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« Non l'amava... ma... la desiderava.

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Théo non l'aveva mai amata; ma quando si è innamorato di lei, per lei non c'era già più posto nella sua vita.Nel momento in cui Chloé Moreau ha avuto un aborto spontaneo, Théo Dubois festeggiava il ritorno del suo primo amore.Nonostante tre anni di presenza e dedizione al suo fianco, lui ha liquidato la loro relazione dicendo che lei era solo la donna delle pulizie e la cuoca di casa.Chloé ha perso ogni speranza e ha deciso di divorziare.Tutti i loro amici comuni sapevano che Chloé era nota per essere troppo dipendente affettivamente, impossibile da lasciare.— Scommetto che in un giorno Chloé tornerà mansueta.Théo ha risposto:— Un giorno? Troppo lungo, al massimo mezza giornata e tornerà da sola.Al momento del divorzio, Chloé ha deciso di non tornare più indietro; ha intrapreso una nuova vita, rilanciato la sua carriera messa da parte e iniziato a conoscere nuove persone.I giorni sono passati, e Théo non ha più rivisto Chloé a casa.Théo ha improvvisamente panico. Ma durante un vertice professionale, ha finalmente scorto Chloé, circondata da una folla.Si è precipitato verso di lei senza esitare:— Chloé, non hai ancora finito di fare la capricciosa?Antoine Girard si è bruscamente frapposto davanti a Chloé, lo ha respinto con una mano, sprigionando un'aura glaciale e intimidatoria:— Non toccare tua cognata.Lui non l'amava...

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CAPITOLO 1: L'OSPEDALE 1
Chloé Il silenzio di questa camera d'ospedale è assordante. Fisso il soffitto bianco, gli occhi asciutti, il corpo vuoto. Vuoto del bambino che ho portato in grembo per tre mesi. Vuoto delle lacrime che si rifiutano di scorrere. Vuoto di tutto, tranne che di questo dolore sordo che mi attanaglia il ventre e l'anima. I neon lampeggiano debolmente sopra di me, emettendo quel ronzio caratteristico degli ospedali, quel rumore che ho sempre detestato. Quello che ti ricorda che sei malata, che sei fragile, che non sei altro che un corpo tra altri corpi sofferenti in questo labirinto di corridoi sterili. Ho perso la cognizione del tempo. Quante ore sono rimasta qui, distesa su questo letto troppo duro, a guardare le lancette dell'orologio a muro girare instancabilmente? Il sole di mezzogiorno ha lasciato posto all'ombra della sera, poi all'oscurità della notte. Ora, una luce grigiastra filtra attraverso le tende alla veneziana. L'alba. Un nuovo giorno. Un giorno senza mio figlio. Le mie dita sfiorano meccanicamente il ventre, lì dove, solo ieri, posavo la mano immaginando il futuro. Un bambino. Il nostro. Dopo tre anni di matrimonio, dopo aver aspettato così tanto, dopo aver creduto che quel segno fosse l'inizio di una nuova partenza... L'infermiera è venuta più volte. Una ragazza alta e rossa dal sorriso dolce che mi ha misurato la pressione, mi ha offerto dell'acqua, dei calmanti. Ho rifiutato tutto. Voglio sentire il dolore. Quello vero. Quello che mi ricorderà che sono ancora viva, anche se una parte di me è appena morta. — Dovrebbe chiamare qualcuno, ha detto l'infermiera. Suo marito, un parente, un'amica. Non è obbligata a vivere tutto questo da sola. Ho annuito, senza rispondere. Il mio telefono è sul comodino. L'ho guardato centinaia di volte da ieri sera. Lo schermo nero, ostinatamente silenzioso. Ho chiamato Théo. Dieci volte. Venti volte. Forse trenta. Niente. Nessuna risposta. Nessun messaggio. Nessun segno. All'inizio, mi sono preoccupata. E se gli fosse successo qualcosa? Un incidente? Un malore? Ho chiamato gli ospedali, il pronto soccorso. Nessuno lo ha ricoverato. Poi la preoccupazione ha lasciato posto all'incomprensione. Perché non risponde? Vede le mie chiamate, certamente. Sul suo telefono appare il mio nome. Sa che sono incinta, che sono fragile, che il medico ha parlato di rischi... E ora, lui lo sa. Perché alla fine ho lasciato un messaggio. Il più difficile della mia vita. "Théo, sono in ospedale. Al reparto maternità. C'è stata una complicazione. Il nostro bambino... non c'è più. Mi dispiace. Sono così dispiaciuta. Richiamami. Per favore." La mia voce si è spezzata sulle ultime parole. Ho pianto per la prima volta mentre lasciavo quel messaggio. Poi ho aspettato. Tutta la notte. Niente. L'orologio segna ora le 7:42. Il giorno si alza sulla città. Fuori, Parigi si risveglia in un lontano rumore di traffico, di vite che continuano, indifferenti alla mia tragedia personale. All'improvviso mi ricordo di qualcosa. Un dettaglio che mi è sfuggito ieri, annegato nello shock e nel dolore. Ieri era giovedì. Il giovedì, Théo aveva una riunione fino a tardi, diceva. Nelle ultime settimane, tornava sempre più tardi il giovedì. "Pratiche importanti", "la pressione in ufficio", "il mio capo è infernale". Ho ingoiato queste scuse senza interrogarle, troppo occupata a preparare la cameretta del bambino, a leggere libri sulla genitorialità, a sognare questo piccolo essere che stava per arrivare. Perché non ho visto niente? Perché non ho sentito che qualcosa non andava? Un'infermiera entra, la stessa di ieri. Sulla targa c'è scritto "Sophie". — Buongiorno Chloé. Come si sente stamattina? Giro la testa verso di lei. Le mie labbra sono secche, screpolate. Non bevo da ore. — Come una morta vivente. Sophie si avvicina, posa una mano dolce sulla mia spalla. — È normale. Quello che sta vivendo è estremamente doloroso. Fisicamente e psicologicamente. È riuscita a contattare qualcuno? Scuoto la testa. — Mio marito non risponde. Lo sguardo di Sophie si vela di compassione, ma anche di qualcos'altro. Come se ne avesse viste troppe, sentite troppe. Come se conoscesse già il seguito di questa storia. — Vuole che provi a chiamarlo io? — No. Grazie. Riproverò. Sophie annuisce, controlla le mie costanti vitali, annota qualcosa sulla cartella. — Il medico passerà a visitarla in mattinata. Dovrebbe poter tornare a casa nel primo pomeriggio se fisicamente tutto va bene. Ma Chloé... si prenda cura di sé mentalmente. Questo genere di trauma non si guarisce in un giorno. Ne parli. Con qualcuno. Non resti sola con questo. — Non sono sola. Ho mio marito. Anche mentre dico queste parole, sento la menzogna. Non ho nessuno. Non stamattina. Non stanotte. Sophie esce. Il silenzio ritorna. Afferro il telefono con una mano tremante. Richiamo Théo. Squillo. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Segreteria. Riattacco senza lasciare messaggi. Ho già detto tutto. Le mie dita scorrono sullo schermo, apro i social network. Un'abitudine stupida, un riflesso per ammazzare il tempo, per non pensare. Me ne pento immediatamente. La prima foto che vedo è quella di Théo. Sorride. Raggiante. Brinda con una donna. Una donna che conosco. Che riconoscerei tra mille. Élodie. Il suo primo amore. Quella di cui parlava a volte con nostalgia. "Quella che è partita troppo presto." "Quella che mi ha insegnato ad amare." "Quella che non ho mai davvero dimenticato." La foto è stata postata due ore fa da un amico comune. Didascalia: "Ritorno alle origini! Troppo contento di rivedere questi due riuniti! #Amore #PrimoAmore #ComeAiBeiTempi" Il ristorante è elegante. Théo indossa la camicia che gli ho regalato per il suo compleanno. Élodie è magnifica, truccata, perfetta, la sua mano posata sul braccio di Théo come se fosse la cosa più naturale del mondo. La data sulla foto. Ieri sera. Mentre io perdevo nostro figlio, perdevo sangue, perdevo speranza in una camera d'ospedale sterile... Théo celebrava il ritorno del suo primo amore. Lo schermo del telefono diventa sfocato. Questa volta, le lacrime arrivano. Non sono lacrime di tristezza. Sono lacrime di rabbia, di umiliazione, di disperazione assoluta. Ingrandisco la foto. Guardo gli occhi di Théo. Quegli occhi che conosco a memoria, che ho visto spegnersi per me negli ultimi mesi. Brillano. Per un'altra. Il telefono mi scivola dalle mani, cade a terra con un tonfo sordo. Mi rannicchio nel letto, le ginocchia piegate contro il petto, il corpo scosso da singhiozzi silenziosi. Ho dato tutto. Tre anni della mia vita. La mia carriera messa da parte. I miei amici trascurati. I miei sogni dimenticati. Per lui.

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