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IL MIO CARNEFICE, IL MIO AMORE

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Blurb

Yildiz è una ragazza giovane e brava, lavora come dottoressa e ama moltissimo la sua professione. Ha un animo coinvolgente, lavora per cambiare la vita delle persone con amore e determinazione. Emir Lavora come sicario e ha un carattere freddo, distaccato e calcolatore. Trasferitosi a Istanbul con la famiglia (madre e sorella) a seguito della morte del padre, inizierà a lavorare con il fratello di suo padre, Namik. Nonostante tra i due non corra buon sangue. Yildiz e Emir si incontrano per caso ma in modo indissolubile: lei diventa infatti una testimone oculare di un'attività illecita di Emir e suo zio. Una testimone scomoda, che lo zio ordina al nipote di uccidere. Al momento dell'esecuzione Emir si lascia impietosire dalle preghiere della ragazza: non la uccide ma la obbliga a diventare sua moglie per poter godere della protezione riservata ai suoi familiari.

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LA CITTÀ DELLE OMBRE
Istanbul non dormiva mai davvero. Anche quando il Bosforo diventava una distesa nera sotto il cielo senza stelle, anche quando le luci dei palazzi si riflettevano sull'acqua e le strade sembravano svuotarsi, c'era sempre qualcuno che osservava. Qualcuno che aspettava. Qualcuno che aveva qualcosa da nascondere. Yildiz aveva imparato ad amare quella città proprio per questo. Per le sue contraddizioni. Per il profumo del caffè che si mescolava a quello del mare. Per le strade affollate di giorno e misteriose di notte. Per il richiamo della preghiera che attraversava i quartieri e sembrava ricordare a tutti che, nonostante il caos, esisteva ancora qualcosa capace di dare un senso alle cose. Lei aveva scelto Istanbul per costruire la propria vita. Aveva scelto la medicina perché credeva che ogni vita meritasse una seconda possibilità. Quella sera era uscita dall'ospedale molto più tardi del previsto. Si tolse il camice prima di uscire dal reparto e lo ripose nell'armadietto. Aveva gli occhi stanchi, i capelli raccolti in una coda disordinata e una sensazione di pesantezza sulle spalle. Aveva passato dodici ore in ospedale. Dodici ore a correre da una stanza all'altra. Dodici ore a cercare di salvare persone che spesso non conosceva nemmeno. Eppure non avrebbe cambiato nulla. Amava il suo lavoro. Amava quella sensazione che provava quando un paziente apriva gli occhi dopo un intervento. Quando una madre poteva finalmente stringere suo figlio. Quando una persona che tutti avevano dato per spacciata riusciva a tornare a casa. Per Yildiz, quello era il significato della vita. Salvare. Non distruggere. Non aveva idea che, quella notte, sarebbe stata costretta a conoscere l'altra faccia del mondo. Quella in cui la vita valeva molto meno di un segreto. Uscì dall'ospedale e inspirò profondamente l'aria fredda. Il telefono vibrò nella borsa. Sua madre. Yildiz sorrise prima ancora di rispondere. «Pronto?» «Finalmente! Dove sei?» «Sono appena uscita.» «Avevi promesso che saresti tornata prima.» «Lo so.» «Hai mangiato?» Yildiz guardò il piccolo sacchetto di biscotti che aveva comprato durante il turno. «Tecnicamente sì.» «Yildiz.» «Va bene. No.» La madre sospirò dall'altra parte. «Passa a casa. Ti preparo qualcosa.» «Mamma, è quasi mezzanotte.» «E allora? Sei mia figlia.» Yildiz sorrise. «Arrivo.» Chiuse la chiamata e si incamminò verso il parcheggio. Non si accorse dell'auto nera ferma dall'altra parte della strada. Non vide l'uomo seduto al suo interno. Emir Lavin la osservava attraverso il finestrino oscurato. Non era la prima volta che vedeva qualcuno morire. Era diventato bravo a non provare niente. Era questa la regola più importante del suo lavoro. Non pensare. Non provare. Non chiedersi perché. E soprattutto non ricordare. Aveva imparato quella lezione molti anni prima, quando suo padre era morto. Dopo la morte dell'uomo che aveva ammirato più di chiunque altro, Emir aveva lasciato la città in cui era cresciuto insieme a sua madre e sua sorella. Istanbul era diventata la loro nuova casa. E suo zio Namik era diventato il loro nuovo padrone. Emir lo odiava. Non lo aveva mai detto apertamente, ma entrambi lo sapevano. Tra loro non c'era affetto. Solo una sorta di rispetto costruito sulla paura e sul sangue. Namik aveva preso Emir sotto la propria protezione quando era ancora giovane. Gli aveva dato un lavoro. Gli aveva insegnato come muoversi nel mondo. Come usare una pistola. Come riconoscere una bugia. Come uccidere. Emir aveva imparato tutto. Forse troppo bene. Quella sera, però, Namik aveva affidato a Emir un incarico diverso. Un incarico che non avrebbe dovuto creare problemi. Un trasporto. Una consegna. Nient'altro. Peccato che qualcuno avesse deciso di osservare. Emir vide Yildiz salire in macchina. Avrebbe dovuto continuare a guardare. Avrebbe dovuto dimenticarsi di lei. E invece, per qualche ragione, rimase a fissare la sua auto mentre si allontanava. Non sapeva ancora che quella donna sarebbe diventata la più grande minaccia della sua vita. E nemmeno che sarebbe diventata sua moglie. Yildiz arrivò a casa poco dopo mezzanotte. Parcheggiò l'auto e rimase qualche secondo seduta. Aveva bisogno di respirare. La giornata le era rimasta addosso. Prese la borsa e scese. Poi si accorse di aver dimenticato qualcosa. Il suo badge. Lo aveva lasciato nella macchina. Tornò indietro. Ed è stato quello il momento in cui tutto cambiò. Un rumore. Un colpo secco. Yildiz si immobilizzò. Il parcheggio era a poche centinaia di metri da una vecchia struttura industriale che da tempo sembrava abbandonata. Aveva sempre pensato che fosse vuota. Quella notte vide una luce. Poi una seconda. E sentì delle voci. Avrebbe dovuto andarsene. Il suo istinto glielo urlava. Ma la curiosità vinse. Si avvicinò lentamente. Restando nascosta dietro un muro. Vide quattro uomini. Uno di loro era Namik. Non conosceva il suo nome. Non sapeva chi fosse. Ma riconobbe immediatamente l'uomo accanto a lui. Quello che aveva visto poco prima. Emir. Indossava un cappotto nero. Le mani erano infilate nelle tasche. Il volto impassibile. Namik parlava con due uomini che Yildiz non aveva mai visto. Una valigetta passò da una mano all'altra. Poi tutto accadde velocemente. Un uomo estrasse una pistola. Emir fu più rapido. Un colpo. Silenzio. Yildiz portò una mano alla bocca per soffocare un grido. Il corpo cadde a terra. Lei fece un passo indietro. Un piccolo rumore. Quasi impercettibile. Ma Emir lo sentì. La sua testa si voltò. I loro occhi si incontrarono. Yildiz sentì il sangue gelarsi nelle vene. Quegli occhi non erano umani. Non perché avessero qualcosa di mostruoso. Ma perché non c'era paura dentro di essi. Nessuna esitazione. Nessun rimorso. Solo fredda consapevolezza. Emir la fissò. Yildiz scappò. Corse. Non si voltò. Non sapeva dove stesse andando. Sapeva soltanto che doveva allontanarsi da lui. Ma Emir era già dietro di lei. La raggiunse in pochi secondi. Le afferrò il polso. Yildiz urlò. «Lasciami!» «Stai ferma.» «Aiuto!» Emir le mise una mano davanti alla bocca. «Se urli ancora, morirai.» Yildiz lo guardò terrorizzata. «Tu... hai ucciso quell'uomo.» Emir non rispose. «Sei un assassino.» «Lo so.» Quella risposta la sconvolse più di qualsiasi altra cosa. Non cercava di negarlo. Non cercava scuse. Yildiz cercò di liberarsi. «Ti prego.» Emir la fissò. Quella parola. Ti prego. Non avrebbe dovuto significare niente. L'aveva sentita migliaia di volte. Da uomini che imploravano per la propria vita. Da donne che chiedevano pietà. Da persone che aveva dovuto eliminare. Ma pronunciata da lei aveva un effetto diverso. Yildiz aveva le lacrime agli occhi. «Io non dirò niente.» «Non puoi.» «Posso.» «Hai visto troppo.» «Ti prego.» Emir strinse la mascella. Dentro di sé qualcosa si stava spezzando. Una parte di lui sapeva cosa doveva fare. La parte che aveva obbedito per anni. La parte che aveva trasformato il dovere in una legge. Nessun testimone. Mai. Ma c'era un'altra parte. Una parte che credeva di aver sepolto insieme a suo padre. La parte capace di provare pietà. Abbassò lentamente la pistola. Yildiz trattenne il respiro. «Vattene.» Lei rimase immobile. «Cosa?» «Ho detto vattene.» «Mi lascerai andare?» Emir la guardò. «Questa sera sì.» Yildiz fece un passo indietro. Poi un altro. «Perché?» Emir non rispose. Perché non lo sapeva nemmeno lui. Quando tornò al magazzino, Namik lo stava aspettando. «Dov'è la ragazza?» Emir rimase in silenzio. Namik lo fissò. «Emir.» «È scappata.» Lo zio sorrise appena. Un sorriso senza calore. «Tu non lasci scappare nessuno.» «Questa volta è successo.» Namik si avvicinò. «Trovala.» Emir non disse nulla. «E uccidila.» Questa volta Emir sollevò lo sguardo. «Ho capito.» «No.» Namik gli si avvicinò ancora. «Tu non hai capito. Quella ragazza ha visto me. Ha visto te. Ha visto la consegna. Se parla, tutto ciò che abbiamo costruito può crollare.» Emir strinse i pugni. «La troverò.» «E quando la trovi?» Ci fu una pausa. «La eliminerò.» Namik sorrise. «Bravo nipote.» Ma mentre usciva dal magazzino, Emir sapeva già che avrebbe disobbedito. Per la prima volta nella sua vita, aveva paura di una cosa. Non di morire. Di innamorarsi. E non sapeva ancora che quella paura sarebbe costata a entrambi molto più del sangue versato quella notte.

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