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1583 Words
3 Domenica 11 marzo ore 9:00 Si era alzata di buon’ora anche quella domenica, come sempre. La prima cosa che aveva fatto era stata una colazione energetica, ma leggera: una barretta di cioccolato fondente e cereali arricchita con vitamine e minerali e una tazzina di caffè nero, per darsi la carica. Il cielo era terso, non una nuvola. Aveva aperto la finestra ed era uscita sul balcone con ancora il pigiama addosso: l’aria tiepida, tipicamente primaverile, perfetta per fare jogging. Quella mattina, niente palestra. Elena Macchi preferiva correre all’aria aperta, quando il tempo lo consentiva. Si accinse a rovistare nel cassetto del comò, in cerca del completo col pantaloncino nero a mezza gamba e la maglietta a mezza manica bianca. Si lavò velocemente denti e viso – avrebbe rinviato la doccia al rientro – e legò i capelli in una coda di cavallo con un laccio elastico spugnato. Prese dalla scarpiera le scarpe bianche che calzò sopra a un paio di calze da running col tallone rinforzato, infilò la felpa e si diede una rapida occhiata allo specchio a muro nell’ingresso, quindi prese dal mobiletto accanto all’attaccapanni gli occhiali da sole – non avrebbe mai potuto correre senza, con una luce così forte: i suoi occhi verde chiaro ne avrebbero sofferto – legò in vita il marsupio, nel quale ripose cellulare e chiavi della macchina, e uscì dall’appartamento, richiudendo a quattro mandate la porta blindata, poi infilò anche le chiavi di casa nel marsupio e si assicurò di chiudere bene la cerniera. Si avviò all’ascensore. Era appena stato chiamato al secondo piano. Avvertì il rumore della cabina che si apriva di sotto proprio in quel momento. Qualcuno stava entrando. La luce indicante il due si spense e l’ascensore cominciò a scendere. Il P.M. si avviò saltellando giù per le scale. Da bambina le piaceva fare la gara con l’ascensore: “Arrivo prima io!”, pensava sempre. Ma questa volta, nonostante l’impulso le scatenasse una scarica di adrenalina alle gambe, pensò che la gara sarebbe stata impari col vantaggio di un piano e decise di risparmiare le energie. Arrivata nel seminterrato, per poco non andò a urtare contro la figura accovacciata davanti alla cabina dell’ascensore. La nuova inquilina si stava allacciando una scarpa. Era vestita anche lei in tenuta da jogging. Elena Macchi si arrestò bruscamente, evitandola per un pelo. Carla Allevi sussultò. «Mi scusi, non intendevo spaventarla!», disse Elena. Carla si alzò da terra e le rivolse un sorriso. «Scusi lei, sono io che mi trovo in mezzo ai piedi, in realtà». «Anche lei a correre?», domandò la Macchi, abbozzando un sorriso a sua volta. Le ispirava fiducia la nuova inquilina: aveva tutta l’aria di essere una bella persona. «Già», confermò l’altra. Indossava una tuta molto vistosa di colore fuxia brillante con il marchio giallo e il pantaloncino decisamente corto che metteva in mostra un paio di gambe bene allenate, muscolose al punto giusto. Dalle scarpe gialle spuntava solo il bordo di un paio di calze molto corte, sicuramente un paio di fantasmini, fuxia come la tuta. Elena Macchi pensò fosse una buona soluzione per correre di sera ed essere visti dagli automobilisti, senza il rischio di venire investiti. Carla aveva i capelli molto più corti di quelli del P.M., un caschetto nero, che contrastava decisamente con il colore della divisa, difficilmente imprigionabili in una coda. Li aveva puntati con un mollettone dietro la nuca. «Dove corre solitamente?», si interessò Elena. «Dove capita», rispose. «Io sto andando alla ciclabile della Schiranna. Le va di venire con me?». Carla Allevi parve illuminarsi a quella proposta. I suoi occhi si aprirono in un sorriso. «Certo, molto volentieri!». «Andiamo con la mia macchina», si offrì la Macchi. «La uso solo nel week end e scalpita nell’attesa». Rivolse un sorriso scherzoso alla nuova vicina. La berlina bianca col tettuccio nero uscì dal garage e, non appena fuori dal cancello automatico, svoltò a destra e si avviò alla volta della Schiranna con a bordo le due donne. «Corri regolarmente?», domandò Carla, mentre si stavano avvicinando alla rotonda nei pressi del cimitero di Bobbiate. «Ti spiace se ci diamo del tu? Mi sento più a mio agio», aggiunse a giustificazione di quell’improvviso cambio di registro. Elena Macchi provò una sensazione piacevole. Non ricordava di essersi mai sentita così a proprio agio con una persona, prima di allora. C’erano parecchi anni di differenza tra loro, era evidente, ma la spontaneità, la genuinità dello sguardo e dei modi di Carla l’avevano conquistata da subito. Nel suo lavoro, il P.M. era abituato a ponderare tutto, a soppesare ogni parola, a leggere dietro al detto e al non detto, ma la trasparenza degli occhi di Carla Allevi parlava da sola. Aveva come l’impressione di conoscerla da sempre. La lady d’acciaio, com’era nota nell’ambiente di lavoro e non solo, che non dispensava facilmente sorrisi, voltò il viso verso la sua interlocutrice e la guardò con gli occhi sorridenti e le labbra che scoprivano una fila di denti bianchi, perfettamente allineati. «Certamente!», esclamò. Poi tornò a guardare la strada. Inforcata la rotonda, prese la seconda uscita e imboccò il discesone che portava alla strada del lago. «Che lavoro fai?», si interessò Carla. «Il Pubblico Ministero. Sono un magistrato». Carla Allevi rimase a bocca aperta. «Oh, cazz...! Cavolo!», si corresse immediatamente. «Non avevo mai conosciuto un P.M. prima!», esclamò. «Sei un pezzo grosso, una persona importante». «Tu dici?». Elena Macchi svoltò verso il parcheggio del Luna Park, di fronte al lungolago. C’erano già diverse auto. La giornata doveva avere invogliato la gente a fare attività all’aria aperta. Scesero entrambe dalla macchina. Elena infilò le chiavi nel marsupio che teneva legato in vita. «Pronta?», guardò Carla con aria di sfida. L’altra annuì con un cenno del capo. Cominciarono a correre lungo la ciclabile, che imboccarono non appena ebbero attraversato la strada di fronte al parcheggio, muovendosi in direzione Gavirate. La pista si inoltrava nel bosco, fiancheggiando la provinciale sulla quale sfrecciavano le auto a velocità sostenuta. C’erano alcune panchine posizionate in zone strategiche, quelle con vista lago oppure quelle a ridosso di grandi piante, dove la gente poteva trovare refrigerio dalla calura estiva. Ogni tanto, si apriva una spianata erbosa. In alcuni tratti, la pista si restringeva, costringendo a rinunciare a correre in coppia. Si trattava di zone che superavano piccoli corsi d’acqua, sormontati da ponticelli di legno. La natura rigogliosa, l’azzurro del lago, le aree attrezzate e i numerosi siti di interesse culturale che punteggiavano il lago rendevano il percorso uno dei più belli della provincia. C’era parecchia gente in giro quella mattina. Lungo la pista, il P.M. e Carla incrociarono coppie di anziani nella passeggiata domenicale, genitori con bambini piccoli sulle biciclette a rotelle, pattinatori della domenica, qualche ragazzo che correva col cane al guinzaglio, persone in mountain bike. Correvano affiancate. Carla aveva decisamente un bel passo, si capiva che era bene allenata, ma Elena Macchi non era da meno, nonostante i suoi quasi cinquant’anni. Continuarono a correre senza più parlare. Al P.M. venne da pensare che Carla si sentisse in soggezione, dopo averle rivelato il suo ruolo, ma forse si tratteneva per risparmiare il fiato nella corsa. Meglio così, pensava. Parlare svolgendo attività aerobica a quel livello le avrebbe comportato qualche difficoltà, non poteva negarlo. D’accordo l’allenamento, ma la differenza di età tra loro l’avrebbe sicuramente posta in condizione di svantaggio. Dopo aver percorso buona parte del tragitto, si ritrovarono nei pressi di uno spiazzo sul quale alcuni ragazzi giocavano a pallone, mentre delle ragazze azzardavano la prima tintarella, in maglietta e pantaloncini corti sul prato davanti al lago. C’erano alcuni bar in quel tratto della ciclabile. Elena propose una sosta. «Che dici, ci fermiamo un po’? Oppure preferisci continuare?». Carla rallentò il passo e finalmente parlò: «La verità?». Guardò la sua interlocutrice con occhi spalancati e senza attendere la risposta proseguì: «Sono sfinita». «Anch’io», rise Elena. «Dai, andiamo allo Snoopy a bere qualcosa: ce lo siamo meritato». Presero posto a un tavolino all’aperto, sotto il tendone. Non c’era nessun altro oltre loro: troppo presto per l’aperitivo, troppo tardi per una colazione. Arrivò subito una giovane cameriera a prendere le ordinazioni. «Perché non mi racconti qualcosa di te, ora?», cominciò. «Che cosa vuoi sapere?». Carla accavallò le gambe sudate. Le cosce si erano appiccicate alla sedia di plastica. «Che lavoro fai, per esempio, se sei fidanzata, dove abitavi prima di trasferirti...». «Spero non si tratti di un interrogatorio», scherzò la giovane. «Assolutamente sì», ribatté Elena Macchi. Carla la osservò un istante con espressione fintamente preoccupata. «Posso rispondere anche senza il mio avvocato?», scherzò. Elena rise dell’ironia pronta della nuova vicina. Era contenta di averla incontrata. Sentiva che da quel rapporto sarebbe potuto nascere qualcosa di buono. «Sono un’insegnante di lettere in ruolo da pochi anni e insegno all’Istituto Giacomo Leopardi, scuola media», cominciò. Furono interrotte dalla cameriera che giungeva con le ordinazioni. La ragazza pose il vassoio sul tavolino, sorrise e tornò sui propri passi, lasciandole sole. «Un’insegnante! Deve essere un lavoro faticoso», commentò Elena. «Avere a che fare con preadolescenti oggi non è uno scherzo». «Ti intendi di ragazzi?». «Mi è capitato di avere a che fare con preadolescenti nella mia professione», si affrettò a spiegare. «Sì, in effetti la mia è un’attività pesante e poco gratificante». Fece una smorfia eloquente più di qualsiasi altra spiegazione. Poi proseguì: «Prima abitavo a Luino con mia madre, vedova da diverso tempo, poi, ottenuta la cattedra a Varese, sinceramente non me la sentivo di fare avanti e indietro ogni giorno, specialmente considerando i rientri pomeridiani». «E così hai cercato casa vicino alla sede di lavoro e l’hai trovata», concluse Elena. «Non mi hai ancora detto se hai un compagno». Carla deviò improvvisamente lo sguardo. La mano che reggeva il bicchiere ebbe un lieve tremore, che non sfuggì allo sguardo attento della sua interlocutrice. Dopo un attimo di apparente smarrimento, l’attenzione di Carla tornò a posarsi su di lei. «No», rispose in tono fermo e conciso. La Macchi continuava a osservarla. Il linguaggio del corpo parlava chiaro: quella donna doveva avere avuto qualche grosso problema con l’altro sesso, forse una relazione finita molto male, pensò. Se quello fosse stato un interrogatorio, sarebbe sicuramente andata a fondo. Si pentì subito della propria indelicatezza. Non disse altro: non voleva in alcun modo mettere in ulteriore imbarazzo Carla e, soprattutto, quello non era un interrogatorio.
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