Napoli, clinica privata, 5 novembre 2017

702 Words
Napoli, clinica privata, 5 novembre 2017 La camera assomigliava a quelle che si possono trovare in qualsiasi ospedale. Indubbiamente il fatto che la struttura fosse privata presentava alcuni vantaggi. Ad esempio la stanza era ampia e occupata da una sola paziente, il bagno era confortevole ed arredato con gusto, la vista dalla finestra offriva un parco ben curato. Per il resto poco differiva dagli ospedali. Un letto reclinabile, una serie di macchinari medici, il bianco come colore dominante. Anche l’atmosfera cupa e triste era la stessa che si può provare quando sul letto si trova una persona malata di cancro in fase terminale. In particolare se si tratta della propria figlia. Il senatore Pasquale De Rosa, seduto su una sedia, osservava il respiro regolare della sua unica figlia Anna Maria. Vedeva il torace sollevarsi e abbassarsi, temendo a ogni respiro che potesse essere l’ultimo. Avrebbe dato la sua vita per salvarla, se fosse stato possibile. Aveva anche pregato Dio con intensità perché sua figlia fosse risparmiata ma ormai ci voleva solo un miracolo, ed era sicuro che non si sarebbe mai realizzato. Sapeva di non essere uno stinco di santo, in oltre quarant’anni di politica ne aveva combinate di cotte e di crude. Sapeva anche che le generose donazioni elargite alla Chiesa non l’avrebbero aiutato, erano servite solo a lavarsi la coscienza. Un movimento sul volto di Anna Maria. Gli occhi della donna si aprirono lentamente e con fatica. De Rosa avvicinò la sedia al letto e prese la pallida mano della figlia. “Papà.” “Come ti senti, piccola mia?” “Sto morendo.” “Non dire questa cosa.” “Invece la dico. Devi abituarti all’idea. Ed è stata colpa tua.” Al senatore per poco non venne un colpo. “Ma che cosa dici, figlia mia?” chiese aggrottando le ispide sopracciglia bianche. “Sto morendo per gli accordi che hai fatto con la camorra in passato. Per i rifiuti che hanno sepolto nel terreno.” “Non è vero, io non ho mai fatto accordi con la camorra” protestò De Rosa. “Non mentirmi, perché ormai so tutto.” Alcuni violenti colpi di tosse scossero il corpo della donna. Il padre le fece una carezza sulla fronte sudata. “Circa quindici anni fa la camorra ha sepolto dei rifiuti tossici intorno alla zona in cui abito” riprese Anna Maria. “D’accordo, è vero che ho fatto degli accordi con la camorra, ma i luoghi scelti erano sempre lontani da dove viviamo noi” ammise il senatore sistemandosi una bianca ciocca di capelli. “Che differenza fa? Altre persone hanno autorizzato al tuo posto. Tu hai comunque sulla coscienza le morti di tanta gente innocente. Per me è come se fossi stato tu a uccidermi.” La voce di Anna Maria era ormai udibile solo a pochi centimetri di distanza dalla sua bocca. “Ti prego, non dire così” supplicò De Rosa, mentre lacrime salate cominciavano a bagnare il suo volto rugoso scivolando sui baffi bianchi ben curati. Aveva appreso da alcuni mesi che erano stati fatti degli accordi a sua insaputa per seppellire dei rifiuti proprio nella zona in cui abitava anche sua figlia. Se solo l’avesse saputo non le avrebbe mai comprato la casa in quel luogo. Si era infuriato molto con i responsabili ma non era servito a nulla, perché il danno ormai era fatto. Inoltre non riusciva a immaginare chi l’avesse raccontato a sua figlia. “Tu mi hai ucciso” pronunciò la donna con le sue ultime energie. Il suono di un allarme echeggiò in tutta la stanza. Pochi istanti dopo, un medico e due infermiere si precipitarono all’interno. Il senatore si lasciò docilmente trascinare fuori dalla stanza da una delle due donne. Senza rendersene conto, si ritrovò nel corridoio. Oltre quella porta, sua figlia era appena morta. Dopo un tempo che a lui parve infinito il medico uscì dalla stanza. “Senatore De Rosa, devo comunicarle che sua figlia è deceduta. Sono profondamente addolorato.” “Posso entrare?” chiese con un groppo alla gola. “Va bene, senatore, ma solo per alcuni minuti.” Fece cenno alle due infermiere di uscire e richiuse la porta. De Rosa si avvicinò lentamente al letto. Sua figlia era nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata poco prima. Quel corpo era però stato abbandonato dalla sua splendida anima. Rimase a osservarla ripensando alle sue ultime parole “tu mi hai ucciso”. Una lama rovente che gli aveva trapassato il cuore. Da quel momento, la sua vita non sarebbe più stata la stessa. “Perdonami, figlia mia” pronunciò con amarezza. Si voltò e uscì dalla stanza con un’idea che stava prendendo forma nella sua mente.
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