Capitolo 1-2

2043 Words
Furono d’accordo che Micah dovesse essere il primo a prenderla in mano. Joshua l’aiutò a restare alzato, mentre le sue mani, ferme e decise, si impossessavano della fiala. I pochi raggi che penetravano all’interno della cupola di ferraglia illuminavano il liquido di mille scaglie violacee; la fiala pareva davvero una pozione miracolosa. «Allora? Chi di voi vuole provarla? Vivremo per sempre, amici miei. Per sempre come i Perfetti, lassù.» Indicò un punto all’esterno, apparentemente la Guglia, ma poteva anche essere il cielo. Azaria provò di nuovo la spiacevole sensazione che gli faceva accapponare la pelle. Si parlava davvero di immortalità? Che poteva saperne lui, un povero figlio di Imperfetti? Se ci fosse stato suo fratello Isaac, allora forse avrebbe potuto discuterne e fidarsi meglio delle proprie possibilità di scelta. A dire la verità ormai gli sembrava di essersi già spinto troppo oltre. «Ma non sappiamo... come si fa» suggerì, rosso di vergogna. «Si beve, no?» fu l’immediata risposta della loro guida, che si tradì cercando con lo sguardo la conferma dei compagni. Nessuno appoggiò la sua deduzione, e infine anche gli altri ammisero di non avere nessuna idea di come ci si servisse del siero per accedere all’ambìto status di Perfetto. «Io ho sentito dire che la si inietta con un ago direttamente nel sangue e che poi questo diventa viola» azzardò Malachi, col solito tono saputo. Gli altri scartarono subito l’idea dell’ago, preferendo ipotesi meno spaventose di inoculazione. «Allora? Chi ne vuole un sorso? Non avremo mica fatto tutta questa strada per niente?» Ora Micah tradiva tutto il suo nervosismo; si era riseduto e stringeva la preziosa provetta con entrambe le mani, ignorando la ferita che continuava a sanguinare. «Forse dovremmo rimetterla a posto e pensarci un altro giorno» fu il suggerimento di Eli. «Non se ne parla proprio! Il fratello di Joseph verrà a riprendersela stanotte!» «Micah!» esclamò l’altro, impallidendo e guardando gli altri. «Il fratello di Joseph è...» «Lo sanno tutti quello che è» tagliò corto Micah, a denti stretti. «L’importante è che ora la fiala ce l’abbiamo noi e ce la teniamo. Chiaro?» Nessuno osò contraddirlo. «Nascondiamola in un altro posto e torniamocene a casa, allora. Si sta facendo tardi.» Tutti si voltarono verso Azaria, che era già sbucato fuori dall’intrico di ferraglia e guardava il cielo scurirsi a oriente. Ora la Tenda della città era di un dorato acceso e faceva quasi male agli occhi. Avevano già superato il tempo limite: i genitori avrebbero riservato a tutti una ramanzina indimenticabile, qualsiasi scusa avessero avuto l’ingegno di preparare. «È troppo pericoloso lasciarla qui. È meglio se la portiamo con noi» insistette Micah. Malachi lo guardò di sottecchi. «Portarla con te, vuoi dire.» «È il nostro segreto. O tutti, o nessuno.» «Se lo dici tu...» Quando erano già tutti fuori, in cerca della direzione giusta da prendere per uscire dalla Discarica, accadde quello che nessuno aveva osato neppure immaginare. Mai si erano spinti così all’esterno da perdere la nozione del tempo e dello spazio. Mai avrebbero creduto di fronteggiare un pericolo così immediato e fatale, da far loro rimpiangere persino lo scontro con una tribù di Nomadi. Il suono giunse dalla Tenda, prima ovattato e indistinto, poi sempre più forte, acuto, inequivocabile. Dovevano esservi decine di altoparlanti a ogni angolo della struttura di sostegno, tutti rivolti all’esterno, con l’unico scopo di richiamare gli abitanti rimasti nel mondo di fuori. «La sirena» disse Eli con un filo di voce, rivolto immobile verso la città, con gli occhi che lentamente gli si riempivano di lacrime. «Non è vicina, no? Abbiamo tempo! Coraggio, c’è sempre un sacco di tempo prima che raggiunga la Tenda. Danno il tempo ai Nomadi di rientrare!» sciorinò Joshua in una cantilena isterica. Gli altri gli si fecero dietro disperati, allungando il passo per quanto possibile, verso la recinzione. Azaria e Malachi aiutavano Micah, che zoppicava ancora abbastanza agilmente. «I Nomadi sono già troppo lontani. Loro sanno quando arriva l’Errante. » non trovò nulla di meglio da dire Azaria. Joshua gli sibilò contro, scavalcando la rete abbattuta con un solo balzo: «I Nomadi sono dei coglioni! E se li nomini ancora, sarò io stesso a fartela pagare, capito?». Poi la videro. La nube di veleno era qualche chilometro dietro di loro, a nord. Cominciava a rinforzarsi il vento che la conduceva e il suo lieve sentore di zolfo bastò a mandare nel panico la comitiva di ragazzini. «Viene da questa parte. Si dirige verso la città!» Malachi indicò la striscia scura che oscurava il cielo a settentrione, più nera persino della notte che avanzava dietro la città. Si sparpagliarono e cominciarono a correre tutti insieme, gridando per incitarsi a vicenda, Azaria con la vista intorbidita dalle lacrime e il pensiero rivolto a sua madre, che rischiava di non rivedere mai più. Sapevano tutti perfettamente che l’Errante vagava a intervalli irregolari per i deserti dell’intero continente, asfissiando e uccidendo qualsiasi forma di vita incontrasse lungo il suo cammino. Era stato uno sciocco, un vero imbecille a rimanere nel fuori così tanto tempo. Anche Isaac gliel’avrebbe detto, se solo lui avesse mai avuto la possibilità di raccontarglielo! «Micah... sta rallentando!» gli urlò Malachi, indicandogli le spalle col pollice. Era vero. Stringeva ancora la sua fiala, e a destra i calzoni gli si erano ormai tutti inzuppati di sangue. Arrancava e guardava fisso innanzi a sé, senza darsi per vinto. In quel momento, Azaria cominciò a temere che non ce l’avrebbe fatta. «Che facciamo?» chiese all’amico, continuando a correre. «Non possiamo... fermarci. Siamo già... in pericolo. Aza...» «Mi dispiace» gemette Azaria, e continuò a seguire Eli e Joshua che se la davano a gambe senza voltarsi, sollevando piccole nubi di sabbia sotto gli scarponcini. Stavolta lasciò che le lacrime gli scivolassero dentro la sciarpa che teneva premuta sulle labbra e scordò anche la brama che aveva di rivedere casa, i genitori, l’adorato Isaac. Si lasciarono andare a grida e risate isteriche quando si resero conto che ormai l’avevano scampata, e che lo Sbocco Ovest era ancora aperto, a poche decine di metri da loro. Alcuni Rossi, di vedetta dietro la Tenda, li tenevano d’occhio con aria minacciosa. «Spiacente, l’ingresso è chiuso!» urlò attraverso il megafono l’agente preposto al blocco. «Che significa “chiuso”?! Fateci entrare!» urlarono in coro Joshua e Malachi. «La prego!» implorò Eli. Raggiunse la porta di plastica trasparente, da cui si vedeva la minuscola stanza di purificazione. Oltre l’ultima porta, decine di occhi terrorizzati guardavano i ragazzini allo scoperto. Azaria si guardò alle spalle: Micah era ridotto a un puntino all’orizzonte. La nube violacea aveva raggiunto le dimensioni di una cortina temporalesca in arrivo da almeno tre direzioni differenti; non era uno spettacolo nuovo per lui, non lo era per nessuno. Ma quella era la prima volta che si trovava dalla parte sbagliata della Tenda. «Stronzi maledetti!» gemette Joshua, tempestando la porta di pugni in preda alla rabbia. Malachi lo fermò poggiandogli una mano sulla spalla: «Aspetta». Gli indicò la piccola torre di vedetta, dall’altra parte dello schermo impolverato e coperto di piastre di rattoppo dello stesso materiale simile al plexiglas. Vi stazionavano due Rossi, entrambi in aderente divisa porpora, che sembravano sbellicarsi dalle risate. Era uno scherzo. “Si stanno prendendo gioco di noi”, pensò Azaria sentendosi tremare le gambe. Era esausto, aveva paura di morire soffocato, e quei tipi dall’altra parte si permettevano il lusso di divertirsi a loro discapito. Prendendosela comoda, il Rosso addetto allo Sbocco discese la scala della torretta e attivò il comando di dissigillo dell’apertura. Si sentì uno scatto nella porta esterna, che si schiuse quanto bastò perché i ragazzi si precipitassero al suo interno. I ventilatori della stanza di purificazione entrarono in funzione, si sentirono pervasi da una brezza rinfrescante che quasi li fece piangere di sollievo, infine si aprì la porta di comunicazione interna. «Per un pelo, ragazzi. Ve la siete fatta sotto, eh?» li apostrofò la guardia, con una specie di ghigno di soddisfazione. Aveva gli occhi verdi, fissi su Azaria, e la barba rada e brizzolata. Si toccava la visiera del cappello aspettando una risposta. «La prego, c’è un nostro amico là fuori. Apra anche a lui, è ferito» trovò la forza di dirgli il ragazzino, ansimando. La guardia scrutò l’orizzonte, con fare pensieroso. Scosse il capo. Azaria si buttò in ginocchio, scorticandosi le mani contro l’asfalto. Gli altri si erano già seduti dietro di lui, indifferenti alla folla che li osservava a metà tra il sollievo e la curiosità. Erano perlopiù Nomadi, alcuni senza le loro buffe coperture. Molti avevano visi deformi, butterati o devastati dal cancro, ma alcuni mantenevano ancora l’aspetto decente degli altri Imperfetti. Azaria li notò appena. «Andate a prenderlo! Potete usare uno dei vostri mezzi...» «Mi dispiace. Mi hai ascoltato o no quando ti ho detto che è tardi?» Il Rosso dagli occhi verdi azionò il comando di sigillo dello Sbocco. La nube aveva coperto già metà del cielo di fronte a loro; la figurina di Micah era grande quanto l’ultima falange del mignolo di Azaria. Sembrava essersi fermato, perché sollevava le braccia gesticolando in direzione della città. «Lui ha l’elisir dell’immortalità! Ce l’ha con sé, l’abbiamo trovato nelle Rovine!» gridò all’improvviso Joshua, la voce alterata dalla disperazione. Il Rosso si avvicinò di scatto come se volesse sferrargli un pugno. Si inginocchiò davanti a lui e gli sibilò minaccioso: «Mi credi un bastardo che ha bisogno di essere impressionato? Il veleno è già nell’aria. Il tuo amico è spacciato». «Potrebbe indossare una maschera... Lui ha in mano la fiala. Può tenersela se vuole, è il segreto dei Perf...» Joshua non fece in tempo a terminare la frase, che un calcio gli serrò la mandibola con uno schiocco di denti che cozzavano. Eli voltò il capo, singhiozzando. «Andate via, se non volete che vi arresti! Tutti e quattro!» urlò il Rosso, facendo in modo che tutta la piazza dello Sbocco Ovest ascoltasse. Dalla torre di vedetta erano uscite altre due guardie incuriosite. Azaria si alzò piano, si guardò alle spalle e vide che ormai le prime esalazioni di veleno lambivano la superficie esterna della tenda. Micah era sparito dietro la nebbia violacea a cui si era ridotto il mondo di fuori. “Trattieni il fiato, Micah. Trattieni il fiato, scava una buca e ficcatici dentro... Ma non morire...”, ripeté a se stesso mentre correva via, facendosi strada tra la piccola folla. Avvertì l’odore pungente della Discarica sui panni variopinti dei Nomadi attorno a lui, e desiderò soltanto spogliarsi, farsi un bagno e infilarsi nel suo lettino, nella camera che condivideva con Isaac. Non gli importava più della ramanzina che forse avrebbe ricevuto a casa, del pericolo che aveva corso, degli elisir dell’immortalità e dei Perfetti con tutti i loro segreti. Micah voleva diventare uno di loro, voleva sconfiggere la morte, e invece forse se l’era procurata immediatamente con le sue mani. No. Se Micah fosse morto, lui, Azaria Klauss, non sarebbe mai diventato un Perfetto. Era già sera quando arrivò alla stradina malmessa che costeggiava il suo quartiere. Dieci grossi caseggiati grigi, senza alcuna traccia di rivestimento esterno, si fronteggiavano come giganti immobili in attesa del buio. In quella zona l’elettricità era limitata soltanto alle vie principali, e anche in casa si riducevano i consumi al limite delle necessità più impellenti. Il cielo oltre la Tenda era color blu cupo e andava scurendosi man mano che la notte avanzava, inghiottendo il viola acceso dell’Errante. I piedi di Azaria friggevano nelle scarpe, e la sabbia del deserto gli irritava le dita. Salì le scale del condominio deserto, fece attenzione come sempre ai tratti senza ringhiera di protezione e si fermò accanto alla porta socchiusa di casa sua. Era un brutto segno che sua madre avesse lasciato aperto. Azaria sperò che non fosse uscita a cercarlo. O peggio ancora che avesse mandato suo padre. Non sapeva proprio che cosa aspettarsi da lui. Aveva fatto già tardi altre volte dopo la scuola, ma mai senza dire dove fosse andato. Spingendo la porta e richiudendosela alle spalle senza fare rumore, pensò a una scusa per giustificare la sua assenza. Gli venne in mente che avrebbe potuto affermare di essere stato da uno dei suoi amici, ma non aveva voglia di mettere nessuno degli altri nei guai. Avrebbero già avuto abbastanza grattacapi per loro conto. E poi... Signore Iddio, fa’ che Micah non sia morto. Trovò la madre in camera sua, seduta sul suo lettino. Se avesse pianto o se fosse arrabbiata, Azaria non poté scorgerlo, perché la stanza – come ogni altra tranne la cucina – era illuminata dall’unica lampadina presente nel corridoio. Il ragazzino restò impalato sulla soglia, senza sapere che fare. Sua madre sembrò accorgersi di lui soltanto dopo qualche istante. Guardava fuori dalla finestra, verso il caseggiato di fronte. «Non serve che fai piano, Aza. Ho sentito i tuoi passi su per le scale.» Sua madre era fatta così: un cuore grande, capace di dare fino all’ultimo battito per i suoi due figli, ma un carattere introverso e malinconico. Azaria sperò che il suo malcontento non sarebbe durato per giorni, al sicuro sotto la corazza con cui Rachele Klauss celava le sue emozioni.
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