La bambina nell'armadio vide anche lei quello sguardo gelido, da serpente. La paura estrema travolse la sua ragione. Spinse con forza lo sportello pesante e, come un cerbiatto braccato, accecato dal terrore, scattò verso l'arco che portava dalla sala da pranzo al soggiorno!
Maledizione! imprecò l'assassino, la voce gelida come il ghiaccio. La sua reazione fu fulminea. In pochi passi coprì la distanza, la mano grande come una morsa afferrò facilmente il braccio esile della bambina, che sembrava spezzarsi al tocco, e la scagliò con violenza sul soffice tappeto persiano, ormai intriso dell'odore della morte!
La ragazzina emise un breve gemito di dolore, poi si morse il labbro inferiore con forza, trattenendo con ostinazione ogni altro suono. Solo i suoi occhi azzurro mare, fissarono l'assassino che le stava sopra, le lacrime che sgorgavano come una diga rotta, mescolate a vergogna e un odio viscerale.
L'assassino, impassibile, estrasse un cellulare, compose rapidamente un numero. Capo, c'è un testimone. Una bambina. Nascosta nell'armadio... Sì, capito.
L'ordine dall'altro capo era chiaro e crudele, percettibile attraverso il ricevitore nel silenzio tombale della sala da pranzo. Sebas e gli altri, nascosti dietro le pesanti tende di velluto, lo sentirono distintamente, ogni parola una pugnalata di ghiaccio al midollo.
“Estirpare le radici. Non lasciare nessuno.”
L'assassino riagganciò. L'ultimo barlume di esitazione nei suoi occhi svanì, sostituito da un'intenzione omicida pura, priva di emozione. Con un rapido movimento del polso, una posata d'argento apparve nella sua mano– un elegante coltello da tavola, ora tramutato in arma mortale. La punta riflesse un bagliore accecante sotto il lampo, fredda, puntata dritta sul fragile cuore della bambina a terra.
Il tempo si dilatò all'infinito.
La mente di Sebas era un turbine: l'usuraio, la risata crudele del Rasoio Carlo, le manette fredde della polizia, l'oscurità senza fine di una cella sporca... e quegli occhi azzurri, annebbiati, puri, disperati. Quelle lacrime non sembravano cadere sul tappeto, ma scottargli l'anima, già impolverata e insensibile, bruciandovi un buco, liberando qualcosa che credeva di aver perduto per sempre.
“NO—!”
Un urlo rauco, incontrollabile, che sembrava venire dal profondo dell'anima, eruppe dalla gola di Sebas! Sotto gli sguardi atterriti di Leo e Marco, nel momento di stupore dell'assassino, Sebas scattò in avanti come una freccia, balzando fuori dalle tende!
Aveva un solo pensiero, semplice e folle: fermare quel coltello! Proteggerla!
Aprì le braccia e si gettò senza esitazione sulla bambina a terra, usando il proprio corpo come ultima, fragile barriera tra la lama fredda e quella piccola vita.
THUD!
Il suono sordo della lama che lacerava la carne fu chiaro, straziante nel silenzio mortale della sala.
Il dolore lancinante al cuore che si aspettava non arrivò. Sebas guardò in basso e vide la punta del coltello d'argento conficcata proprio nel palmo della mano sinistra che aveva messo davanti alla bambina! La punta spuntava persino dal dorso della sua mano, luccicando con una luce fredda e crudele, macchiata dal suo stesso sangue caldo, rosso scuro.
“ARGH—!”
Il dolore lancinante lo attraversò come una scossa elettrica. La vista gli si annebbiò, stelle danzarono davanti agli occhi, una vertigine violenta quasi lo fece svenire. Ma serrò i denti, mordendosi il labbro inferiore fino a farlo sanguinare, sentendo il sapore metallico. Il suo corpo tremava per il dolore e lo sforzo, il sudore freddo gli inzuppò la maglietta sotto la felpa, gelida sulla pelle. Non indietreggiò di un passo, proteggendo con tutto il corpo la bambina sotto di lui, come una bestia ferita che protegge il cucciolo.
Il sangue caldo gli colava dal braccio tremante, gocciolando sulla guancia pallida e gelida della bambina. Bollente.
L'assassino, chiaramente colto di sorpresa dall'improvvisa comparsa e da quel gesto quasi suicida, esitò un attimo, istintivamente cercò di ritirare il coltello.
Fu quel momento di esitazione!
“Cazzo! Finiamola!” La paura di Leo e Marco si trasformò in feroce determinazione, accesa dall'atto disperato di Sebas. I due ragazzi balzarono fuori dalle tende ringhiando come cani inferociti. Marco afferrò un pesante candelabro di ottone vicino e lo scagliò con tutta la forza contro la nuca dell'assassino! L'uomo schivò d'istinto, lasciando andare il coltello per l'impulso.
Sebas gemette, il dolore al palmo quasi lo fece cadere in ginocchio, ma con la mano destra afferrò saldamente l'elsa del coltello che gli trapassava la sinistra, impedendo all'assassino di riprenderlo. Il metallo freddo si mischiava al sangue caldo, scivoloso e appiccicoso.
Leo ne approfittò per saltargli addosso, afferrandolo al collo da dietro con tutte le sue forze! Non usò un'arma, ma la cintura economica, bagnata di pioggia e sudore, che Sebas gli aveva gettato nella fretta! La fibbia di metallo grezzo si conficcò nella carne del collo dell'assassino, affondando profondamente.
“Hkk... hkk...”L'assassino emise suoni strozzati, dibattendosi furiosamente. Era incredibilmente forte.
Gomitate, calci, colpi brutali ai fianchi e all'addome di Leo. Leo sanguinava dal naso e dalla bocca, la vista gli si annebbiava, ma come un pazzo non mollava la presa, gli occhi iniettati di sangue per lo sforzo, urlando:“Strizzalo! Stringi quel bastardo!“ Marco si gettò a sua volta, avvinghiandosi alle gambe dell'assassino con tutte le sue forze, immobilizzandolo come un koala.
I tre rotolarono a terra, lottando, cozzando contro sedie pesanti, piatti di porcellana che andarono in frantumi con un fracasso assordante. Sebas, sopportando il dolore lancinante, quasi svenente, al palmo sinistro, cercò con tutte le sue forze di estrarre il coltello. Ogni movimento provocava una fitta straziante, il sangue gli copriva tutto il braccio, macchiando il tappeto, mescolandosi al rosso scuro già presente.
Nel caos, la forza dell'assassino fu infine sopraffatta dall'accanimento disperato dei due ragazzi. I suoi movimenti si fecero più deboli, il volto passò dal rosso acceso a un terribile bluastro, poi viola, infine ricadde immobile. Quegli occhi un tempo freddi e penetranti persero ogni luce, diventando vitrei, da pesce morto.
Nella villa rimasero solo respiri affannosi come mantici rotti e i gemiti repressi, spezzati dal dolore, di Sebas.
Fuori, la pioggia continuava a martellare le finestre, come se volesse lavare via ogni traccia di sangue e morte dalla villa.
Sebas era accasciato sul tappeto, la schiena appoggiata al muro freddo e duro, la mano sinistra penzolante inerte. Il sangue sgorgava copioso dall'orribile ferita aperta sul palmo, macchiando il tappeto prezioso con una macchia ancora più grande e sinistra. Respirava a fatica, ogni respiro un colpo al palmo ferito. Il sudore freddo, mescolato all'acqua piovana, gli inzuppava i vestiti, gelido e appiccicoso.
Si voltò lentamente, con enorme fatica, verso la bambina che aveva salvato.
La ragazzina era rannicchiata pochi passi più in là, il corpicino che ancora tremava violentemente, incontrollabilmente, come una foglia nel vento gelido.
Gli occhi azzurro mare erano spalancati, ancora pieni di una paura profonda, radicata, ma soprattutto di uno smarrimento da sopravvissuta e... qualcosa di indecifrabile per Sebas, una concentrazione intensa fissata sul suo volto insanguinato. Sulla sua guancia, restava una macchia del suo sangue caldo, come un sigillo scarlatto.
I loro sguardi, per la prima volta veramente, oltrepassarono la paura e il caos, s'incontrarono nella tetra luce, nella sala da pranzo sontuosa, satura dell'odore pesante del sangue e della morte.
Fuori, un altro lampo biancastro squarciò la notte, illuminando per un istante il volto di Sebas, pallido per la perdita di sangue, e quella ferita orribile, sanguinante, sul palmo della sua mano.
Illuminò anche negli occhi della bambina quello sguardo complesso, indelebile, un miscuglio di paura, shock, una gratitudine indicibile e una strana luce.
Gli ingranaggi del destino, nel frastuono della tempesta e nel silenzio sanguinoso, scattarono in presa, avviando una traiettoria che nessuno avrebbe potuto prevedere.