CAPITOLO 6 : LA LETTERA

979 Words
Chloé Passano tre giorni. Inizio il mio nuovo lavoro da Girard Corp. I primi giorni sono intensi, fatti di incontri, formazioni, scoperte. I miei colleghi sono simpatici, il mio ufficio piacevole, le missioni stimolanti. Per la prima volta dopo tanto tempo, sento il mio cervello funzionare, le mie competenze esprimersi, la mia fiducia rinascere. Antoine Girard è presente senza essere invadente. Passa a trovarmi regolarmente, chiede se tutto va bene, risponde alle mie domande. C'è nel suo sguardo qualcosa di diverso, un'attenzione particolare che preferisco non analizzare. — Come te la cavi? mi chiede un pomeriggio, sedendosi di fronte a me. — Bene, molto bene. Grazie. — Non ti chiedo solo per il lavoro. Ti chiedo per te. Lo guardo, sorpresa dalla sua franchezza. — Va tutto bene. Va meglio. — Meno male. Se mai avessi bisogno di parlare, io sono qui. Professionalmente e... umanamente. C'è un silenzio. Poi si alza, mi sorride, e se ne va. Rimango un attimo a guardare la porta chiusa, turbata. La sera, tornando a casa da Morgane, trovo una busta infilata sotto la porta. Il mio nome, scritto a mano da Théo. La prendo, la rigiro, esito. — Cos'è? chiede Morgane arrivando dietro di me. — Una lettera di Théo. — La leggerai? — Non so. — Vuoi che la legga prima io? Scuoto la testa. Entro nella mia camera, mi siedo sul letto, la busta tra le mani. La guardo a lungo senza aprirla. Poi, con un gesto deciso, la strappo. Quattro pagine scritte a mano, con una calligrafia fitta, a volte cancellata e riscritta. Théo non è tipo da scrivere. Deve averci passato ore su queste righe. "Chloé, Non so da dove cominciare. Non sono bravo con le parole, lo sai. Ma devo provarci. Per te. Per me. Per quello che siamo stati e per quello che ho distrutto. Prima di tutto, voglio che tu sappia che non ti scrivo perché tu torni. Non ho questo diritto. Ti scrivo perché meriti di sapere che ho capito. Che finalmente vedo. Che misuro l'entità dei danni. Quella notte, quando eri in ospedale... io ero con Élodie. Festeggiavo il suo ritorno come un idiota, come un bastardo, senza sapere che tu stavi perdendo nostro figlio. Senza sapere che eri sola, che soffrivi, che avevi bisogno di me. Quando sei tornata, quando ho visto il tuo viso, i tuoi vestiti macchiati, i tuoi occhi vuoti... avrei dovuto cadere in ginocchio. Avrei dovuto piangere con te, stringerti tra le braccia, dirti che tutto sarebbe andato bene. Invece, ho detto "è triste". Come si dice di un film brutto. Come si dice della pioggia. Non mi riconosco. Non so chi sia quest'uomo, ma non è quello che volevo essere. Non è l'uomo che hai amato, che hai sposato, per cui hai sacrificato tutto. Perché sì, hai sacrificato tutto. La tua carriera, i tuoi amici, i tuoi sogni. Per me. Per mio padre malato. Per la nostra vita. E io, nel frattempo, prendevo, prendevo, senza mai dare. Senza mai vedere. Ti vedevo come un'evidenza. Come l'aria che respiro. Non si ringrazia l'aria di esistere, non la si nota nemmeno. Finché non viene a mancare. Adesso manchi. Tu manchi. Non come una donna che cucina o che riordina la casa. No. Manchi come l'aria, appunto. Come ciò che rende la vita possibile, sopportabile, bella. La casa è vuota senza di te. Non perché non ci siano più i tuoi piatti o il bucato pulito. Vuota perché non c'è più la tua voce, la tua risata, la tua presenza. Perché torno la sera e so che nessuno mi chiederà com'è andata la mia giornata. Perché mi sveglio la notte e allungo la mano verso di te, e tu non ci sei. Élodie se n'è andata. Non è durato. Non era amore, era nostalgia, ego, un'illusione. Lei non è te. Nessuno è te. Non ti chiedo di perdonarmi. Non merito il tuo perdono. Ti chiedo solo di sapere che ho capito. Che mi pento. Che ogni giorno penso a te, a quello che ho fatto, a quello che avrei dovuto fare. Sto vedendo uno psicologo. Per la prima volta in vita mia. Cerco di capire perché mi comporto così, perché distruggo ciò che amo, perché non vedo l'evidenza finché non è andata via. È lungo. È duro. Ma lo faccio. Per me. Per diventare qualcuno di migliore. Perché, se un giorno i nostri sentieri si incroceranno di nuovo, tu possa vedere un uomo diverso. Non perché torniamo insieme. Solo perché tu sappia che il tuo passaggio nella mia vita non è stato vano. Che mi hai reso migliore, anche se troppo tardi. Ti auguro di essere felice, Chloé. Davvero. Lo meriti più di chiunque altro. Théo" Rileggo la lettera due volte. Tre volte. Le lacrime mi scorrono sulle guance, ma non sono le stesse lacrime dei giorni precedenti. Sono lacrime di tristezza, sì, ma anche di riconoscenza. Lui ha capito. Lui vede. Lui sta cambiando. Troppo tardi? Forse. Piego accuratamente la lettera, la ripongo nel cassetto del comodino. Non so cosa farmene, cosa pensarne. Ma la terrò. Per dopo. Per quando sarò pronta. La mattina dopo, al lavoro, incrocio Antoine in corridoio. — Hai un'espressione... diversa, oggi. Tutto bene? — Sì. Ho ricevuto una lettera. Dal mio ex-marito. — Ah. E cosa ti ha fatto? Rifletto. — Mi ha fatto bene, credo. E male anche. È complicato. — I sentimenti sono sempre complicati. Ma sembri più... serena. — Forse. Un po'. Antoine annuisce, abbozza un sorriso. — Meno male. Buona giornata, Chloé. — Buona giornata, Antoine. Lo guardo allontanarsi, penso a Théo, penso a me, penso a tutta la strada che resta da percorrere. Per la prima volta, sento che è possibile. Possibile guarire. Possibile ricostruirsi. Possibile, un giorno, amare di nuovo. Ma non subito. Prima, devo imparare ad amare me stessa. E per questo, ho tutto il tempo del mondo.
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