Capitolo 1-1

2084 Words
Capitolo 1 AD 2280 Nel mondo di fuori il sole bruciava. Bruciava assai più che sotto la Tenda, e ad Azaria sembrava che cominciassero a scottare anche le suole delle scarpe. Quanto dovevano allontanarsi ancora? E soprattutto, come gli era saltato in mente di lasciarsi sedurre dalle promesse di Micah? Eccolo lì davanti a lui, a trotterellare sulla sabbia del deserto, ai confini della Discarica, come se stesse passeggiando per le strade del loro quartiere. Gli altri quattro amici lo seguivano arrancando, guardandosi attorno preoccupati di tanto in tanto. Nessuno si era mai spinto così lontano nei loro otto anni di vita, e benché a scuola amassero vantarsi di spacconate colossali, come quella di una corsa contro il tempo con l’Errante alle calcagna, la realtà era assai diversa. Tanto per cominciare, temevano di incontrarla davvero, l’Errante. «È colpa tua se ci troviamo in questo guaio, Malachi. Non ci avevi detto che dovevamo attraversare tutto il deserto per seguire quello svitato del tuo compagno di classe» gemeva Eli a ogni inciampo. «Se non te la sentivi di venire, saresti potuto tornartene a casa dalla mamma dopo scuola. Fifone» intervenne Azaria per proteggere il suo migliore amico. In realtà avrebbe dovuto avercela anche lui con Malachi per averli convinti a prestare ascolto a Micah, ma non l’avrebbe mai ammesso. Era chiaro che Micah era sempre stato un credulone della peggior specie. Non raccontava bugie, ma si lasciava impressionare da tutto quello che riguardava i Perfetti, la cittadella e i presunti cospiratori nascosti proprio nella loro città, New Harmony. «Siamo fuori solo da quindici minuti, idiota» ribatté a sua volta Joshua, il braccio destro di Micah, consultando il vecchio orologio da polso senza più cinturino. «Se lui dice di essersi procurato la mappa della Discarica e di poter arrivare al frigo verde, allora ce la farà.» Eli gemette e strinse la sciarpa di cotone intorno alla bocca, come facevano a intervalli pure tutti gli altri: «Sì, ma non ha detto quando!». «Tra poco, vi ho detto. E smettetela di rompermi i timpani!» esclamò Micah, fermo poco più avanti. Scrutava con attenzione un punto imprecisato all’interno dell’enorme accumulo di detriti, rifiuti, oggetti deformi che i Perfetti chiamavano le Rovine, e tutti gli altri la Discarica. «Lo vedete anche voi?» «Vedere cosa?» gli si avvicinò Joshua, tutto rosso per la fatica e l’eccitazione. «Il monte Ferrivecchi. Laggiù, oltre le colonne di cemento!» Azaria si sporse oltre ciò che restava della recinzione, assieme agli altri. Se pure ci fosse stato un monte di ferraglia in mezzo a tutto quel caos, non sarebbe stato in grado di distinguerlo. «Siamo arrivati?» volle sapere Eli, che aveva approfittato della pausa per sedersi su un agglomerato di calcinacci. Azaria e Malachi abbatterono quel che restava della vecchia rete arrugginita, mentre Micah si arrampicava su un cumulo di piastre di terracotta per riuscire ad avere un panorama più ampio. «Hai detto che è in un frigo?» chiese Azaria, quando ebbe creato un varco accettabile. «Esatto. La fiala è in un frigo verde ai piedi del monte Ferrivecchi. Manca poco, ormai.» Micah ridiscese dalla sua torretta d’osservazione, gli occhi brillanti d’emozione. «Siete pronti a diventare immortali?» Nessuno rispose. Per qualche secondo si guardarono l’un l’altro imbarazzati. Da un lato avevano il terrore di essere giudicati degli ingenui come il loro amico, dall’altro non vedevano l’ora di avere sotto gli occhi lo strabiliante segreto dei Perfetti. «E che cosa sarebbe questo frigo?» domandò infine Azaria, per spezzare il silenzio. «Un frigo è una cassapanca per le provviste. Gli antichi ci mettevano dentro il cibo, i vestiti e tanto altro ancora. Serviva per tenere fuori il freddo, il caldo e la polvere» recitò Malachi, orgoglioso come se si trattasse di un’interrogazione di storia. «Che invenzione da schifo.» Joshua sputò nella sabbia e s’infilò nel varco, calpestando i ciottoli di ceramica e i mille frammenti di metallo che ricoprivano la sabbia all’interno della Discarica. «Attenti a dove mettete i piedi! È vietato entrare... Dicono che ci siano cose vive qui dentro!» riprese a lamentarsi Eli. Joshua gli fece un verso continuando a dargli le spalle. «Le sole cose vive nel mondo di fuori sono gli uomini e i Nomadi, stupido!» «I Nomadi sono uomini!» «Sì, e tonto chi ci crede.» «Sst! Giù!» scattò più a destra la voce di Micah. Tutti e cinque i ragazzini si raggomitolarono sulle ginocchia, attenti a non aderire con la pelle ai detriti infetti che li circondavano. Qualcosa si muoveva poco più avanti, oltre una vecchia carcassa ferrosa, spoglia e accartocciata come un mucchio d’ossa. «Sono loro. I Nomadi» azzardò Joshua, gettando uno sguardo crudele e ironico al suo amico fifone. Tutti continuarono ad ascoltare in perfetto silenzio, col cuore in gola. Aza si accorse che stava tremando, e si afferrò con forza le ginocchia fino a farsi male: se suo padre avesse scoperto che era uscito dalla Tenda senza il suo permesso, come minimo l’avrebbe spedito a lavorare in miniera per il resto della vita. E lui odiava la miniera: non c’era sorte più terribile che quella di crepare di stenti nell’estrazione di fluorite al Distretto Undici. Per nulla interessato al fatto di avere osservatori terrorizzati a pochi metri di distanza, un essere incappucciato e completamente irriconoscibile sbucò dalla carcassa contorta, frugando fra i frammenti con un lungo bastone di metallo. Era avvolto da un panno nero, con lacci ornati di monili intorno alla testa e alla vita. Quando si muoveva, si trascinava dietro un tintinnio acuto e irritante, come di casseruole sbattute tra loro. «Che vi avevo detto io? Nomadi!» sussurrò Joshua. «Spostiamoci. Se ce n’è uno, ci saranno anche gli altri.» Micah ruotò su se stesso, e sempre accovacciato cominciò ad avanzare in direzione opposta. Gli altri si mossero goffamente per seguirlo, ma Malachi urtò un sasso appuntito con la gamba ed emise un grido soffocato. Tutti si voltarono verso il Nomade. Li aveva visti, e puntava gli occhi nascosti dal velo nella loro direzione. Agitò le braccia fuori dalla veste sformata come per invitarli ad avvicinarsi; aveva la pelle scura, butterata, avvizzita. Le sue parole erano incomprensibili. «Va’ via, mostro!» gridò Joshua, alzandosi in piedi e scagliandogli un sasso. Non riuscì a colpirlo, ma il Nomade si ritrasse come interdetto. «Bravo, che stupido...» Azaria ringhiò al suo amico. «Ora attirerai tutti gli altri.» «Che vengano pure. Sono dei deformi miserabili. Non sanno correre e camminano coi bastoni.» Per tutta risposta, il Nomade cominciò ad avvicinarsi a lunghi passi, le mani protese verso Malachi, che era il più vicino. « ...stiti? Cqua? Re me, prego. Re me cosa...» ripeteva con voce gorgogliante, quasi infantile. I ragazzini erano pronti a dileguarsi, ma indugiarono un attimo di troppo, apparentemente affascinati da quello spettacolo bizzarro. Dopo essersi analizzato il graffio e aver concluso che non era nulla di grave, Malachi si allontanò velocemente assieme agli altri, ma il Nomade sembrava essere abituato assai più di loro a quel terreno sconnesso. Gli bastò rincorrerli per meno di un minuto, per riuscire ad afferrare la borraccia appesa al collo di Malachi. «Mi uccide! Mi uccide!» gridò il ragazzino portandosi le mani alla gola, dove stringeva la cintura. Joshua scagliò un altro sasso alla cieca, rischiando di colpire uno dei suoi, quando la cordicella si ruppe e il Nomade si fermò assieme al suo prezioso bottino. Malachi ricominciò a correre a perdifiato, finché non furono tutti al sicuro dietro una collinetta di fili e carcasse arrugginite. «Voleva solo la tua acqua. Doveva avere sete» se ne uscì Micah, dopo aver recuperato il fiato. Neppure si guardava intorno, come se il pericolo a cui erano appena scampati fosse stata una bazzecola rispetto alle prove a cui era abituato. «Ce ne sono altri, qui intorno» segnalò Azaria, in piedi dietro un vecchio fusto di carburante. Gli altri si alzarono in ginocchio e seguirono con gli occhi la lunga fila di Nomadi, tutti muniti di monili e bastoncini di ferro, che avanzavano in ordine frugando tra i rifiuti. Per fortuna erano troppo distanti per rappresentare una reale minaccia. «Ce ne sono di bianchi, di neri e di gialli. Uno è anche vestito di rosso» notò Eli per darsi un contegno. Non erano abituati ad avere a che fare coi Nomadi così da vicino, vista l’assoluta interdizione di frequentare i loro punti di aggregazione, e la sola cosa di cui si doleva Azaria era che non avrebbe potuto farne parola coi suoi genitori. Ma suo fratello Isaac... oh, lui sarebbe stato entusiasta della sua storia. Isaac avrebbe detto che era stato coraggioso, e che aveva visto cose che ragazzi ben più vecchi di lui neppure si immaginavano. Malachi tossì; guardò il sole che cominciava a scendere verso ovest, e gli altri lo imitarono. Avevano impiegato quasi un’altra ora prima di riavvicinarsi al monte Ferrivecchi, che ormai troneggiava alla loro sinistra come un cumulo di carcasse scurite dalla fuliggine. «Allora, siamo arrivati?» chiese Joshua, tradendo per la prima volta la propria impazienza. «Deve essere questo il luogo che stavamo cercando» fu la risposta dell’amico. «Questo lo chiameresti un monte? È una pattumiera di ferraglia!» «Una pattumiera con dentro un tesoro.» Gli occhi di Micah, tornati lucidi e determinati, ruotarono sull’intera comitiva. I Nomadi continuavano ad avanzare piano al limite del loro orizzonte visivo, silenziosi e perfettamente integrati con il misero ambiente circostante. «Guardatevi intorno. Dovremmo trovare il frigo verde qua in mezzo.» Finalmente Malachi diede voce alla domanda che prima o poi avrebbe posto ciascuno di loro: «E che ci farebbe una fiala dell’immortalità in mezzo a una pattumiera?». «Evidentemente è stata rubata e poi nascosta, genio!» «Da chi?» «Mi dispiace, questo non posso dirvelo» rispose Micah con un sorriso, sparendo dall’altro lato del monte Ferrivecchi. Azaria lo seguì di qualche passo, corrucciato. «E questo ladro l’avrebbe rubata...» «Da Indigo Lab! Dove se no?» Azaria restò in silenzio, troppo sbigottito per cercare di carpire altri particolari. Che c’entravano adesso i Laboratori Indigo? Lasciò andare lo sguardo oltre la piatta distesa di rifiuti che si estendeva alla sua sinistra, fino alla Tenda che avviluppava la sua città come un’immensa serra. Al centro era bucata dall’immensa Guglia della cittadella, l’unica struttura di vetro della metropoli, assieme alle mura del centro nevralgico di New Harmony. Là vivevano i Perfetti, come in quasi ogni altra città del continente, isolati e felici nel loro nobile regno di benessere. E alla famiglia di Azaria, come a tutto il resto degli abitanti, i cosiddetti Imperfetti, non restava che inchinarsi a tale incorruttibile magnificenza. Se i Perfetti fossero crollati, anche la città sarebbe stata sepolta dal deserto. Sarebbero diventati tutti Nomadi, con la pelle scura e il corpo invaso dai tumori. Sarebbero tutti andati a finire dritti nelle fauci dell’Errante. Aza si accorse di avere la pelle d’oca, e distolse lo sguardo dalla Guglia solo quando la voce di Micah risuonò all’interno della collinetta di carcasse: «È qui! Venite dentro, presto! Ho trovato il frigo!». Furono presto dimenticati i Nomadi, l’Errante, il tramonto e i genitori preoccupati. I ragazzini si avvicinarono al loro sacro Graal e si diedero da fare per scoprire il modo di aprire la porta incrostata di ruggine. «E così questo sarebbe un frigo?» sbottò Eli sdegnoso, alzando un sopracciglio come se si fosse aspettato qualche altro tipo di premio per le loro fatiche. «Non è neppure verde. Non l’hai detto tu che era una cassa verde? Questa è quasi nera e sfasciata!» rincarò Malachi. «Forse hai confuso il tuo monte con un’accozzaglia di schifezze.» Micah sputò davanti a sé, facendo scrocchiare le dita mentre si rannicchiava assieme agli altri. «Joseph è stato chiaro. È qui, e questo è il frigo.» «Joseph?» ripeté Azaria, scambiando uno sguardo sorpreso con Malachi. «Non è il fratello di...?» «Non importa di chi sia il fratello! E badate a non farvi sfuggire una sola parola su di lui! Intesi?» li aggredì Micah, già pentitosi dell’imprevista indiscrezione. Gli altri annuirono come per un giuramento supremo e poi si diedero da fare per dissigillare l’apertura del contenitore. Nonostante l’aspetto malandato, rimuovere il pannello anteriore fu un’impresa quasi superiore alle loro forze. La ruggine aveva distrutto la maniglia e parte dell’intelaiatura interna, incastrandola a tutto il resto. Quando la porta del frigorifero si sganciò dai cardini, Micah crollò sotto il suo peso, urlando di dolore. Joshua e Azaria cercarono di mantenerla sollevata, gemendo per lo sforzo, perché il compagno non ne avesse schiacciato il torace. «Tiratela su! Tiratela su, presto!» In quattro, alla fine ci riuscirono, curvi sotto l’intrico di cavi e pali di ferro che formava l’ossatura del monticello, soltanto per scoprire il corpo del loro amico disteso a terra, con una coscia imbrattata di sangue sotto i calzoni. «Ti fa male?» borbottò Eli, gli occhi già lucidi di lacrime. «No, mi ha solo punto un insetto. Babbeo!» protestò Micah, mettendosi seduto di scatto. Tentò di alzarsi, ma ripiombò al suolo con una smorfia di dolore. «Ci sono lame d’acciaio dappertutto, qui dentro! Mi sono quasi tagliato in due il culo!» Risero un po’ tutti, cercando di allontanare i rifiuti più affilati e pericolosi con la punta delle scarpe. Alla fine però erano riusciti a svelare il loro tesoro: in un nido di stracci, composto con una certa cura scenografica, stava la famosa fiala dell’immortalità. Si trattava di una banale provetta in vetro, da laboratorio, colma di un brillante liquido azzurro, ma a loro parve preziosa quanto un intero barile d’acqua fresca e incontaminata. Avevano rischiato di farsi divorare dai Nomadi per quell’impresa, e uno di loro si era quasi squarciato una gamba!
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