Capitolo 3L’albergatore era un tipo gioviale, perfino un po’ troppo. Niente di più facile che volesse lisciarsi il nuovo comandante dei Carabinieri. Tutto nella norma per uno come Vitale abituato a questo e altri trattamenti di riguardo.
“Mi stavo giusto domandando dove avrebbe alloggiato, dopo aver saputo del suo arrivo...”.
Nuovo, stavolta, atto della manfrina ‘segreti di Pulcinella’ ovvero come cavolo si fa a tenere riservati certi fatti in una minuscola comunità come Borgo B.
Quasi infastidito di tanta invadenza Sebastiano fu a un pelo dal girare i tacchi e andarsene. Vabbè, a pensarci, qualche rospetto come ultimo arrivato doveva pur ingoiarlo.
“Ha qualche preferenza particolare...”.
“Quali preferenze... mi serve una camera, possibilmente con servizio”.
“Ho proprio quello che fa per lei...”.
E dagliela! Se c’era una cosa che Vitale detestava era essere trattato diversamente dai comuni mortali, per il solo fatto di indossare una divisa. Tutto ciò gli sapeva di favoritismo sfacciato, di pastetta.
Non era per caso che quel giorno Vitale avesse le ‘balle in giostra’, che fosse irascibile più del solito? Niente di più facile, considerata la telefonata del colonnello Molisani, quello del ‘Vitale tappabuchi’. L’ufficiale aveva voluto sapere se era arrivato bene, se c’erano problemi, se casomai poteva essere di qualche utilità.
Il tono particolarmente amichevole quasi confidenziale – e uno come Seba se ne accorgeva lontano un miglio – gli sembrò un anticipo di vaselina per propositi facilmente intuibili. In poche parole, durata della permanenza: si vedrà dipende dalla ricerca del nuovo comandante; trattamento di missione: nisba per periodi brevi quindi ciccia; rafforzamento della dotazione in uomini e mezzi (magari un’auto nuova o semi): niente da fare. La Stazione da lì a poco sarebbe stata accorpata in seguito al nuovo progetto di ristrutturazione che avrebbe interessato la Legione Carabinieri di appartenenza. Mancava soltanto che dovesse pagarsi vitto e alloggio. E poco ci mancò dal momento che le spese doveva anticiparle lui stesso, salvo rimborso che sarebbe avvenuto; chissà quando.
E che cacchio! Era quella la maniera di trattare un sottufficiale con pluridecennale inappuntabile servizio nell’Arma, oltre tutto a un passo dalla più che meritata pensione...
Sarà mica stato per rifilargli un ‘pacco’? Vabbè Vita’, adesso non esagerare con i sospetti... Certe cose nella Benemerita non succedono. E poi, quale pacco? A essere diffidenti si poteva pensare che alla Stazione di Borgo B. fossero accaduti fatti insoliti fin allora coperti da riserbo. Proviamo a immaginare: droga, contrabbando con la vicina Svizzera, ‘mignottismo’ sfrenato e chi più ne ha più ne metta.
A Vita’ nun te allarga’: il saggio consiglio pronunciato da un vecchio maresciallo romano ogni tanto gli tornava utile, lo faceva tornare con i piedi per terra. In ogni caso adesso a farne le spese era il titolare dello pseudo grand hotel, un posto che sapeva di albergo a ore per coppie non proprio in regola, a cominciare dai loro documenti. E che altro? Borgo pur essendo località amena non poteva certamente definirsi luogo di villeggiatura frequentato da masse di turisti. D’accordo, aveva un’aria sicuramente più respirabile di quella milanese, serate più fresche che nelle piazze delle assolate località di pianura; poco più.
Del resto Vitale si era già occupato di regolarità dei registri negli alberghi vedendone d’ogni colore: dalle fughe precipitose in mutande di rispettabili cumenda alle preghiere singhiozzate di non far sapere agli ignari mariti le scappatelle di donzelle non proprio virtuose.
Neanche da mettere comunque in confronto con le retate di spacciatori, papponi, mignotte di strada e delinquenti incalliti. Roba da rimetterci l’incolumità personale oltre che la divisa. E Marisa ne sapeva qualcosa, sempre pronta alla bisogna con ago e filo.
Insomma, per non farla troppo lunga, Vitale si trasferisce armi e bagagli all’Azzeccagarbugli, un nome fra l’altro che si riprometteva di approfondire, non avendo evidentemente mai letto I promessi sposi. Poco male. In compenso poteva vantare ben altre benemerenze ‘culturali’ conseguite tramite l’attaccamento al dovere e la dedizione all’Arma che considerava la sua ragione di vita e non soltanto professionale.
Notizie dell’impiegata comunale? Niente di nuovo. Ormai di lei non si sapeva nulla da ben ventiquattro ore, un tempo che cominciava a suscitare apprensione tra famigliari e conoscenti.
A Vitale non parve vero di interessarsi a qualcosa d’inerente alle proprie funzioni oltre alle incombenze di routine che possono esserci in ogni sede decentrata dell’Arma.
A Dassereto aveva chiesto di vedere le denunce arrivate negli ultimi tempi: schiamazzi notturni, dispetti fra vicini, animali molesti, bisticci tra coniugi particolarmente vivaci arrivati alle mani. Robette che potevano risolversi tramite convocazioni e susseguenti conciliazioni più o meno amichevoli, con qualche bonaria ammonizione. Se non che, proprio al fondo della lista, qualcosa di insolito: furto di un trattore agricolo. Curioso, fosse almeno stata un’auto, una motocicletta, al limite una bici...
Ve’, sarà mica per quello che la Stazione stava per essere cancellata? Con i chiari di luna della crisi e la mania di tagliare al massimo le spese, qualcuno potrebbe aver pensato che fosse inutile una struttura territoriale che costava più di quel che ‘rendeva’.
Grosso errore di valutazione! Mai dare per scontato che il male e il delitto possano avere zone franche. Ma l’eventualità di un delitto in quel di Borgo che c’entrava?
C’entrava c’entrava...
Dassereto era una miniera di informazioni. Bella forza, oltre a servire da molto tempo alla locale Stazione era pure nativo di quelle parti. Non per niente a lui i borghini si rivolgevano parlando in dialetto, con tanto di püssé e ’ndem le uniche parole alle quali il sig. luog. riusciva a dare un senso, ovviamente dopo essersele fatte spiegare.
Più che alle chiacchiere di paese Vitale era ormai interessato in particolare alla donna scomparsa. Di tutto il resto gli importava poco: ovviamente per modo di dire. Il brigadiere non era comunque nato ieri; aveva capito l’antifona per non dire il latinorum di chi vuol fare finta di niente per mettertelo nel ‘fracco’. Vitale non era evidentemente il solo a macinare sospetti e speculazioni su presunti avvenimenti degni di essere approfonditi.
Dopo avere girato in tondo, il luogotenente si decise infine a entrare nel merito:
“Conoscevi Regina Messeri?”, dando del tu.
Figurarsi se l’altro non se l’aspettava. Facendo il finto sorpreso, tirò fuori un foglio con tutti gli appunti inerenti il caso.
“Nata a Viganò, nubile, segretaria d’azienda alla scuola serale di Lecco, assunta in Comune per chiamata diretta dall’ex sindaco Bartezzaghi, attivista nel sindacato pubblico impiego, factotum in parrocchia, vive con la sorella più anziana in un alloggio Gescal. Preferenze partitiche di centro sinistra pur senza tessere. Fa vita irreprensibile, mai una chiacchiera su di lei tranne la volta che ha dovuto subire un’aggressione di rilevanza sessuale da parte di un emigrato africano...”.
Vitale a quel punto sembrò risvegliarsi: un tic più che altro simile a una smorfia di disappunto apparve in un angolo della bocca.
Dassereto se ne accorse; si interruppe aspettandosi domande in proposito.
“Niente niente. Prosegua...”, passando ancora una volta al lei.
Prosegua un corno! A quel punto il luog. si sarebbe pure accontentato di quanto riferitogli.
Ce n’era abbastanza per farsi un’idea sempre più precisa.
E ti pareva! Quando Vitale sentiva odore di marcio nessuno lo batteva; prima di altri riusciva di solito a scovarne l’origine. I refoli di vento che tiravano a Borgo erano diversi dalle aure che spiravano fra le colline piemontesi, non foss’altro per il paesaggio e le differenze di eloquio. Sugli idiomi non si faceva eccessivi problemi; pur non avendo studiato francese o inglese, la sua versatilità lo faceva ritenere portato per le lingue. Anche perché – poco da fare – il crimine e il delitto hanno assonanze abbastanza simili in tutto il mondo.
A Dassereto domandò se in Stazione ci fosse uno dotato per il computer, uno di quelli che per istinto e capacità riescono a tirare fuori informazioni preziose da apparecchi ormai diffusi quanto ostici per buona parte dell’umanità.
“Maratelli! Vieni un po’ qua... Presento l’appuntato Giorgio Maratelli”
Scena successiva: sugli attenti e con la divisa in perfetto ordine, cos’altro di più per fare bella figura...
“Mi dicono che te ne intendi di computer e compagnia bella...”.
“Dipende dalla compagnia...”.
Sottile il tipo... Per non fare la figura dell’ignorante totale, il luog. cercò di darsi un tono:
“Immagino tu abbia avuto da fare con computer e smarfon”.
Vabbè, sorvoliamo sulle esatte pronunce. Dassereto e Maratelli si diedero uno sguardo d’intesa; Vitale si convinse d’aver che fare con tipi tutt’altro che sprovveduti.
“Insomma ci siamo capiti”.
“Agli ordini, ma le dispiace essere più preciso?”.
“Diciamo, in via del tutto teorica, mettere il naso fra le cose della... della... come è già che si chiama...”.
In certe situazioni, come questa, Vitale faceva il finto tonto; simulava d’essere smemorato, di restare nel vago, giusto per salvarsi eventualmente per rotto della cuffia con ipotetici chi l’ha detto, io?, quando mai... La scenetta di solito gli riusciva, tranne le volte, come questa, in cui menare il can per l’aia non aveva senso. I due carabinieri non avevano certo bisogno di essere imbeccati per capire che di mezzo c’era l’irreprensibile, fino a prova contraria, segretaria impiegata al Comune. Ormai se ne parlava in tutto il paese; le espressioni che andavano per la maggiore riferivano di ’na sciura insci brava, sarà mia sucedù vergot de brut?
Dassereto cercò di piantare i paletti nei posti giusti:
“Formalmente non saremmo ancora autorizzati... ci vorrebbe almeno una regolare denuncia di scomparsa”.
“E chi la dovrebbe fare ’sta denuncia? Nel frattempo la poveretta potrebbe pure essere stata sequestrata, aver bisogno di aiuto. L’avete messo in conto?”.
“Bè, proprio inattivi non siamo stati”.
“Brigadiere, si spieghi...”.
“Dopo l’aggressione subita da parte di un balordo allontanatosi da un Centro di identificazione, pure squinternato al punto di volerle alzare la gonna in mezzo alla strada davanti alla gente che passava, ci siamo dati da fare. Vero Maratelli?”.
E bravi! Vitale si sarebbe comportato allo stesso modo.
“Che cosa ne avete ricavato?”.
“Per forza di cose abbiamo deciso di star dietro alla donna senza darlo a vedere. Qualche esaltato poteva essere fulminato da spirito di emulazione. Il tutto ovviamente di nostra iniziativa, senza l’autorizzazione del magistrato che, se no... campa cavallo”.
Vitale dimostrava attenzione, faceva segni d’assenso. In sostanza al loro posto avrebbe fatto lo stesso, soprattutto se c’era da evitare di mettere in mezzo la Procura. Non per niente fra lui e alcuni ‘piemme’ non correva buon sangue: niente beninteso di particolarmente grave al punto d’uscire dai limiti della procedura penale; in ogni caso un pizzico di disistima e di affrancamento, né più né meno di una sottile antipatia mascherata da formale ossequio alla Autorità Giudiziaria.
Vitale aveva visto più d’una volta vanificate, per un cavillo, settimane di pedinamenti e appostamenti nei confronti di perditempo che oziavano per le strade nell’attesa di piazzare dosi e forniture di droghe d’ogni tipo. Con lui, le bande specializzate in rapine e furti negli appartamenti avevano vita dura, al pari dei racket più o meno estesi che sfruttavano l’ingenuità, ma anche la maliziosa avidità, di donne straniere venute in Italia col mito dell’Eldorado poi costrette a battere marciapiedi e squallidi cigli di strade fra paracarri e cumuli di rifiuti.
Insomma, per dirla tutta, in certi momenti Vitale aveva l’impressione che alcuni magistrati facessero il tifo più per i presunti poveri migranti che s’arrangiavano per campare, che per le forze dell’ordine. Ovviamente erano convinzioni che teneva per sé, al massimo le condivideva con alcuni colleghi coi quali non doveva dire tante parole per intendersi.
“Immagino che abbiate scoperto qualcosa di interessante”, intervenne a proposito dell’indagine diciamo così fatta in casa...
“Come no! Il quadro che ne è uscito tratteggia una personalità in pratica con una doppia vita...”.
“Provo a immaginare: la signorina tutta casa lavoro e chiesa si concedeva qualche diciamo... libertà di nascosto”.
“Dice bene. È chiaro che oltre a un certo limite non siamo andati, sennò altro che legge sulla privacy...”.
“Sa che le dico caro brigadiere: avet fatt tant ben”.
Sarà poi stato pronunciato in corretto accento brianzolo? Se no, poco male. Importante il concetto; come dire che fra il sig. luog. e i suoi uomini si stava instaurando un clima di reciproca stima foriero di collaborazioni sempre più proficue.
Da uno scrupoloso osservante del dovere come lui c’era da aspettarselo. Pur nella condizione di comandante né carne né pesce, passibile di essere allontanato da un momento all’altro con tanti saluti, magari nel mezzo di qualche operazione poliziesca degna di questo nome, Vitale che ti fa? Qualcosa che, in termini non certo salottieri, si potrebbe definire ‘pararsi le chiappe’. E va’ a dargli torto! Nell’incertezza della sua posizione (interim, di passaggio o vattelappesca) meglio cercare gli appigli giusti, chi sa mai che qualcuno avesse da ridire sulle eccessive libertà prese da uno che in una Stazione carabinieri prossima alla chiusura doveva soltanto fare numero.
Messe a punto le considerazioni del caso a chi rivolgersi?
Cellulare, numero riservato:
“Pronto, colonnello Molisani? È Vitale che parla...”.
Preso alla sprovvista, l’ufficiale credette dapprima a uno che avesse sbagliato numero; erano pochi infatti coloro che avevano il privilegio di conoscerlo.
“Chi? Forse si è sbagliato... Lei chi è...”.
L’altra parte del telefono cominciava a ‘fumare’. Poco mancò che ci scappasse qualche irriguardoso e spazientito ‘vaffa’. Vitale cercò comunque di contenersi. Col tono più suadente di questo mondo replicò:
“Quello che fra un po’ sarà insignito dell’onorificenza al merito tappabuchi”.
Molisani si rese conto d’aver fatto una topica; cercò di rimediare buttandola sul faceto:
“Carissimo... Immagino che l’aria buona del lago le faccia bene. Mi dica, come si trova?”.
Che fare, mandare a quel paese oppure...
“A parte l’aria, vorrei informarla su certi particolari inerenti alla mia funzione di comandante messo su con l’attaccatutto”.
Se avesse potuto dire quel che pensava, Molisani se ne sarebbe uscito con: il solito, gli dài un dito e si prende il braccio. Braccio o non braccio, il colonnello mai più immaginava di dover assumere il ruolo di confessore, per di più con un sottoposto di cui conosceva ben poco oltre al fatto che era uno che in divisa sapeva il fatto suo.
Intuendo quel che si sarebbe sentito dire, tornò a miti consigli.
“Dica pure, in che cosa posso esserle utile...”.
Oh e ci voleva tanto?
C’era forse da dubitarne? Sennò questo che ‘giallo’ sarebbe...
Allora? Bell’e servito il delitto, anche se al momento gli elementi in possesso ai Carabinieri erano frammentari e poco chiari.
Procediamo con ordine. Regina Messeri esce dal suo ufficio che occupa come impiegata presso il Comune intorno alle diciotto d’un venerdì di fine settembre. Dopo scompare; non la si vede nemmeno all’oratorio di Santapollinare dove di solito si ferma e dove occupa una scrivania messale a disposizione del parroco don Scipione in quanto responsabile dell’Ufficio Voluntas tua che si occupa principalmente di aiuti alle famiglie disagiate residenti nell’area comunale.
Quando si trattiene più del solito avverte la sorella Mercedes per tranquillizzarla, sorella che ha già i suoi anni e con problemi di deambulazione che la obbligano su una sedia a rotelle. Intorno alle nove di sera – non vedendola arrivare – Mercedes chiama in parrocchia per avere notizie.
“Regina non è qui; anzi non si è vista proprio per niente. Fra l’altro doveva venire per depositare una raccolta di offerte. Lei signorina Mercedes ne sa qualcosa?”.
Figüres! L’anziana sorella cade dalle nuvole; le sue preoccupazioni cominciano a montare di intensità. Chiama i vicini dell’alloggio che occupa nella casa di Borgata Paradiso: L’è mia turnà? Sciura Mercedes se ha bisogno...
In definitiva, tutti che si agitano ben sapendo le condizioni della congiunta invalida; a un certo punto si fa vivo pure il parroco. Come niente, all’ingresso della palazzina si forma un assembramento che s’ingrossa man mano che la gente si ferma a curiosare.
“Chi, la Regina, ciusca... Ma se l’ho vista stamattina in municipio... Era perfino allegra più del solito, lei che non dà mai confidenza...”.
Bè, da non crederci: fra la gente ferma a commentare c’era pure un uomo di mezza età in maniche di camicia e braghe stazzonate, che se ne stava sulle sue ma che si poteva immaginare fosse molto interessato alla vicenda. E chi era mai costui? Provate a immaginare: Vitale; in incognito e senza divisa non si distingueva dai paesani vocianti che sembravano tirare in lungo su un fatto decisamente insolito come il ritardo incomprensibile di una donna conosciuta in tutto il paese.
Pure prevedibile che nessuno facesse caso a lui: uno in più uno in meno, complice il sopravanzante buio della notte, chi notava? Ovviamente si guardava bene dal partecipare alle animate discussioni: dette poche parole tutti si sarebbero accorti che era uno di fuori, per di più con accento tarun.
O bella e perché mai il nostro eroe si sarebbe scomodato dal ristorante dell’albergo dove fra l’altro stava gustando un risotto allo zafferano niente male, non i soliti di Marisa che non le riuscivano mai nonostante fosse una cuoca coi fiocchi: meglio sicuramente i suoi tajarin e gli agnolotti al plin fatti in casa... Ma non è il momento di divagare.
Alle prime voci riguardanti la probabile scomparsa della signorina Messeri – eh sì, in certe cose i Carabinieri ci arrivano prima di altri – Vitale pensa sia opportuno verificare di persona.
Dice a Dassereto di chiamare in parrocchia, poi all’abitazione dell’impiegata. Posato il ricevitore, il brigadiere si esprime con una mimica (pollice e indice a forma di pistola rotante) molto espressiva per significare ‘niente’.
“Secondo te?”.
“Mai successa una cosa simile, da quando son qui...”.
“C’è da pensare male?”.
“Bene no di sicuro...”.
“Mi dici dove abita?”.
“Posso accompagnarla...”.
“Meglio di no. Vedendo la macchina dei carabinieri con la luce lampeggiante qualcuno potrebbe agitarsi, perdere la spontaneità in una eventuale testimonianza a caldo...”.
“Come vuole...”.
Pedibus calcantibus ovvero a piedi.
E meno male che non c’era tanta strada da fare.