Dopo il conflitto contro i Parti

1438 Words
Dopo il conflitto contro i Parti Quando attraversava le vie della capitale del mondo, Elvio, che aveva partecipato al rientro trionfale delle legioni di Vero, scorgeva i segni manifesti della terribile epidemia, sicuramente una punizione divina per quella guerra in Oriente o forse, come temeva qualcuno, per il saccheggio di Ctesiphone e le distruzioni parziali di città come Edessa, Nisibi, Nicephorium e la grande e bella Seleucia sul fiume Tigri. Nel mondo pagano le superstizioni attecchivano facilmente e quella della nemesi storica era una credenza piuttosto diffusa. Si riteneva che la collera degli dei potesse castigare fatti di particolare empietà. Dalla distruzione della città dei Parti, con le abitazioni date alle fiamme, le vergini violate, i tesori trafugati, gli abitanti trucidati, poteva essere giunto a Roma l’anatema di una divinità asiatica sconosciuta; i sacrifici e le ecatombi di animali compiute dai flames romani non erano ancora stati capaci di placare quella collera misteriosa, malgrado il sacrificio di interi capi di armenti e la purificazione delle spoglie trafugate dai palazzi d’Oriente. C’erano, però, gli scettici che si distinguevano per una certa credenza nella scienza positiva. Tra questi, il giovane greco che, in nome del grande Ippocrate e del dio Esculapio, esaminava i cadaveri con estrema attenzione. Lui non credeva agli esorcismi dei flamen; bensì alle cure energiche degli organi, degli umori, di quelle macchine anatomiche perfette ma fragili e oggetto di immani rischi che erano i corpi umani e degli animali in genere. Galeno apriva, freddamente, cadaveri di gladiatori per i suoi studi anatomici. Elvio lo incontrò, avvolto nella sua tunica, nei pressi del Campo Marzio, mentre prestava soccorso ad una donna che cominciava a manifestare sintomi inquietanti del morbo sconosciuto. “Ti riconosco. Sei Claudio Galeno. Io sono Elvio se ricordi...”. “Sì, mi ricordo di te. Decisamente ci incontriamo in momenti segnati da un infausto destino. Quella tremenda sera, quando venne giù l’anfiteatro. Tutte quelle vittime... ma adesso è forse anche peggio. Questa malattia porta via neonati, fanciulli, uomini, donne, vecchi”. “Io ero in Siria e poi ho partecipato alla spedizione di Lucio Vero”. “L’infezione si è diffusa dopo il vostro ritorno. Quindi, è una malattia che ha tutte le caratteristiche della pestilenza. Avete bevuto, naturalmente, l’acqua dei pozzi armeni e siriani...”. “Quando c’era!”. “Beninteso” disse, riflettendo Galeno. “Ci sono rimedi?” chiese ansioso Elvio. “Non che io sappia!”. “Precauzioni?”. “Direi che la malattia si diffonde per contagio. Ho consigliato al prefetto dell’Urbe, Tarrutenio Paterno, di far bruciare i corpi dei cadaveri al più presto. Di evitare assemblee pubbliche, riti nei templi e persino di sospendere le udienze nei tribunali e le sedute al Senato”. “L’uso del sale può giovare?”. “Non lo escluderei. Il sale può avere la sua efficacia. Mi sembra che la massima igiene personale sia altamente consigliabile. E poi, visto che si diffonde per contagio, limitare il più possibile i contatti fisici”. “In questo caso, ti saluto. Come ti ho detto, sono un reduce da quella guerra in Asia!”. “Ma che dici? Se dovevo essere contagiato come medico lo sarei già stato cento volte. Credimi, prima di scegliere quest’arte, ho messo in conto gli incerti del mestiere. Ma l’anatomia umana mi interessa. Ho alcune mie idee sul funzionamento degli organi e sulle loro caratteristiche che forse un giorno ti spiegherò”. “Spero di poterli comprendere. Ma non me ne intendo molto. Tu stai bene?”. “Abbastanza. E tu?”. “Non mi lamento. Tanto più che, a giorni, lascerò nuovamente l’Urbe.” “Sempre in giro per l’impero, dunque, e stavolta quale è la tua destinazione?”. “Al nord. In Caledonia. Tu rimani?”. “Sì. Alla corte di Marco Aurelio vi sono personaggi che hanno avuto la bontà di inserire il mio nome nella lista dei medici di corte. Diciamo che sono all’inizio di una carriera, forse promettente. Comunque, è la mia strada. Su ciò non vi sono dubbi”. “Me ne rallegro!”. “Ma tu non insegnavi greco e latino? Come sei finito nelle legioni?”. “Per scelta determinata. Volevo fare il militare fin dall’inizio. Chiamala vocazione alle armi, se vuoi”. “Il fisico non ti fa difetto e la forza, a giudicare dal fisico, neppure. Quindi, anche per te è la via giusta. Anche se, ammettiamolo, non esente da rischi!”. “Tutto è rischioso nella vita. Anche la pace. Non diciamo forse si vis pacem, para bellum?”. “A quanto pare non facciamo altro. Guarisco o cerco di guarire persone che poi fanno del loro meglio per avere bisogno di altre cure”. “Non sono tempi facili”. “Forse non lo sono mai stati e non lo saranno mai”. Commentò il giovane greco, rialzandosi dalla sua posizione accovacciata accanto alla donna. “Questa si salverà!” disse compiaciuto. “Sono solo in apparenza i sintomi del terribile morbo. In realtà è una blanda forma di orticaria o qualcosa di simile...”. “Buon per lei” rispose Elvio, prendendo commiato. Si sarebbero rivisti a corte in circostanze altrettanto drammatiche. Il comportamento valoroso del ligure nella guerra siriana non era sfuggito a Lucio Vero che lo segnalò a tempo debito a Marco Aurelio. Cominciava anche per lui una carriera militare veramente promettente, perché aveva richiamato l’attenzione delle alte sfere vicine all’imperatore che più tardi conobbe di persona. Dapprima, Marco, lo trattò come in genere trattava i combattenti valorosi. Con parole solenni di encomio, ma con un freddo distacco. In seguito, l’imperatore filosofo scoprì con piacere che egli parlava correttamente il greco e, pur non avendo avuto maestri eccelsi, era permeabile ad idee filosofiche greche come quelle degli stoici. Marco aveva speso ingenti somme per finanziare accademie filosofiche ad Atene e quella passione per la ragione, unita a considerazione etiche molto elevate, gli rendevano cari i personaggi che si aprivano al filosofare e con i quali era possibile intavolare discorsi e ragionamenti più interessanti, almeno per lui, di quelli attinenti all’ordinaria amministrazione ed alla conduzione delle cose imperiali. Pertinace e Galeno (soprattutto il grande medico, autore di trattati che lo renderanno famoso) s’interessavano realmente alla filosofia e ciò li faceva apprezzare – sia per le loro rispettive capacità nelle arti della guerra per uno e della medicina per l’altro – dall’imperatore. In definitiva, Elvio apparve a Marco qualcosa di più di un abile stratega militare che sui campi di battaglia si copriva di gloria. La sua accettazione dei concetti stoici – astrusi per i più, anche se, a corte, veniva simulato da parte dei personaggi in vista e dei sofisti un interesse in realtà inesistente – e la stessa possibilità di dialogo, rendeva Pertinace, l’intellettuale guerriero, una figura stimata ed apprezzata e molto interessante. L’imperatore volle ancora provarlo sui campi di battaglia, inviandolo ad Eboracum, nella lontana Britannia. Seguendo, in questo caso, più la politica di Adriano che quella di Antonino, Marco aveva intenzione di mantenere continui e proficui contatti con gli eserciti. Ma al tempo stesso trovava difficile abbandonare Roma, dove gli intrighi erano frequenti come le incursioni dei barbari. Così scelse Pertinace, tra gli altri, come suo inviato ai quattro angoli dell’Impero. La politica era ormai quella di evitare ulteriori espansioni (la linea di Adriano rispetto a Traiano) , ma ciò comportava la garanzia di una migliore affidabilità dei limes esistenti. La missione di controllo durò quasi due anni ed anche lì, Elvio si distinse per valore ed accortezza nel tenere a bada i barbari; oltre il Vallo di Adriano, nella Britannia settentrionale, un muraglione basso di tufo e roccia che corre dal Tyne al Solway e, più a nord, il Vallo di Antonino ai confini con la desolata Caledonia. Lì trovò una guarnigione di quindicimila ausiliari sempre intenti a spiare dall’alto della costruzione le mosse delle tribù barbariche, ancora memori delle rivolte disperate della loro regina Boadicea e del loro capo guerriero Caractacus. Non avevano avuto scampo di fronte ai legionari di Giulio Agricola. Ma ormai la conquista iniziata ai tempi di Cesare e completata sotto il regno del pavido Domiziano era terminata. Restavano i caledoni da tenere d’occhio, mentre la Britannia da Londinium ad Eboracum si romanizzava. La concentrazione di risorse imperiali a difesa delle frontiere vide la formazione di insediamenti civili che nascevano a fianco delle fortificazioni. In tal modo, le città crescevano di dimensioni ottenendo, come Eboracum, una certa prosperità economica che i vari governatori romani incoraggiavano; pur con scambio di “doni” che lasciavano intravedere i soliti baratti della corruzione amministrativa. Elvio dovette più volte richiamare i suoi subordinati all’ordine. La distinzione sempre più evidente tra le legioni mobili e quelle sedentarie aveva reso un dato di fatto la separazione tra truppe campali e quelle di confine. Fu una sua geniale iniziativa quella di rafforzare la mobilità delle Vexillationes cioè i tempestivi trasferimenti di questi distaccamenti minori da una base legionaria all’altra in caso di bisogno. Truppe d’intervento speciali, un’invenzione che risaliva sicuramente ad Adriano, ma che il suo genio militare rafforzò, incrementando il numero di queste mobilissime truppe e curando un loro innovativo comportamento tattico. Con queste iniziative, si mise in luce presto un personaggio che avrà un ruolo importante per Roma: il senatore Claudio Pompeiano, che aveva sposato la vedova di Lucio Vero, Lucilla, figlia di Marco. Al ritorno nell’Urbe, il suo nome cominciava ad essere conosciuto negli ambienti che contavano. Alla corte, al Senato e tra i cavalieri dell’Ordine Equestre, di cui era entrato a fare parte; titolo che si era, meritatamente, conquistato in battaglia.
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