stato facile, in pochi sarebbero stati disposti ad assumere un uomo condannato per omicidio. Nonostante tutto Mandelli era ottimista, forse anche per merito della libertà appena ritrovata. Superato il parcheggio si ritrovò su un marciapiede che affiancava uno stradone a due corsie. Lo percorse per un centinaio di metri fino a quando individuò la fermata di un autobus. Suo padre si era offerto di venirlo a prendere fuori dal carcere ma lui si era opposto. Con i quaranta euro che aveva in tasca poteva benissimo raggiungere la casa dei genitori usando autobus e treni. Acquistò un biglietto per l’autobus in una vicina edicola, stupendosi di quanto fosse aumentato il prezzo in quei nove anni. Dopo un quarto d’ora, un moderno autobus alimentato a metano si fermò davanti a lui. Salì a bordo salutando educatamente l’autista, che borbottò qualcosa di poco comprensibile in risposta. Mandelli obliterò il biglietto senza riuscire a trattenere un leggero sorriso. Era un gesto semplice e quotidiano ma che per lui, rinchiuso quasi dieci anni in una cella, sapeva di libertà. Il pullman era mezzo vuoto ma verso il fondo c’erano una dozzina di ragazzini e ragazzine stravaccati che si davano da fare per creare disturbo. Il loro vociare sboccato rimbombava in tutto il mezzo. Alcuni di loro appoggiavano delle scarpe sporche e bagnate di pioggia sui sedili. Mandelli ebbe un brivido di rabbia, tentato di andare a dire loro qualcosa. Lo fece desistere il ricordo di cosa era successo l’ultima volta. Si sedette accanto a un’anziana signora salutandola. “Buongiorno anche a lei giovanotto” rispose la donna presa in contropiede. Di certo non si aspettava che quell’omaccione dal cranio rasato si rivelasse una persona educata. L’autobus ripartì immettendosi nel traffico. Dopo un paio di minuti le narici di Mandelli captarono un odore dolciastro che aveva sentito altre volte, specialmente in carcere. Marjuana. Si voltò e vide uno dei ragazzini che fumava una canna. Sorrideva come un idiota. L’ex capotreno ebbe un altro brivido di rabbia. Incrociò lo sguardo con l’anziana signora che scrollò desolata le spalle. “Che possiamo farci. Questi ragazzi non sanno cos’è il rispetto” affermò. “Vero, ma si può sempre tentare di insegnarglielo.” Si alzò di scatto e si raggiunse il fondo del pullman. I ragazzi smisero per un attimo di fare baccano. Il ragazzetto con la canna squadrò il nuovo arrivato. “Beh, vuoi una foto?” chiese con tono arrogante. I suoi amichetti risero di gusto. “Puoi spegnere quella schifezza e mettere i piedi giù dal sedile, per favore?” “Eh, fammi pensare… No, direi di no. Fatti i cazzi tuoi.” Giù altre risate. Era la classica goccia che fa traboccare il vaso. Il volto di Mandelli diventò una maschera di rabbia, gli occhi ridotti a due fessure. Alcuni ragazzini smisero di ridere intimoriti. Con un gesto fulmineo afferrò la mano del ragazzino e la strinse in una morsa d’acciaio strappandogli un gemito di dolore. Afferrò la canna con la mano libera e la gettò da un finestrino che era stato leggermente aperto per fare uscire il fumo. “Senti un po’, testina di cazzo, forse non sai da dove sono appena uscito. In questo caso te lo dico io: carcere delle Vallette. Ti consiglio di imparare a non rompere i coglioni alle persone sbagliate.” Lasciò la mano del ragazzino e per dieci secondi buoni nel pullman non volò una mosca. Il bulletto tirò giù i piedi dal sedile senza dire una parola, subito imitato dagli alcuni amici. “Ecco, così va bene.” Mandelli tornò al suo posto e trovò l’anziana signora con gli occhi sbarrati, sul volto un misto tra riconoscenza e paura. Le sorrise. “Ogni tanto ci vuole qualcuno che ricordi le buone maniere a questi ragazzi.” La donna annuì senza riuscire a rispondere mentre il pullman proseguiva la sua corsa.
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