Napoli, Quartiere Posillipo, 9 novembre 2017
Dall’enorme terrazzo della villa si poteva scorgere il golfo di Napoli illuminato dalle migliaia di luci che contrastavano la notte. Per il momento il cielo era ancora limpido ma non sarebbe durato ancora a lungo. La perturbazione che stava colpendo il centro-nord Italia si stava spostando anche verso sud.
Nonostante fosse ormai quasi l’una di notte, il senatore De Rosa non aveva ancora voglia di andare a letto. La giornata appena trascorsa era stata la più brutta della sua vita perché aveva seppellito la sua unica e amatissima figlia.
“Tu mi hai ucciso.”
Non riusciva a togliersi dalla testa le ultime parole di sua figlia. Parole che mai avrebbe sognato di sentire. Parole che lo avevano fatto riflettere, che gli avevano fatto ripercorrere la sua intera vita. Era arrivato alla conclusione che l’aveva uccisa davvero, come aveva ucciso chissà quante altre persone. Diede una generosa sorsata dal bicchiere contenente un whiskey invecchiato venticinque anni.
Ricordava di aver iniziato la sua carriera politica con tanti bei propositi per aiutare il popolo italiano, per fare qualcosa di concreto a favore del benessere dei suoi concittadini. Che sciocco era stato a pensarlo. Mano a mano che era entrato nel sistema si era lasciato inghiottire sempre più dai giochi di potere, la sua brama di denaro e successo era cresciuta sempre più dentro di lui. Alla fine, era diventato uno dei maggiori esponenti di un sistema corrotto e insensibile ai reali bisogni della gente per bene. La cosa che lo sconcertava di più era che aveva dovuto perdere una figlia per accorgersi a che punto fosse arrivato.
Un alito di vento freddo gli penetrò attraverso i vestiti facendolo rabbrividire. Indossava solo un pigiama di seta e una leggera vestaglia nera. Rientrò in casa, una splendida villa a due piani nella zona di Posillipo, dove viveva la gente rispettabile di Napoli. Le luci erano spente e la stanza era illuminata solamente dal pallido chiarore della luna. Richiuse la porta a vetri scorrevole, ritrovandosi nella propria camera da letto e tirò un pesante tendaggio color porpora. Accese un abat-jour e si sedette sul letto matrimoniale in cui dormiva solo da ormai cinque anni. Sua moglie, di vent’anni più giovane di lui, l’aveva lasciato e si era risposata con un altro uomo. De Rosa era ricco e potente ma alla fine si era ritrovato solo con i fantasmi del suo passato.
“Tu mi hai ucciso.”
Posò lo sguardo sul comodino sul quale era appoggiata una cornice d’argento contenente una foto di sua figlia. Era stata scattata il giorno del suo matrimonio. Sorrideva raggiante verso l’obiettivo con indosso il costoso vestito da sposa che il padre le aveva comprato. I capelli erano raccolti per formare una complicata ed elegante acconciatura. De Rosa ricordava bene il giorno del matrimonio. La funzione religiosa si era svolta nel Duomo di Napoli e la sposa era arrivata a bordo di una limousine. Il vescovo di Napoli aveva unito Anna Maria a un simpatico ragazzo che lavorava in una banca. Cinquecento invitati avevano consumato il pranzo del matrimonio in un castello fuori Napoli. Tra loro c’erano diversi parlamentari, il sindaco di Napoli e diverse altre cariche dello Stato. Aveva speso un patrimonio per quella cerimonia ma per sua figlia non aveva mai badato a spese. Le aveva regalato una bella vita, le aveva dato la migliore istruzione ma alla fine…
“Tu mi hai ucciso.”
Si attaccò nuovamente al bicchiere e lo vuotò, sentendo immediatamente il bisogno di riempirlo ancora. Si alzò dal letto e raggiunse un mobiletto sul quale era appoggiata la bottiglia di whiskey. Si versò un’abbondante porzione di liquido ambrato e lo bevve con un’unica, lunga sorsata. Aveva fatto cose orribili nella sua carriera politica, ma forse poteva redimersi in qualche modo, sperando di ottenere il perdono di sua figlia. Si sarebbe esposto a dei grossi rischi, questo lo sapeva bene. Il minimo che potesse capitargli era di finire in galera ma più probabile era finire sotto terra. Non che a lui importasse più di tanto. Era sicuro che non si sarebbe mai più ripreso dalla morte di Anna Maria, per vivere così era meglio che morisse anche lui. Se invece fosse sopravvissuto, avrebbe speso tutte le sue energie per combattere il sistema che lui stesso aveva contribuito a fare proliferare.
Posò il bicchiere sul tavolino, cominciava a sentire una leggera sensazione di vertigine. Non aveva mai apprezzato chi si riempiva d’alcol per dimenticare i problemi, tanto poi ritornavano puntuali quando la sbronza passava. Aveva bevuto un goccio solamente per calmare un po’ i nervi.
Un rumore improvviso provenne dal piano di sotto. De Rosa era solo in casa ma fuori dalla sua abitazione due poliziotti del servizio di scorta si occupavano della sorveglianza. Inoltre, aveva inserito l’allarme in tutto il piano terra. Prese il telefono cellulare che aveva appoggiato su un pregiato cassettone antico. Tentò di comporre un numero per contattare la scorta. Un fastidioso cicalino e la comparsa della scritta “rete occupata” gli fecero capire che l’apparecchio non era al momento utilizzabile. Riprovò tentando di contattare il 113 ma ancora una volta l’operazione non gli riuscì.
“Dannati cellulari!” sbraitò lanciando a terra il telefono, che si disintegrò nell’impatto. Erano già arrivati, questa era l’unica spiegazione che gli venne in mente. Nonostante le precauzioni che aveva preso, l’avevano già scoperto. Entrò nella cabina armadio e recuperò un fucile da caccia calibro 12. Raccolse una manciata di cartucce e le infilò nella tasca della vestaglia. Altre due cartucce occorsero per caricare il fucile. Uscì dalla camera puntando il fucile davanti a sé, intenzionato a vender cara la pelle. Proseguì fino alle scale che portavano al piano di sotto. Premette un interruttore e il salone sotto di lui si illuminò a giorno grazie a una serie di potenti faretti a led. Per il momento, tutto sembrava tranquillo. Discese con calma le scale, senza smettere di tenere il fucile puntato davanti ai suoi occhi. Alla base si trovava il pannello di comando del sistema di allarme. Una rapida occhiata gli permise di constatare che era stato disattivato. Ormai non aveva più dubbi, erano venuti per lui. Proseguì nel salone in cui spiccavano un grande divano angolare e un paio di poltrone in pelle nera. Davanti al divano si trovava un camino in pietra.
“Non ho paura di voi, bastardi!” urlò De Rosa per farsi coraggio.
Nulla si mosse. Avanzò ancora nel soggiorno.
Poco dopo il suo sguardo cadde su qualcosa che spuntava da dietro il divano. Cercò di mettere a fuoco l’oggetto e con orrore si accorse che si trattava di una testa con una chioma bionda. Riconobbe uno degli agenti di scorta.
“Cazzo!” imprecò il senatore colto dal panico. Fece per voltarsi per tornare sui suoi passi quando sentì un oggetto freddo che si appoggiava alla base del suo collo. La canna di una pistola.
“Metta giù il fucile, senatore, e lo faccia molto lentamente” gli ordinò una voce pacata e senza inflessioni dialettali.
Il senatore De Rosa capì di essere fregato e il terrore iniziò a impadronirsi di lui. Appoggiò a terra il fucile con movimenti lenti. La canna della pistola lo seguì aderendo continuamente alla sua pelle.
“Molto bene, ora lo allontani con un calcio.”
De Rosa obbedì, deglutendo a vuoto.
Quando ebbe allontanato il fucile, vide comparire davanti a lui tre uomini vestiti di nero con il volto coperto da un passamontagna. Tutti e tre erano armati di pistole dotate di silenziatore. Si disposero intorno a una delle poltrone.
“Prego, senatore, si accomodi su quella poltrona.”
Il politico si mosse con le gambe che gli tremavano dal terrore. Arrivò alla poltrona e si sedette. Il quarto uomo, anche lui munito di passamontagna, continuava a puntargli alla testa la pistola.
Con un movimento lento il misterioso uomo afferrò il passamontagna con la mano sinistra ricoperta da un guanto nero. Iniziò a sfilarlo un poco per volta, con fare studiato, allo scopo di aumentare il terrore. Pochi attimi dopo il senatore si ritrovò a fissare un uomo che secondo lui non aveva neanche quarant’anni. I capelli rossi come il fuoco erano tagliati molto corti. La pelle era chiara e ricoperta di efelidi sulle guance. Lo sguardo era freddo e crudele.
“Lei sa perché siamo qui, vero senatore De Rosa?”
“Certo che lo so, schifoso bastardo. Ma ormai è troppo tardi. Non potete fare più niente!” Uno sputo colpì in pieno il viso del rosso. L’uomo non si scompose e con tranquillità si asciugò la saliva con la mano sinistra.
“Questo linguaggio non si addice a un politico del suo livello. La prego di non usarlo più in mia presenza.”
“Fottiti, finocchio di merda!”
Un leggero cenno con il capo del rosso e in un attimo i tre uomini in nero furono su di lui. Due di loro bloccarono il senatore mentre il terzo si premurò di coprirgli la bocca. De Rosa tentò di urlare ma uscì solo un suono smorzato. Il rosso ripose la pistola in una fondina ascellare e raggiunse il retro del divano, dove giacevano i corpi dei due agenti di scorta. Ritornò con un paio di tronchesi lunghe quasi un metro. Uno degli uomini in nero afferrò una mano di De Rosa e la allungò verso il rosso. Egli appoggiò le tronchesi sul dito indice. Una macchia di urina cominciò ad allargarsi sui pantaloni in seta del politico. Il rosso strizzò l’occhio prima fare scattare le tronchesi. Il dito cadde a terra sul costoso tappeto persiano, schizzi di sangue si sparsero in giro. De Rosa cercò di urlare e di agitarsi ma era tutto inutile perché i tre in nero lo tenevano ben fermo.
“Si calmi, senatore, si calmi. Mantenga un atteggiamento degno del ruolo che ricopre.”
Il rosso prese un cuscino dal divano e gli tolse la federa. Tornò dalla sua vittima e avvolse la stoffa intorno alla mano, allo scopo di tamponare momentaneamente l’emorragia. De Rosa smise di agitarsi.
“Ecco, così. Cerchi di rilassarsi. Non ho molto tempo da perdere, quindi veniamo subito al dunque. Io so che lei è in possesso di una serie di documenti e certe persone non gradirebbero che venissero divulgati. Le chiedo di rivelarmi dove si trovano questi documenti.”
L’uomo in nero liberò la bocca nel senatore.
“Non saprete nulla da me. Siete degli schifosi assass…” Non fece in tempo a finire la frase perché la bocca fu tappata un’altra volta e la sua mano sanguinante messa in posizione.
Senza dire una parola, il rosso rimosse la federa intrisa di sangue e appoggiò di nuovo le tronchesi, questa volta sul dito medio. Il senatore chiuse gli occhi. Un colpo secco e un altro dito finì sul tappeto persiano, accompagnato da altri schizzi di sangue. Il rosso lasciò che la sua vittima si dimenasse per alcuni secondi prima di applicargli la federa sulla mano.
“Cerchiamo di capirci, senatore. Se contiamo anche i piedi, rimangono ben diciotto dita da amputare. Pensa davvero di resistere ancora per molto?”
La prospettiva di una notte intera di dolorose t*****e fece crollare drasticamente la sua volontà di resistere.
“Se vi dico dove sono mi lascerete andare?” chiese balbettando quando gli fu liberata la bocca.
“Suvvia, non prendiamoci in giro. Lei sa benissimo che non ha alcuna possibilità di uscire vivo da questa splendida villa. L’unica cosa che posso prometterle è una morte rapida. In alternativa, posso farla soffrire così tanto da pregarmi di ucciderla. Non le nascondo che mi manca il tempo per torturarla tutta la notte ma se fosse necessario non mi tirerei indietro. Queste due dita qui a terra sono solo un assaggio di quello che l’aspetta. Mi capisce?”
Il potente senatore De Rosa, ormai pallido come un cencio e madido di sudore, annuì con la testa.
“Capisco, ho consegnato i documenti a un giornalista, poche ore fa.”
“Come si chiama?”
De Rosa ebbe un attimo di esitazione. Il rosso picchiettò con le dita sul manico delle tronchesi.
“Si chiama Ignazio Fanucci.”
“Ah, la cosa ha un senso. Spero che mi abbia detto la verità, senatore. Immagino che voglia ancora bene alla sua ex moglie, anche se è sposata con un altro uomo, vero?”
“Non fatele del male, vi prego.”
“Se mi ha detto la verità non avrò nessun motivo di farle del male.”
“È la verità, lo giuro.”
“Certamente, le credo. Un ultimo piccolo favore, giusto per risparmiarmi un po’ di tempo. Ho bisogno di sapere dove si trova la sua cassaforte e qual è la combinazione.”
“Come?”
“Ha capito bene, la cassaforte e la combinazione. Dove si trova?”
“Al piano di sopra, nella cabina armadio. La combinazione è 21025583.”
“Eccellente, la ringrazio, senatore.”
I tre uomini in nero mollarono la presa e si allontanarono. Con una mossa fulminea il rosso estrasse la pistola dalla fondina e sparò in testa a De Rosa. Un foro rosso si disegnò sulla sua fronte imperlata di sudore. Il corpo si accasciò sulla poltrona, la mano destra inerte iniziò a gocciolare sangue sul tappeto.
“Andate di sopra e svuotate la cassaforte” ordinò il rosso ai suoi uomini.
I tre si diressero al piano di sopra senza dire una parola.
Rimasto solo, prese un auricolare e lo agganciò all’orecchio destro.
“Il senatore ha consegnato il materiale a un giornalista, Ignazio Fanucci. Tra poco avremo finito, così potremo procedere al recupero.”
CAPITOLO 3