Prologo-3

1909 Words
Dopo la terza iniezione, la paziente venne preparata alla flebo. Una sacchetta di preparato color indaco venne sospesa ai sostegni accanto al lettino, e il tubicino che spariva nella piega del braccio assunse presto lo stesso colore. Ci sarebbero volute almeno altre due ore per completare il processo. Lara muoveva appena le palpebre; sembrava del tutto incosciente, forse in preda a uno dei suoi sogni hollywoodiani. Quanto sarebbe durata la sua “immortalità”? Cento, duecento, mille anni? Sarebbe stato assurdo per Wirthmann prevederlo con assoluta certezza, tanto più che le sperimentazioni erano cominciate da troppo poco tempo. I soggetti monitorati erano, al momento, soltanto donne anziane relativamente in forma, ottantenni gioviali e arzille come sessantenni, malate di Parkinson che avevano assistito a un prodigioso interrompersi dell’evoluzione della loro patologia. Ma che sarebbe successo dopo la sua morte? Il luminare era stato più volte tentato di irradiarsi soltanto per assistere alla “resistenza” che avrebbe opposto il suo farmaco al processo di invecchiamento naturale, con l’andare del tempo. Ma qualcosa lo aveva bloccato; qualcosa continuava ancora a farlo rabbrividire all’idea di protrarre il suo lavoro nei decenni a venire. Sapeva che non si sarebbe fermato. Sapeva che avrebbe continuato a lavorare al siero, fino a tentare di riportare il tempo indietro, di mutare i geni dei tessuti lesi, di intaccare le stesse leggi di connettività tra neuroni. Molto probabilmente sarebbe impazzito; avrebbe varcato una delle invisibili linee di confine stabilite dalla natura tra il lecito e l’illecito, e la vita gliel’avrebbe fatta pagare. Magari quella linea l’aveva già superata. La sua stessa morte sarebbe stata una punizione più che sufficiente per pagare lo scotto della sua tracotanza. «Siamo pronti per la prima immersione, professor Wirthmann» annunciò la capoinfermiera dalla porta lasciata aperta. Il professore le chiese alcuni dettagli sullo stato dell’organismo trattato, poi diede la sua autorizzazione ad agganciare il tubo di collegamento tra la vasca di miscelazione e quella di immersione nella stanza accanto. La paziente venne liberata dalle flebo e trasferita adagio sul ripiano che, autonomamente, sarebbe disceso pian piano nella soluzione, fino a sommergerla del tutto per almeno un minuto. «Dio, si gela lì dentro» commentò il dottor Poole, riprendendo il suo ruolo di spettatore dall’altra parte della lastra di vetro. Il suo collega si carezzò la barba dopo aver controllato la composizione del siero, monitorata elettronicamente su uno dei display della parete opposta. «Ti sei mai chiesto cosa ricorderanno, Victor?» gli chiese a bruciapelo, continuando a grattarsi la barba sotto il labbro inferiore. «Ti riferisci a loro?» «Le pazienti, certo. Cinquanta o cent’anni dopo il trattamento. In che modo si depositeranno i loro ricordi nella memoria? Come reagirà il cervello a un tale sovraccarico di informazioni? Condurranno una vita normale... anzi, più vite impilate una sull’altra...» Victor sorrise, avendo cura di dargli le spalle come per controllare che non ci fossero infermiere dietro la porta. «Te ne preoccupi ora? Hai sempre detto che queste erano faccende da psichiatri e neurologi.» «E ora te lo chiedo da amico. Ci hai mai pensato?» Victor, per la seconda volta in quella giornata, scrollò le spalle come a dirsi impotente. «Non so. Forse tra cento anni inventeranno un chip della memoria impiantabile sulla massa cerebrale, una specie di serbatoio di riserva per tutte le faccende che non si vorranno dimenticare.» « Faccende... Dio mio, dottor Poole» si divertì il professore, sarcastico. «A volte sembri più cinico dei nostri amici di Greenpeace là fuori.» «Fossi io, ti dico solo che sarei più che felice di dimenticarmi tutto del quarto di secolo precedente, e ricominciare daccapo. Più e più volte, finché dura.» «E se durasse per sempre?» «E se durasse per sempre...» ripeté Poole sovrappensiero, di nuovo serio. «Se così fosse, immagino che mi stancherei di farlo.» «Già...» Non c’era nient’altro da dire. Era un punto morto di una discussione che avrebbe rasentato l’etica e la metafisica, e che nessuno dei due aveva voglia di approfondire. Se ne occupassero pure i posteri. Nel frattempo Lara Gray aveva completato il primo ciclo di immersione. Parecchio del siero era finito nei polmoni e la paziente tossì ripetutamente nel sonno. Venne aiutata a respirare dalle infermiere, che la sollevarono per mantenerla seduta. Poi venne ridistesa, ancora completamente nuda e bagnata, per essere introdotta nell’ultimo macchinario, una sorta di tomografo gigante per l’irradiazione termica. Le onde di calore, moderatamente radioattive, avrebbero facilitato l’assorbimento del Cryostamen nei tessuti superficiali, completando l’azione delle trasfusioni. Dopo altri quindici minuti, il processo poteva dirsi concluso; la paziente venne riadagiata sul lettino, sottoposta nuovamente a un check-up conclusivo, ripulita sommariamente e rivestita. «Spettacolo terminato, professore» annunciò Poole, unendo “professionalmente” le mani dietro la schiena. Si divertivano entrambi a passare dal tu al lei quando la situazione lo richiedeva. «Ottimo. Un caffè?» «Le sembra il momento? Direi più un pranzo completo!» Prima di andare, lasciarono alle infermiere il compito di occuparsi dei campioni di Cryostamen rimasti inutilizzati. Lì dentro, in quella stanza minuscola e scarsamente arieggiata, giaceva la formula che avrebbe accompagnato il mondo verso una nuova era. *** Aprì gli occhi senza vedere nulla. Li richiuse, inspirò a fondo, espirò e tentò di non pensare. Risollevò le palpebre. Buio. Lo sapevo. Sono cieca. È andato tutto storto. Forse sono morta... La delusione lasciò il posto al terrore, al pensiero di essere stata già sepolta. Forse tutti i morti vivevano così fino alla decomposizione, a fissare le assi di legno della propria bara e i vermetti che scivolavano sugli occhi spalancati... Poi si accesero le luci. Entrò un’infermiera a risistemarle il sensore sull’anulare sinistro. Le distese il braccio perché non avesse fastidi a causa dell’ago, poi uscì di nuovo fuori dal suo campo visivo. «Aspetti!» trovò la forza di esclamare. Qualsiasi cosa, perché non tornasse a spegnere la luce. L’infermiera, una donna di mezz’età che Lara non aveva mai visto prima di allora, tornò ad avvicinarsi incuriosita. Quando si accorse che la ragazza la fissava, le sorrise e le prese la mano. «Ben svegliata, cara. Sei bellissima.» “Sei bellissima”? Era tutto qui quello che avevano da dirle? «Com’è...» cominciò, senza il coraggio di proseguire. Sentiva la lingua gonfia, quasi attaccata al palato. «È andato tutto benissimo, cara. Congratulazioni. Pensa solo a riposarti adesso, okay? Domani tua madre verrà a farti visita. Ci sono state molte persone che hanno chiesto di te, oggi. Hai molti amici.» «Mia madre...» «È qui vicino. Sei sicura di non voler riposare ancora un po’?» Lara stava per dirle di chiamarla comunque. L’unica cosa che desiderava era riaddormentarsi con qualcuno che amava accanto a lei. Neppure riusciva a concepire le proporzioni di quello che era appena successo al suo corpo, a lei stessa. Voleva soltanto riposare e svegliarsi il più tardi possibile per affrontare quello in cui si era trasformata la sua vita. All’improvviso fu colpita dall’odore dei fiori. Dovevano essercene a centinaia in quella stanza. No, migliaia, miliardi. Il loro profumo era soffocante, le dava la nausea. Lasciò la mano dell’infermiera, si portò la sua alla bocca. «La prego...» Prima di riuscire a chiedere aiuto, tossì e cominciò a vomitare. Se non aveva mangiato nulla nelle ultime ventiquattr’ore, com’era possibile che provasse ancora quel senso di oppressione allo stomaco? Ricordò la sua ultima cena, un’insalata di rucola e mais che non avrebbe più scordato per il resto della vita. L’infermiera, premurosa come suo solito, l’aiutò a ripulirsi e a cambiarsi la vestaglia. Ogni movimento sembrava durare un’eternità. «Non ho più fame...» fu la prima cosa che Lara disse alla donna, dopo che quest’ultima l’ebbe rimessa a letto. «È naturale. Non avrai più fame, cara.» Perché continuava a chiamarla “cara”, come se fosse una sua nipotina? E poi per quale motivo tutti in quella clinica insistevano nel ribadire che tutto era normale, ovvio, standard? Ricordava di averne discusso a lungo con Wirthmann, eppure ora riconosceva di non essere preparata a quella sensazione di pienezza. Solo poche ore prima moriva di fame e avrebbe dato qualsiasi cosa per una frittata al burro... E ora anche il più lieve odore le dava la nausea. Gli ultimi minuti l’avevano spossata. Rinunciò a far chiamare sua madre; non protestò neppure quando l’infermiera spense le luci della sua stanza, lasciandola sprofondare ancora una volta in un sonno senza sogni. Era mattina quando si svegliò per la seconda volta. Le tende erano tirate, una luce accecante si rifletteva sui tavolini dove il giorno prima erano adagiati i mazzi e le composizioni di rose, gigli e orchidee; sua madre se ne stava accanto al lettino e leggeva tranquillamente un libro. «Ciao, mamma» le disse, sperando che la voce non le uscisse strozzata. «Tesoro...» La signora Gray lasciò perdere il romanzo e le si avvicinò per baciarla sulla fronte, come quando era bambina. Indossava anche allora il suo profumo preferito, un’essenza di rose con qualche nota di fruttato chiamata Chloè. Lara si accorse che aveva gli occhi lucidi. Aveva pianto quando l’aveva vista la prima volta? Perché? «Mamma, è andato tutto bene?» chiese quando entrambe si furono riprese dall’emozione. «Ho parlato col dottor Poole. Dice che è andato tutto come previsto. Non ci sono stati effetti collaterali.» «Allora, è finita?» «Sembrerebbe di sì.» Sua madre le sorrise per la prima volta. Nonostante i suoi cinquant’anni, aveva ancora un sorriso stupendo, uno che non aveva elargito di frequente negli ultimi giorni. «Posso avere uno specchio?» Il suo specchietto da toeletta era lì accanto, poggiato sul tavolino assieme alla spazzola e ai bigliettini di auguri. Lara si accorse si avere il batticuore mentre sua madre glielo porgeva. Trattenne il respiro e si guardò a lungo: la fronte, il naso, le guance, gli occhi. Sembrava tutto normale. Era un po’ gonfia, certo. E aveva gli occhi iniettati di sangue come dopo una delle sue nuotate in piscina. A parte questo, le iridi erano del loro normale azzurro chiaro, con qualche scaglia di verde in quella sinistra. «Il dottore dice che ci vorrà qualche giorno per eliminare il gonfiore» le disse sua madre, come leggendole il pensiero. «Capito. Tu credi che andrà tutto bene?» “Credi che sarà per sempre?”, avrebbe voluto chiederle. Si augurava che lei leggesse tra le righe anche questa volta. «Cerca di restare tranquilla, amore mio. L’essenziale è che tu sia felice, e che possa continuare a esserlo il più a lungo possibile.» Lara la vide tentennare sull’ultima frase. Si sforzava di mantenere il sorriso e un’aria rilassata, ma non era mai stata brava a recitare quanto sua figlia. Si fissarono a lungo, le mani allacciate, senza parlare. «Io sono felice, mamma. È tutto quello che voglio, davvero. E so che lo sarò per sempre.» La signora Gray annuì, sospirò tornando a sedersi come se si fosse liberata di un peso sul cuore. Da lì in poi fu tutto più facile. Discussero degli amici, dei produttori, dei registi e dei colleghi di lavoro che erano passati a trovarla quella mattina, e che erano stati invitati ad accamparsi in sala d’aspetto. Risero della piccola folla di giornalisti che resisteva da giorni col solo scopo di strapparle una breve intervista, e poi della carriera folgorante che l’aspettava oltre i cancelli della Twin Lakes. Furono interrotte dai colpi alla porta del dottor Poole, che entrò sorridendo alla paziente e senza distogliere gli occhi dai suoi. I denti bianchissimi risaltavano sulla barba bruna. Era ancora più alto di quanto Lara ricordasse, e assai più rilassato rispetto a qualche giorno prima. «Allora, come si sente la mia stella del cinema? Pronta ad affrontare i flash dei fotografi?» Lara sorrise e si raddrizzò sui guanciali. Ecco, quello era il tipo di incoraggiamento che avrebbe preferito da sua madre. Si lasciò visitare dal dottore, e allo stesso tempo scambiò con lui una serie di battute comiche che fecero scoppiare a ridere persino la signora Gray. No, non si sentiva affatto diversa rispetto alla settimana precedente, o all’anno prima, quando il Cryostamen per lei era soltanto una delle tante bizzarrie farmaceutiche fuori commercio. Era ancora Lara Gray, attrice osannata dai suoi innumerevoli fan, esuberante venticinquenne ammirata dagli amici d’infanzia, e soprattutto una figlia di cui sua madre andava più che orgogliosa. Se anche il trattamento fosse stato un fiasco, a lei andava bene così. Non ci avrebbe più riprovato. Era pronta a vivere la sua vita una sola volta, senza sconti, e in modo tale da renderla irripetibile.
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