Capitolo 2

3087 Words
Capitolo 2“Luogotenente, agli ordini...”. All’ingresso, sotto la dicitura Limite invalicabile, era apparso il brigadiere Ettore Dassereto, uno degli elementi della peraltro non numerosa rappresentanza in forza alla locale Stazione. Statura superiore alla media, accento settentrionale, sguardo accattivante accentuato da occhi d’un azzurro intenso. Vitale rispose con un cenno del capo, senza scomporsi. “Prego, l’accompagno...”. Anche a occhi chiusi Sebastiano avrebbe potuto descrivere l’ambiente, persino l’odore era prevedibile; il suo olfatto aveva ormai creato una specie di catalogo adattabile a ogni circostanza. A onor del vero ne aveva perfino odorati di peggio e non certo per scarsa igiene, ma semplicemente per carenze di personale addetto alle pulizie che di solito si limitava a rimuovere il ‘più grosso’ trascurando i particolari. Quasi d’istinto aprì la porta di quello che a prima vista sembrava il cosiddetto luogo di decenza, un vano solitamente lordato da gente che anche nei bisogni corporali voleva dimostrare il proprio disprezzo nei confronti delle forze dell’ordine. Dassereto non fece una piega, come se si aspettasse l’eventualità di un superiore pignolo in vena di ispezioni. Portarotolo di carta igienica fornito, tazza del water passabile, persino colmo il contenitore di sapone liquido. L’apparecchio che doveva soffiare aria calda alle mani appena lavate non funzionava e l’espressione rassegnata del brigadiere ne faceva conferma. “Ho inoltrato l’ordine di acquisto...”. Vitale fece segno di sorvolare. L’esame cesso sostanzialmente superato. “Vediamo il resto...”. Dassereto precedette; mostrò l’ufficio riservato al comandante, un ambiente che Vitale s’era forse sognato di notte tanto era prevedibile: scrivania, sedie, armadio di legno chiaro, non proprio lustri come sarebbero dovuti essere; e fin lì transeat. Vitale prese posto al sedile dietro la scrivania che nell’inventario del mobilio poteva per eccesso essere indicato come ‘poltroncina’. Il rivestimento in similpelle stava tirando gli ultimi, in alcuni punti specie sugli appoggia gomiti sembrava non poterne più. Vitale provò a immaginare i comandanti succedutisi su quello stesso sedile: le loro preoccupazioni, gli interrogatori spesso drammatici. Unica consolazione la vista amena dei colli che si vedevano dalla finestra. Come se avesse intuito ciò che in quei momenti passava per la testa, il brigadiere spiegò che verso nord c’era il lago, le cui acque confinavano con la Svizzera, mitica meta di contrabbandieri e spalloni che imboscavano denari oltre confine. Intuita la destinazione, Vitale si domandò se la materia specifica fosse di sua competenza; se non altro avrebbe potuto guardare com’era fatto in carne e ossa uno di quelli che, gerla più o meno in spalla, violava come se niente fosse le leggi valutarie italiane. “Di solito se ne occupa la Finanza”, lo anticipò il graduato, con la stessa nonchalance che avrebbe adoperato per spiegare che dopo il sabato viene la domenica. Vitale aprì e richiuse i cassetti della scrivania accorgendosi che uno degli stessi non scorreva come avrebbe dovuto. “A volte basta passarci il sapone secco...”, aggiunse in tono distratto. Per la prima volta diede l’impressione di volersi scrollare l’aspetto di severità, peraltro prevista, tipica del superiore che non vuole dare confidenza. Fra i due sembrò sciogliersi la riservatezza che di solito accomuna gli sconosciuti di buona volontà, ai quali peraltro bastano pochi sguardi e limitate parole per poi intendersi. A Vitale fu sufficiente l’atteggiamento rispettoso senza fronzoli del sottoposto unitamente al suo sguardo limpido privo di sotterfugi, per affidarsi come diceva un suo anziano maresciallo d’origini sarde. Del resto era fatto così: le prime impressioni per lui contavano molto; i compiti che svolgeva lo costringevano spesso a decisioni immediate quanto gravose tali da sconvolgere le sorti di uomini e donne rispettosi oppure menefreghisti nei confronti della Giustizia. Decisioni che spesso scaturivano dall’istinto e dalla esperienza, anche se ogni volta passibili di contro repliche di sapore amaro, come le peraltro poche volte in cui innocenti furono accusati di reati particolarmente odiosi come percosse alle donne e molestie ai bambini. Vitale l’aveva nel gozzo ma non si decideva. Infine ruppe gli indugi, a costo di apparire banale e perfino prevedibile: “Solitamente di cosa vi occupate...”. Subito dopo se ne pentì, ebbe timore di aver dato una pessima immagine di comandante con la puzza sotto il naso che non sa immedesimarsi nei problemi contingenti. In sostanza, quel “vi” poteva pure risparmiarselo; meglio sarebbe stato un più convincente “ci”; vabbè, un piccolo autogol all’inizio ci poteva pure stare. La partita si presentava lunga prima del fischio finale, vale a dire il probabile arrivo del nuovo comandante di Stazione che Vitale era stato chiamato a sostituire in via provvisoria. “Pronto Marisa...”. “Chi non muore si risente...”. Momento di sconcerto, poi a mente fredda: “Ma che dici... Ci siamo sentiti non più tardi di ieri pomeriggio!”. “Avevo un bel stare al telefono ad aspettarti...”. Scenette non insolite di casa Vitale: lui preso dal lavoro, lei che si crede al centro dell’universo, al punto di sentirsi sempre trascurata. “Solo per dirti che ho preso possesso del comando”. “E come ti trovi?”. “Un po’ presto per dirlo. In ogni caso le prime impressioni non sono male. Ho un brigadiere, un graduato e uno scelto ai miei ordini. Anche un altro che adesso non c’è; dev’essere in permesso o malattia”. “Non sono pochini?”. “In effetti sì. Da quel che ho capito è una Stazione destinata a essere incorporata...”. “E hanno chiamato te per fare da becchino? Ce l’hai almeno la corona da morto...”. E dagli, quando la signora Vitale voleva essere sgradevole ci sapeva proprio fare; da parte di lui non rimaneva che abbozzare, far finta di niente. Rimaneva pur sempre prigioniero d’una specie di complesso che sin dagli inizi del rapporto con Marisa lo inibiva. Ovvio che ne facesse un problema più grande di quanto fosse nella realtà; in ogni caso la differenza d’età (lui più anziano d’una quindicina d’anni) unita alla origine meridionale (sì, a quei livelli) e sopra ogni altra cosa la bella presenza di lei che faceva risaltare in negativo l’aspetto fisico non esaltante del marito pesavano non poco sulle eventualità di dissidio tra i due. In parole povere, l’uomo in divisa paventava come pericolo incombente la possibilità di essere ‘schienato’ (come si dice a Torino la stessa città dove Vitale aveva fatto gavetta) dalla dolce metà. Del resto, l’acume dell’investigatore gli faceva notare che la signora era spesso oggetto di sguardi tutt’altro che innocenti da parte di ganimedi più o meno improvvisati. Non che qualcuno si prendesse inopportune libertà, ci sarebbe mancato altro. Il brigadiere successivamente promosso maresciallo e in ultimo asceso a luogotenente sarebbe pure stato capace di fare uno sproposito. Alla fin fine, Marisa si comportava da perfetta donna di casa, senza grilli per la testa, incapace anche soltanto al pensiero di lasciarsi andare a comportamenti poco consoni alla dignità d’una consorte d’un uomo di legge. Vabbè, ogni tanto a lei scappavano espressioni che a estranei potevano perfino sembrare ingiuriose che si riferivano alle di lui provenienze dal ‘tacco’ (inteso come estremità geografica meridionale) oppure alla condizione di inguaribile tarun, senza escludere (nei momenti di particolare tensione) l’epiteto biocca da maresciallo in voga dalle parti di Marisa diffusa dai giovani reduci dei Centri Addestramenti Reclute – quando ancora la leva era obbligatoria – sottoposti alla dura disciplina dei graduati. Occorre tuttavia dire che Sebastiano ci aveva fatto il callo, sapeva che Marisa non lo diceva per astio o cattiveria. Anzi, per lei erano esteriorizzazioni affettuose anche se fuori del lessico famigliare che si ispira al bon ton. Tornando alla telefonata: “Credo in valigia di averti messo tutto il necessario. Se ti manca qualcosa fammelo sapere. A proposito, ho aggiunto un libro che parla della Carmen. Da come si presenta sembra avere i suoi anni. Di solito di libri tu non ne compri, almeno che io sappia...”. “Me l’aveva dato don Liborio, il parroco del mio paese. Un regalo per compensare la mia partecipazione alla banda parrocchiale...”. “Questa è bella. Non m’avevi mai detto che sei capace di suonare uno strumento. E quale, se si può sapere...”. “Roba da poco per un solista... il bassotuba”. “Fammi capire...”. “Uno strumento a fiato, un trombone che di solito fa da contrappunto... Hai presente: pon pon pon”. “E che fine ha fatto?”. “Quando mi sono arruolato ho dovuto lasciarlo. Del resto non era neanche mio, faceva parte della dotazione offerta dalla Cassa di Risparmio”. “Un musicista in famiglia: e chi l’avrebbe mai detto...”. Morta lì. Almeno per il momento. Marisa avrebbe saputo soltanto in seguito la storia che legava l’estro musicale del marito a una vicenda penosa, qualcosa che aveva da fare con l’immortale opera lirica del compositore francese Georges Bizet; la Carmen per l’appunto. Vitale decise per il solito giro ‘pastorale’, così definiva le sue incombenze di rappresentante dell’Arma obbligato, se non a genuflettersi, perlomeno a presentarsi ai maggiorenti del paese. Nella circostanza non c’era molto da scegliere: sindaco, farmacista, titolare dell’albergo all’inizio dell’abitato giusto per sapere chi viene e chi va; in ultimo pure il parroco, più che altro per ruffianeria dal momento che mai e poi mai da un prete avrebbe saputo le marachelle, per non dire di peggio, sussurrate in confessionale. In aggiunta c’era la scuola elementare: tre classi, cinque insegnanti tutte donne, un dirigente scolastico come pomposamente si autodefiniva nel suo biglietto di presentazione. Col sindaco l’incontro fu breve, perfino sbrigativo: poche parole, ‘piacere, onorato, è la prima volta che viene da queste parti?’. Vitale avrebbe potuto rispondere d’aver avuto occasione di conoscere Monza e dintorni, ma non reputò il caso di scoprirsi più di tanto. Meglio fare il finto tonto che essere etichettato a priori. L’appuntamento col primo cittadino era stato combinato grazie alla impiegata tuttofare che svolgeva mansioni di segreteria e quanto necessario in un’ala di palazzo un tempo dimora di signori del luogo e in seguito adattata a sede comunale. Vabbè, sara pure stato fissato con i sentori, non di meno quanto da lui odorato nell’anticamera del sindaco gli fu familiare: qualcosa di già sentito, un misto di carta, legno stagionato, timbri impregnati di inchiostro. Pure l’applicata di segreteria, stavolta nessun titolo reboante, si presentava in modo consono all’ambiente: capelli biondi (ossigenati?) e corti, occhiali da vista con montatura quasi invisibile che metteva in risalto l’azzurro intenso dei suoi occhi (qualcosa di simile per capirci alle iridi del brigadiere, doveva essere una caratteristica del luogo). Per il resto statura più bassa che alta, fianchi pronunciati, polpacci arrotondati, denti anteriori da leprotta; in definitiva più racchia che bella. La salvava il timbro della voce: un misto di gorgheggio e raucedine che arrotondavano la pronuncia schiettamente lombarda. Età? Tra quaranta e cinquanta, un periodo che in particolare nella donna nubile (figurarsi se Vitale non avesse subito allungato lo sguardo per scorgere vere matrimoniali al dito) di solito tende ad assestarsi verso condizioni esistenziali stabili: felici o meno, secondo i casi. Maschilista del resto Vitale lo era, inutile negarlo; un po’ per attitudine ‘terrona’ un po’ per abitudine a catalogare le persone con metodi sbrigativi, per non dire un tanto il chilo. In sostanza, il giudizio tra il misogino e il canagliesco, che la sua capacità di catalogazione fisionomica gli offriva sul momento fu: contro ogni tentazione. Roba che se solo si fosse azzardato a dire in una infuocata riunione di femministe avrebbe perso i pochi capelli che ancora gli rimanevano in testa... Di solito, Sebastiano aveva buona memoria per i nomi, stavolta invece non avrebbe saputo ripetere quello della donna. Il che era strano. Forse perché la sua attenzione fu tutta concentrata sui di lei caratteri fisici. A ogni buon conto, parlando del più e del meno col sindaco, ne domandò il nome: Regina, Regina Messeri. Mitti in ’da sacca (come al suo paese diceva cumpà Peppe noto per la sua parsimonia esistenziale): un elemento in più acquisito sul fronte delle conoscenze personali in un ambiente ancora tutto da scoprire. Come si chiamava il sindaco lo ricordò invece senza problemi; anche perché le attenzioni verso di lui erano circoscritte al ruolo e alla (un’altra deformazione professionale) presumibile correttezza nello svolgimento dei pubblici uffici. Mario Messori; non Messeri, per capirci. Il sopralluogo alla casa comunale del brüsa cör (altro modo di dire appreso in quel di Torino per indicare incombenze noiose e poco gradite) era stato eseguito. In ogni caso, in quei momenti mai avrebbe potuto immaginare che non più tardi dell’indomani Regina Messeri sarebbe scomparsa. La sorella anziana non l’aveva più vista dalla sera precedente. Sentiti vicini, negozianti, finanche il prete casomai si fosse confidata con lui: niente, come volatilizzata. Biancheria e vestiti in ordine nei cassetti e nell’armadio; niente quindi che potesse far pensare a un viaggio improvviso. E poi per andare dove? A sentire la famigliare di solito le sue escursioni arrivavano fino a Lecco, massimo Milano. A ogni modo era presto prima di procedere per una formale denuncia di scomparsa. Presa visione della disponibilità dell’alloggio in Stazione, Vitale decise di non usufruirne. In teoria poteva farsi raggiungere dalla consorte e fare vita di ammogliato sul luogo di lavoro, come del resto era abituato da tempo; in pratica però la contingenza lo sconsigliava. L’arrivo di Marisa con il suo bagaglio avrebbe comportato qualche disagio, soprattutto se visto in prospettiva; il trasferimento a Borgo sarebbe stato sicuramente breve, anche se – con le evenienze mai da escludere legate alle particolari incombenze d’un comandante di Stazione – non si poteva mai dire. Marisa era oltre tutto impegnata a rendere abitabile la casetta fra le vigne ricavata da un autin, come in certe zone del Piemonte vengono indicati i casotti un tempo adibiti a riparo di attrezzi agricoli e in seguito ristrutturati come residenze in zone doc produttrici di vini. Lo stesso Sebastiano s’era attivato dando una mano nei lavori di rifacimento. L’autin era inteso come coronamento d’una vita a due finalmente liberata da obblighi di orario e da qualche sacrificio. Non, beninteso, che se la passassero male; anzi, il trantran quotidiano non sempre regolare di lui veniva compensato dalla pazienza e la dedizione di lei, anche se Marisa mal sopportava gli orari imprevedibili (e come poteva essere diversamente per un servitore dello Stato a disposizione ventiquattro ore su ventiquattro!) che mettevano a dura prova l’ambizione di ogni donna maritata di avere una regolare vita domestica. Oramai non si contavano le frustrazioni, spesso tenute in sé dopo ore e ore ai fornelli, che emergevano quando un piatto particolarmente ben riuscito rimaneva poi a raffreddarsi a causa dei ritardi dovuti a motivi di servizio, peraltro all’ultimo momento annunciati e talvolta causa di giustificate apprensioni. Erano le volte che lui rientrava con la faccia stravolta e la divisa stazzonata se non addirittura strappata: allora il bacetto di benvenuto veniva subito arrestato dalla risoluta mano di lui che allontanava, segno che prima di sfiorare la mogliettina voleva lavarsi le mani. In quei casi del tutto inutili le domande del tipo: dove sei stato, hai arrestato qualcuno, che ti è successo... Mai e poi mai – e del resto era un’abitudine consolidata – l’integerrimo sottufficiale dell’Arma si sarebbe fatto sfuggire il minimo riferimento sulle attività riguardanti la sua ‘missione’ di uomo di legge tutto d’un pezzo. Marisa ormai conosceva il suo ‘pollo’, gli atteggiamenti in apparenza scontrosi del marito erano pane pressoché quotidiano; non di meno ci soffriva. Per lei era ogni volta un amaro calice che frustrava la sua pretesa nobile quanto difficile da realizzare di rendere il più piacevole possibile la vita del marito. A lungo andare, pur non dandolo a vedere, diventava irascibile, pronta a scattare per semplici inezie. In questi casi di ‘paturnie’ con musi persistenti più o meno prolungati, in casa si assisteva a una specie di ping pong fatto di mezze parole e gesti sprezzanti; erano le volte che piatti, tazze e statuette di poco pregio ne facevano rumorosamente le spese. Sebastiano non batteva ciglio, si limitava a raccogliere pazientemente i cocci, preoccupato più che altro dai rumori insoliti che potevano essere uditi al piano di sotto, dove operavano i militari ai suoi ordini. Qualche volta addirittura scendeva per accertarsene, col risultato che gli stessi – ormai a conoscenza delle vivaci reazioni peraltro sporadiche della signora – si scambiavano maliziosi sguardi d’intesa uscendo con ironiche domande del tipo: maresciallo possiamo essere utili? In quei casi Vitale non sapeva se rimanerci male più per i dissapori, peraltro passeggeri, in famiglia oppure per le figure barbine con i sottoposti. E meno male che subito dopo risaliva il piano non vedendo la mimica in particolare del brigadiere che con occhi ‘pallati’ faceva il segno delle botte con la mano: il tutto ovviamente con bonaria ironia e senza che l’immagine di irreprensibilità del comandante venisse minimamente scalfita. Tutto ciò per dire che Vitale accantonò l’idea di farsi raggiungere dalla dolce metà. Nei pochi (ma sarebbero poi stati tali?) giorni da trascorrere a Borgo in quel di Brianza avrebbe trovato sistemazione in albergo. Il titolare del grand hotel (con qualche pretesa) Azzeccagarbugli era del resto nell’elenco dei personaggi che contava di incontrare. Prima di lui però nella lista aveva aggiunto, all’ultimo momento, il curato di Santapollinare, tale... Vabbè, in seguito il nome del prete non avrebbe avuto difficoltà ad ricordarlo. Come in ogni indagine, di solito Vitale preferiva maturare un’opinione diretta sul campo, non farsi influenzare dai si dice e pissi pissi bao bao di paese. Stavolta però decise diversamente, come se per lui il fattore tempo fosse inevitabile. Tutto ciò per il suo istinto che gli faceva presagire possibili difficoltà nell’espletamento delle sue funzioni, quelle almeno da lui ritenute indispensabili. In definitiva stava maturando l’idea che dietro alla scomparsa della applicata di segreteria tutta casa lavoro parrocchietta (e sbrigativamente giudicata ‘contro ogni tentazione’) si nascondesse qualcosa di molto più serio d’una semplice scarpinata intercomunale. E se lo pensava lui... “Brigadiere, volevo informarla sulla mia sistemazione provvisoria...”. Dassereto era appena rientrato dal consueto giro di perlustrazione a bordo della macchina in dotazione (una Fiat Punto della quale non si poteva certo dire fosse appena uscita dalla linea di montaggio); aveva tirato fuori dalla tasca, con una certa enfasi, il bollettario delle multe posandolo sul tavolo, neanche dovesse dimostrare di aver regolarmente occupato il tempo facendo il proprio dovere. Una preoccupazione eccessiva: l’ultima cosa a cui pensava il luog. era che il graduato fosse andato a farsela bene trascurando i propri doveri. Segno che un po’ di diffidenza permaneva, che l’arrivo di un superiore proveniente da chissà dove era interpretata come una sorta di ispezione generale. A dare una simile impressione, Vitale non ci pensava lontanamente. Non di meno si convinse fosse opportuno sgomberare il terreno da ogni equivoco, magari accantonando la saggia regola di diffidare preliminarmente ogni qual volta si trovasse in ambienti nuovi con personaggi al momento sconosciuti. In ogni caso toccava a lui fare il primo passo al fine di superare ogni barriera che potesse frapporsi al buon funzionamento di una pur minuscola comunità di uomini chiamati a svolgere compiti delicati e che al tempo stesso potevano prevedere l’uso della forza. “Dove siete stati?”. “All’incrocio di Tonetto, dove capita un incidente si può dire un giorno sì e l’altro anche...”. “Un punto pericoloso...”. “C’è un progetto di circonvallazione, ma chissà quando la faranno...”. “Adesso vada a prendersi un caffè, poi venga da me...”. Nel suo ufficio, Vitale ancora stentava a sentirsi a proprio agio. Non mancava per la verità niente di essenziale: portapenne, matite, perfino temperino e una gomma peraltro annerita, di quelle che più che cancellare macchiano il foglio. Il telefono ‘fisso’ non era d’ultimo grido, anche se non antidiluviano. Telescrivente e telecomunicazioni on-line si trovavano nelle altre stanze con ai comandi il solito genietto del computer che negli ambienti non manca mai. Un tipetto interessante da incontrare, senza dare l’impressione di voler anticipare tutto senza criterio. Una cosa per volta, anche nel conoscere a uno a uno i componenti del personale in forza alla Stazione Carabinieri di assegnazione.
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