Chloé
Perché fosse felice.
Perché avesse successo.
Perché mi amasse.
E lui, nel frattempo, mi aveva già lasciata. Nella sua testa, nel suo cuore, nelle sue notti. Non ero più sua moglie. Ero solo colei che gestiva la casa, che cucinava, che si occupava di suo padre malato, che era lì, disponibile, invisibile.
La domestica.
La parola risuona nella mia testa, crudele, precisa.
Quante volte ho sentito delle osservazioni? "Théo, sei fortunato, lei si occupa di tutto." "Chloé, sei un angelo a prenderti cura di lui in questo modo." "Lui non potrebbe vivere senza di te."
Ma lui, può vivere senza di me?
La risposta è lì, in quella foto. Sì. Può. Lo sta già facendo.
Le ore passano. Non piango più. Fisso il muro, lo sguardo vuoto. Il medico viene, parla, non lo sento. Mi porge delle ricette, delle carte, le prendo meccanicamente. Mi dicono che posso andare, mi alzo, infilo i vestiti che l'infermiera ha portato, gli stessi di ieri, macchiati di sangue secco.
Nel corridoio, incrocio donne incinte, radiose, accompagnate dai loro mariti. Mi sorridono, non sanno. Distolgo lo sguardo, accelero il passo.
Fuori, il sole è splendente. Una bella giornata di primavera. Gli uccelli cantano. La gente va per i fatti suoi. La vita continua.
Chiamo un taxi, do il mio indirizzo. Per tutto il tragitto, guardo scorrere le strade senza vederle. La mia mano poggia sul ventre piatto. Vuoto. Come me.
Arrivata davanti al palazzo, pago, scendo. Le gambe mi tremano. Ogni passo verso la porta è uno sforzo sovrumano.
L'ascensore. Il corridoio. La porta.
Entro.
La casa profuma di profumo. Non il mio. Un profumo inebriante, floreale, troppo presente.
Nell'ingresso, ci sono scarpe da donna che non conosco. Tacchi alti, eleganti.
Sul tavolo del salotto, due bicchieri da vino vuoti, una bottiglia di champagne quasi finita.
A terra, una giacca. Quella di Théo. E accanto, una borsa di lusso.
Avanzò, il cuore che mi martella nel petto. Salgo le scale verso il piano di sopra, verso la nostra camera. La porta è socchiusa.
La spingo.
Il letto è sfatto. Le lenzuola arrotolate su sé stesse. E sul pavimento, una vestaglia di seta, un vestito nero, della biancheria intima femminile che non è la mia.
Non mi muovo. Guardo questi oggetti come se raccontassero una storia che mi rifiuto di capire. La vestaglia, fine, delicata, abbandonata lì in un'urgenza di passione. Le lenzuola sgualcite, testimoni muti di ciò che è successo. Il cuscino, ancora segnato da due teste.
L'ha portata qui.
Nel nostro letto.
Nel letto in cui ho dormito accanto a lui per tre anni.
Nel letto in cui abbiamo fatto questo bambino che ho appena perso.
Le gambe mi cedono. Crollo contro lo stipite della porta, scivolo lentamente fino a terra, gli occhi sempre fissi su quella scena di disastro.
Non ho più lacrime. Più niente. Solo un vuoto immenso, un abisso che si apre dentro di me.
Il rumore della porta d'ingresso mi fa sobbalzare. Dei passi sulle scale. Delle voci.
— È stato incredibile, 'sta notte. Davvero, Théo. Perché abbiamo aspettato così tanto?
La voce di Élodie. Roca, soddisfatta.
— Lo so. Avrei dovuto chiamarti prima.
Théo. La sua voce. Quella che ho amato.
Arrivano in cima alle scale e si fermano di colpo.
Io sono lì, a terra, sulla soglia della porta, pallida come una morta, gli occhi cerchiati, i vestiti macchiati.
Lo sguardo di Théo passa dalla sorpresa all'imbarazzo, poi a qualcosa che non riesco a identificare. Fastidio? Senso di colpa?
— Chloé. Che ci fai qui?
La sua voce è piatta, come se io non avessi il diritto di essere lì. Come se fossi io l'intrusa.
— Io... ero in ospedale.
La mia stessa voce mi sembra lontana, estranea.
— Ho perso il bambino.
Il silenzio cade, pesante, opprimente.
Élodie guarda la scena, un sorriso appena dissimulato sulle labbra. Non dice nulla, si limita a passare davanti a me per entrare in camera e recuperare le sue cose, come se niente fosse.
Théo, invece, abbassa lo sguardo.
— Merda. Mi dispiace.
Mi dispiace. Una parola. Una sola. Non un gesto, non una mano tesa, non un passo verso di me.
— Tutto qui? sibilo.
— Cosa vuoi che dica? È triste, ovviamente. Ma non eravamo proprio pronti, comunque.
Le parole mi schiaffeggiano più violentemente che se mi avesse picchiata.
— Non pronti? ripeto, incredula. È nostro figlio, Théo. Nostro.
— Senti, non è il momento. Sei stanca, hai bisogno di riposo. Ne riparleremo più tardi.
Si avvicina a me, mi tende la mano per aiutarmi ad alzarmi. Non la prendo. Mi alzo da sola, appoggiandomi al muro, le gambe che vacillano.
Élodie esce dalla camera, la borsa in mano, perfettamente vestita come se uscisse da una rivista. Mi lancia un'occhiata, fredda, distante, e dice a Théo:
— Ti aspetto giù. Non fare troppo tardi.
Poi scende, lasciando dietro di sé il suo profumo inebriante.
Io e Théo ci guardiamo. Cerco nei suoi occhi una scintilla dell'uomo che ho sposato. Non trovo che un estraneo.
— Vado a riposarmi, dico infine, perché non so cos'altro dire.
— Sì, fai bene. Riposati. Ci sentiamo stasera.
Lui scende per raggiungere Élodie.
Entro in camera. Le lenzuola odorano di sesso, di profumo, di menzogna. Le strappo dal letto, le getto a terra, mi siedo sul materasso nudo, le mani vuote.
Sono a casa mia. Ma non sono più a casa mia.
Sono sua moglie. Ma non sono più sua moglie.
Ho appena perso un figlio. E mio marito festeggiava altrove.
Il telefono vibra in tasca. Un messaggio di Morgane, mia sorella:
"Tutto bene? Ti ho chiamata ieri sera ma non rispondevi. Dimmi che stai bene."
Guardo il messaggio a lungo. Poi rispondo:
"Posso venire da te?"
La risposta è immediata:
"Certo. Cosa succede?"
"Ti racconterò. Arrivo."
Mi alzo, prendo una valigia dall'armadio, ci butto dentro qualche cosa a caso. Passando davanti al bagno, vedo il mio riflesso nello specchio. Una donna che non riconosco. Occhi rossi, lineamenti tirati, capelli arruffati, sangue secco sui pantaloni.
Distolgo lo sguardo, continuo a riempire la valigia. Camicie, jeans, beauty-case, qualche libro, il computer. Niente di più. Non so per quanto tempo resterò via. Forse per sempre.
Scendendo, sento delle risate in salotto. Théo ed Élodie bevono un caffè, comodamente sistemati, come una coppia abituata a queste mattine.
Théo alza la testa vedendomi con la valigia.
— Parti? fa, sorpreso.
— Vado da Morgane. Ho bisogno di... aria.
— Quando torni?
La domanda è assurda. Ha una donna in salotto, nel suo letto, e mi chiede quando torno?
— Non lo so. Forse mai.
Élodie ridacchia dolcemente, nascosta dietro la tazza.
Théo si alza, si avvicina a me. Vuole posare una mano sul mio braccio, io indietreggio.
— Non mi toccare.
— Chloé, non fare storie. Possiamo parlarne con calma.
— Con calma? ripeto, la voce tremante. Passi la notte con un'altra donna mentre io perdo nostro figlio, la porti nel nostro letto, e vuoi parlarne con calma?
— Esageri. È stata solo una notte. Io e te, siamo...
— Siamo cosa? lo interrompo. Sposati? Perché io, ho l'impressione di essere diventata invisibile. La domestica, la cuoca, quella che si occupa di tuo padre, che gestisce la casa, che è lì quando hai bisogno di riordinare le tue carte. Ma tua moglie? No, Théo. Tua moglie è quella che è nel tuo salotto. Quella con cui passi le tue notti.
Élodie, dal divano, interviene con voce mielosa:
— Senti, capisco che tu sia arrabbiata, ma sai, l'amore non si comanda. Io e Théo abbiamo una storia...
— Tu, stai zitta, la taglio corto con voce glaciale. Tu non esisti per me. Non sei che una sbandata, un'avventura da quindicenne. Non credere di contare più di così.
Élodie alza un sopracciglio, divertita.
— È quello che credi?
— Basta così, dice Théo, imbarazzato. Chloé, vai da tua sorella se vuoi. Ne riparliamo quando ti sarai calmata.
Calmata.
La parola mi colpisce in pieno cuore. Lui pensa che io sia solo arrabbiata. Non vede il dolore, la disperazione, il crollo.
Afferro la valigia, apro la porta, e senza guardarmi indietro, dico semplicemente:
— Addio, Théo.
Non dico "a presto". Dico "addio". Come una fine.
Nell'ascensore, mi appoggio alla parete, chiudo gli occhi. Le lacrime che avevo trattenuto finalmente scorrono, silenziose, incontrollabili.
Fuori, il sole splende ancora.