Milano, nei pressi della Stazione Centrale
Spense il motore della Honda Civic dopo aver parcheggiato in una via che correva parallela alla Stazione Centrale di Milano. Il display del cruscotto segnalava le sette e un quarto di mattina. Le ultime gocce di pioggia picchiettavano ritmicamente sul parabrezza. Aveva piovuto per tutta la notte ma ora il temporale sembrava essersi placato. Ignazio Fanucci si stropicciò gli occhi stanchi e segnati, aveva guidato per tutta la notte coprendo la distanza tra Napoli e Milano. Sentiva il bisogno di una doccia e di una lunga dormita per rimettersi in sesto ma al momento aveva qualcosa di più urgente da fare. Il direttore del giornale per il quale lavorava da dieci anni lo stava aspettando nel suo ufficio. Guardò la valigetta in pelle appoggiata sul sedile accanto al suo. Era colma di materiale che, una volta divulgato, avrebbe avuto l’effetto di una bomba atomica. Durante una breve sosta in un autogrill aveva dato uno sguardo a un paio di quei documenti. Quel poco che aveva visto gli era bastato per capire che quel materiale scottava molto di più di quanto avesse immaginato. Alla fine della vicenda, gli avrebbero conferito il premio Pulizer o sarebbe finito sotto terra. Forse tutte e due le cose, il senatore De Rosa era stato molto chiaro riguardo ai rischi che stava correndo. Si passò entrambe le mani sulla chioma riccioluta e scura per scacciare i pensieri di una morte prematura. Raccolse la valigetta e fece per uscire dal veicolo, quando notò una sagoma nera attraverso lo specchietto laterale destro. Senza che riuscisse a reagire, un uomo aprì la portiera posteriore e si infilò all’interno dell’abitacolo.
“Non si muova, signor Fanucci” ordinò la voce dietro di lui. Il tono era cordiale ma perentorio.
Per chiarire meglio il concetto, l’inatteso passeggero allungò una pistola dotata di silenziatore appoggiandola sul fianco destro del giornalista.
“Molto bene, ora posi la valigetta sul sedile con movimenti molto lenti.”
Fanucci obbedì e appoggiò di nuovo la valigetta sul sedile. Attraverso lo specchietto retrovisore inquadrò il volto dell’uomo, notando che aveva i capelli rossi.
“Eccellente, signor Fanucci. Metta in moto la macchina e percorra questa via fino a quando non le dico di svoltare. Segua le mie indicazioni alla lettera e non le succederà niente di male.”
“Il mio direttore mi sta aspettando e, se non mi vedrà arrivare entro cinque minuti, chiamerà la Polizia.”
“Oh, non lo sapeva? Il suo direttore ha recentemente avuto un incidente domestico. Sembra che si sia spezzato il collo cadendo dalle scale mentre stava uscendo di casa. Una tragica fatalità.”
“Bastardi” pronunciò a denti stretti stringendo il volante fino a fare sbiancare le nocche delle mani.
“Per cortesia, non usi questo linguaggio così scurrile. Non è quello che ci si aspetta da un uomo con la sua cultura. Piuttosto si immetta nella strada e non dimentichi di segnalare la manovra con la freccia.”
“Guarda che la patente l’ho presa più di vent’anni fa.”
“Sì, ne sono a conoscenza, il mio era solo un consiglio.”
“Allora prendi i tuoi consigli e ficcateli su per il culo.”
La pressione della pistola aumentò sul fianco del guidatore.
“Glielo ripeto ancora una volta: moderi il suo linguaggio in mia presenza.”
Fanucci agganciò la cintura di sicurezza e azionò la freccia sinistra immettendosi nel traffico che cominciava ad aumentare di intensità, visto l’approssimarsi dell’ora di punta. Ormai aveva capito di essere spacciato. L’avrebbero portato in un luogo isolato. Ci sarebbe stato un interrogatorio per carpire tutte le informazioni di cui era in possesso e subito dopo l’avrebbero eliminato. Il suo corpo non sarebbe stato mai più trovato. Doveva trovare il modo di uscire da quella situazione prima che fosse troppo tardi.
L’automobile procedette per duecento metri prima che il rosso ordinasse di svoltare a destra. Fanucci constatò che il tratto di strada davanti a lui era abbastanza sgombro per mettere in atto un tentativo di fuga. Accelerò improvvisamente, conoscendo bene lo sprint che era in grado di ottenere dalla sua automobile. Il rosso venne sbalzato indietro, senza più riuscire a tenere sotto tiro il guidatore. In pochi attimi la Honda Civic raggiunse i sessanta km/h.
“Freni immediatamente” ordinò il rosso. In risposta, Fanucci sterzò brusco a destra andando a impattare contro un’altra auto parcheggiata a bordo strada. Il rosso andò a sbattere la testa contro il poggiatesta del sedile anteriore. La pistola gli cadde dalle mani finendo accanto alla valigetta di Fanucci. Il giornalista se la cavò affondando il viso contro l’airbag che provvidenzialmente si gonfiò al momento dell’impatto. Fu svelto a riprendersi. Si sganciò la cintura e ne approfittò per sferrare una gomitata sul naso del rosso. Prese la valigetta e già che c’era anche la pistola che era finita vicino. Spalancò lo sportello e uscì poco prima che il rosso tentasse di afferrarlo. Iniziò a correre a perdifiato sul marciapiede, sotto lo sguardo stupito di alcuni passanti.
Il rosso uscì dalla vettura con il naso sanguinante e un livido sulla fronte. Poco dopo una Mercedes nera si accostò a lui.
“Tutto bene, capo?” gli domandò uno degli uomini.
“Sì, è andato da quella parte. Corretegli dietro, lo voglio vivo.”
Due uomini scesero dal veicolo e presero a rincorrere il fuggitivo. Il rosso si toccò il naso e sul guanto di pelle nera comparve una macchia di sangue. Infilò una mano nella tasca della giacca ed estrasse un fazzoletto che utilizzò per tamponare le narici. Entrò nell’abitacolo e si sedette sul sedile anteriore destro.
“Stagli dietro e prepariamoci a caricarlo in macchina quando l’avranno preso” ordinò all’autista.
“Ok.”
Aprì lo sportellino del cruscotto e tirò fuori un’altra pistola dotata di silenziatore per sostituire quella persa.
“Uno a zero per lei, caro signor Fanucci, ma la partita non è ancora finita” mormorò con un mezzo sorriso.
Un furgone bianco procedeva a non più di trenta km/h sull’asfalto reso viscido dall’abbondante pioggia caduta nella notte. Uno degli pneumatici centrò in pieno una pozzanghera formatasi in un punto dove il manto stradale aveva ceduto. Al volante del mezzo si trovava Achille Mandelli, totalmente concentrato su quello che vedeva davanti a lui.
Era stato fortunato perché, pochi giorni dopo essere uscito dal carcere, aveva già trovato un lavoro. Ad essere sinceri, non era stato proprio lui a trovarlo ma suo padre. Quando aveva raggiunto la famiglia aveva ricevuto la gradita sorpresa. Un amico del padre, titolare di una piccola azienda che produceva pane, per fare un favore al genitore, aveva offerto ad Achille un impiego, che consisteva nel consegnare la merce in diverse panetterie della zona sprovviste di forno proprio. Al mattino bisognava alzarsi davvero presto e lo stipendio era piuttosto basso ma a lui non pesava. Aveva l’opportunità di riprendere in mano la sua vita e questa era la cosa importante.
Gli mancava solo una consegna da fare e poi sarebbe rientrato in sede. Non conosceva ancora bene la zona, quindi doveva procedere lentamente. Cercò di mettere a fuoco una targhetta che segnalava il numero civico della via che stava percorrendo: 21, era quasi arrivato. Tornò a fissare lo sguardo davanti a lui quando sbucò una sagoma a pochi metri dal parabrezza.
“Porca...”
Premette con forza il pedale del freno. Il furgone slittò leggermente ma grazie alla velocità bassa riuscì ad arrestarsi a pochi centimetri dal pedone. A Mandelli parve che il suo cuore avesse cominciato a suonare una musica da discoteca. Investire una persona pochi giorni dopo essere uscito dal carcere sarebbe stata una rovina. Osservò meglio l’uomo fermo di fronte a lui, sotto l’ascella sinistra stringeva qualcosa che assomigliava a una valigetta. Nella destra sembrava…
“Cazzo, ma quella è una pistola” imprecò Mandelli.
L’uomo guardò prima alla sua destra e poi fissò Mandelli. Con pochi passi veloci si avvicinò alla portiera destra e montò a bordo, puntandogli la pistola in faccia.
“La prego, non mi uccida” supplicò Mandelli alzando le mani.
“Vai, parti!” ordinò Ignazio Fanucci.
In quel momento due uomini sbucarono da una strada che incrociava poco più avanti, la stessa che aveva percorso Fanucci. Si accorsero che la loro preda era salita su un furgone bianco. Entrambi impugnavano una pistola silenziata che non esitarono a puntare verso il veicolo.
Questa volta Mandelli fu lesto a reagire, pigiò l’acceleratore mentre contemporaneamente abbassava il corpo. Il furgone partì slittando sull’asfalto bagnato, i due passeggeri a bordo udirono il rumore prodotto dai proiettili che penetravano nel parabrezza. In mezzo alla strada, i due uomini armati spararono fino a quando non furono costretti a levarsi di mezzo per non essere investiti. Quando il furgone li superò, aprirono ancora il fuoco tentando di colpire le gomme, senza però riuscirci.
La Mercedes li raggiunse poco dopo fermandosi vicino al loro. Entrambi salirono a bordo.
“È salito su quel furgone bianco” informò uno dei due.
“Raggiungilo” ordinò il rosso all’autista.
La Mercedes ripartì tagliando la strada a una Smart grigia che, sterzando a destra per evitarla, finì contro un lampione.
“Sta succedendo un gran casino, non doveva andare così.”
“Stai tranquillo, Peppino, lo sai che c’è chi si occupa di coprire le nostre tracce. Cerchiamo solo di chiudere questa storia al più presto” rispose imperturbabile il rosso.
Peppino emise un grugnito poco convinto.
Attraverso gli specchietti laterali entrambi scorsero una Mercedes nera in rapido avvicinamento.
“Corri, corri! Non devono prenderci o per noi è finita.”
Fanucci sedeva con la valigetta appoggiata sul grembo e la pistola ancora in mano puntata in direzione dell’autista. Gli occhi spalancati sembravano quelli di un maniaco omicida.
Mandelli sorpassò in modo azzardato una vettura che si trovava davanti a lui e svoltò a bruscamente a sinistra immettendosi in un’altra strada. Per un paio di anni aveva svolto il volontariato presso la Croce Rossa guidando l’ambulanza, ora quell’esperienza si stava rivelando utile.
“Scusami, non volevo farti questo.”
“Però l’hai fatto. Hai intenzione di uccidermi?”
“Figurati! Non sono mica un assassino.”
“Ma mi stai puntando una pistola!”
Fanucci guardò l’arma che stringeva tra le mani, non si era neanche accorto di puntarla contro l’uomo accanto a lui. Spostò la canna in direzione del pavimento.
“In questa storia non sono io il cattivo, credimi.”
“Permettimi di essere un po’ scettico. Mi hai sequestrato puntandomi contro una pistola.”
“Non ti ho sequestrato. Guarda che io sono un giornalista, mi chiamo Ignazio Fanucci.”
Un’altra svolta, questa volta a sinistra, la Mercedes sempre dietro.
“Ok Fanucci, se non mi hai sequestrato significa che posso accostare e farti scendere.”
“Sì certo, prova a farlo. Vedrai dove ritroverai i prossimi buchi.”
“Già.” Mandelli diede un’occhiata alla valigetta. “Che cosa c’è lì dentro?”
“Quello per cui vogliono uccidere me e di conseguenza anche te.”
“Porca puttana che casino!”
Il furgone continuò a sfrecciare per le strade di Milano sorpassando veicoli con il sottofondo di una melodia di clacson. Mandelli svoltò in una strada più stretta. Una sirena iniziò a ululare da qualche parte.
“Arriva la Polizia, siamo salvi.”
“Né Polizia, né Carabinieri, neanche l’Esercito può salvarci, ormai. Non hai idea in che razza di casino ci siamo cacciati.”
“Tu mi ci hai cacciato!” sbraitò Mandelli.
“Scusa, hai ragione. Il fatto è che loro possono arrivare ovunque.”
“Chi sono loro? Di chi cazzo stai parlando?”
Il furgone era a un centinaio di metri davanti a loro. L’avevano quasi raggiunto. Doveva ammettere che il guidatore era piuttosto bravo. Si chiedeva se non fosse un complice di Fanucci. No, era più probabile il classico caso di persona nel posto sbagliato al momento sbagliato. In ogni caso doveva sparire anche lui, non poteva sapere che cosa gli avesse raccontato il giornalista.
Una brusca frenata, un urto. Un balzo in avanti ammortizzato a dovere dalla cintura di sicurezza. Entrambi gli airbag si gonfiarono immediatamente. Maledizione, avevano urtato un’automobile guidata da una donna distratta che si era immessa nella strada senza fare attenzione.
“Tutto bene?” chiese il rosso.
Un coro di sì dai suoi uomini.
Tirò fuori un coltello e forò entrambi gli airbag per sgonfiarli rapidamente.
“Peppino, l’auto funziona ancora?”
“Il motore è ancora acceso. Ingranò la retromarcia e percorse alcuni metri. “Sembra che non ci sia niente a intralciare le ruote.
Il rosso si tolse la cintura e scese a controllare la parte anteriore della Mercedes. L’angolo destro e il cofano si erano accartocciati, il fanale pendeva verso il basso collegato solo da un sottile cavo. Afferrò il fanale e lo staccò con un deciso strattone. Mentre lo gettava a terra, dall’auto incidentata uscì una donna sui trent’anni con una fluente chioma bionda. Era visibilmente scossa.
Il rosso la ignorò e montò nuovamente a bordo della Mercedes.
“Vai, Peppino, abbiamo perso già troppo tempo.”
“Santo cielo, se in quelle carte c’è anche solo la metà di quello che dici, capisco perché vogliono farci la pelle.”
“E non si fermeranno fino a quando non avranno ottenuto quello che vogliono.”
Attraverso lo specchietto laterale, Mandelli si accorse che la Mercedes era andata a sbattere contro un’altra vettura.
“Quelle carogne sono andati contro un’altra macchina. Forse riusciamo a seminarli.”
“È la nostra occasione, gira a destra.”