Roma, sede del DIS

902 Words
Roma, sede del DIS Appallottolò con cura un foglio di carta dove erano scritti degli appunti ormai inutili. Quando ebbe fatto diventare la pallina abbastanza compatta, inquadrò il cestino dei rifiuti che si trovava a un paio di metri da lui. Ancora qualche secondo per prendere bene la mira e lanciò il proiettile di carta che, dopo una traiettoria a parabola, impattò contro il bordo e cadde fuori dal cestino. “Merda” imprecò il funzionario dei servizi segreti italiani Nicholas Caruso. Si alzò svogliatamente, raccolse la pallina e la gettò nel cestino. Il basket non era mai stato il suo sport, già ai tempi in cui frequentava le scuole medie. Tornò alla scrivania del suo piccolo e anonimo ufficio e si accasciò sulla poltrona. Si stava annoiando terribilmente e non solo quel giorno. Era quasi un anno che lavorava in quell’ufficio. Lui, che era sempre stato un uomo d’azione, si ritrovava a essere rinchiuso come un leone in gabbia. Guardò le foto sistemate sulla sua scrivania, unico tocco personale dell’anonima stanza. Le due donne della sua vita con le loro chiome bionde sorridevano all’obiettivo. Erano sua moglie Sonia e sua figlia Silvia, le due S, come le chiamava lui. Per loro due aveva rinunciato al lavoro sul campo per finire nelle retrovie. Dopo anni di pressioni da parte di Sonia aveva ceduto e, da un certo punto di vista, non si sentiva di biasimarla. Negli ultimi anni aveva rischiato diverse volte di lasciarci la pelle. Nel 2015 aveva sventato un colossale attentato durante la festa della Repubblica da parte dell’organizzazione terroristica più potente al mondo, il JOA. Il suo leader Omar Abdallah Hassan aveva studiato un complesso piano volto a eliminare la maggior parte delle cariche politiche italiane. Nicholas Caruso e il suo amico Ruben Monteleone, membro del GIS dei Carabinieri, per poco non erano stati uccisi ma erano riusciti a impedire che l’attentato avvenisse. L’anno successivo, Caruso era stato inviato in Pakistan, dove si credeva che si nascondesse Omar Abdallah Hassan. L’obiettivo era di eliminarlo una volta per tutte. Dopo pochi giorni si era ritrovato coinvolto in un colpo di stato in cui il generale Zeshan Aslam, comandante delle forze armate pakistane, aveva preso il controllo della Nazione. Con il supporto di un misterioso agente dei servizi segreti pakistani, aveva scoperto che il generale Aslam collaborava con Omar Abdallah Hassan. Il loro scopo era di invadere il vicino Afghanistan e creare le basi per una grande nazione governata dal fondamentalismo islamico. Caruso, con una rischiosa operazione, era riuscito a eliminare tutti e due facendo fallire il colpo di stato. In quell’occasione era stato ferito, per fortuna in modo non grave. Quando era tornato in Italia, aveva preso la decisione che l’aveva portato in quell’ufficio. Ora dirigeva la Task Force JOA, un gruppo interno al DIS creato dall’ex direttore Paolo Sartori allo scopo di contrastare le attività dell’organizzazione terroristica in Italia. Caruso dirigeva le operazioni di una cinquantina di agenti sparsi in tutto il territorio nazionale. A dire la verità, da quando aveva ucciso il leader Hassan, l’anno precedente, le attività del JOA avevano subito un brusco arresto. Tuttavia, Caruso sapeva benissimo che non bisognava abbassare la guardia. Si grattò il cranio fresco di rasatura, operazione che compiva un paio di volte alla settimana per nascondere una evidente calvizie. Con il suo fisico slanciato e muscoloso sapeva di piacere molto alle donne, anche se non aveva occhi che per la sua Sonia. L’aveva conosciuta durante lo svolgimento del servizio militare in provincia di Torino. Era stato amore a prima vista. Dopo il servizio militare, era entrato nei Carabinieri e lei l’aveva seguito in tutte le destinazioni dove l’aveva portato il suo lavoro. Prima in una stazione nella città di Trieste, poi a Livorno, quando aveva passato le selezioni per i Carabinieri paracadutisti del Tuscania. Alcuni anni dopo, era entrato nelle forze antiterrorismo del GIS, fino a quando non si erano trasferiti a Roma, in seguito al passaggio nei servizi segreti. Sonia lo aveva sempre assecondato e sostenuto, nonostante sapesse benissimo che suo marito un qualsiasi giorno sarebbe potuto tornare a casa in una bara. Era per questo motivo che Caruso aveva accontentato il suo desiderio di una vita più tranquilla. Lo sguardo gli cadde sulla giacca dell’elegante completo grigio appesa ad un attaccapanni. Doveva essere soddisfatto della sua vita. Aveva una splendida famiglia che lo amava. Ricopriva un ruolo prestigioso e importante, oltre che ben pagato. Non avrebbe dovuto lamentarsi di niente, eppure… In qualsiasi modo la si potesse vedere, a lui mancava l’azione. Aveva sperato di essere operativo ancora per molto tempo e invece, a quarant’anni non ancora raggiunti, si ritrovava dietro una scrivania. Desiderava provare ancora l’emozione di un pedinamento oppure dell’entrare furtivo in un edificio per raccogliere informazioni. Diamine, gli mancavano anche i momenti in cui le pallottole gli fischiavano intorno. Era un uomo d’azione, questo era inequivocabile. Nel suo cervello c’era qualche rotella fuori posto? Forse, ma rimaneva il fatto che il suo posto era sul campo. Aveva resistito tante volte alla tentazione di fare richiesta per tornare in gioco. Amava troppo la sua famiglia, non intendeva farle questo torto, ormai aveva promesso di chiudere con le missioni operative. L’orologio appeso alla parete segnava quasi l’una di pomeriggio. Caruso si alzò dalla sedia e decise di andare a mangiare qualcosa. Prese la giacca e la indossò davanti a un piccolo specchio, sistemandosi subito dopo la cravatta. Aprì la porta ma prima di uscire si soffermò a osservare la stanza. “Non scappare via che tra un po’ torno” disse sarcastico rivolto al suo ufficio prima di richiudere la porta. CAPITOLO 2
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