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Fiume di sangue, mare di redenzione

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Blurb

Quella notte di tempesta a sedici anni,

la sua mano sinistra fermò il pugnale della mafia,

rimanendo marchiata da una cicatrice trasversale;

rinchiusa in un guardaroba insanguinato,

lei memorizzò le macchie eritematose sul braccio dell'assassino.

Dieci anni dopo—

Lui divenne un sosia, plasmato a immagine del nemico,

firmando il Patto di Privazione Permanente dell'Identità;

Lei, ormai stella nascente della polizia,

scoprì quella cicatrice sul palmo del sospettato in interrogatorio...

Quando la memoria si rivela manipolata,

quando i geni gridano il loro tradimento,

l'unica verità è il codice inciso sullo scavo di onice bagnato dalla pioggia

Clone, fantasma, contenitore d'organi...

Riuscirà a diventare l'orizzonte

che squarcia l'ombra della Sicilia?

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Capitolo 1:Fiume di Sangue e Pianto
...La pioggia torrenziale sulla Sicilia sembrava il calderone di inchiostro denso rovesciato da un dio irato, scatenato sulla terra. Il mondo era un caos indistinto, dominato solo dal fragore monotono e violento dell'acqua e dall'odore pungente, freddo e umido della terra sollevata dagli schianti. I fiotti sferzavano come fruste le ormai opache inferriate in ghisa della villa “Turchese”, dove le striature di ruggine che scendevano sinuose sembravano lacrime di sangue rapprese da millenni, sinistre sotto i bagliori biancastri dei lampi. Sebastiano “Sebas”Costa, sedici anni, si rannicchiava nel suo felpa grigia fradicia, la schiena appoggiata al muro ruvido e gelido. Aspirò profondamente da una sigaretta di m*******a grezza, malamente arrotolata. Il fumo acre e pungente gli bruciò i polmoni, offrendo una breve, falsa anestesia, subito sopraffatta dalla nausea che gli risalì in gola. Tossì violentemente, fino alle lacrime, che si mescolarono all'acqua fredda sul suo viso. Quel po' di calore illusorio e a buon mercato svanì rapidamente sotto l'implacabile acquazzone, lasciando solo un panico vischioso come una sanguisuga, freddo, appiccicoso, che gli stringeva il cuore in una morsa gelida– domani era la scadenza definitiva del prestito usurario di Carlo “il Rasoio”. Il debito di gioco e droga contratto per fuggire momentaneamente dalla realtà, adesso gli pendeva sulla testa come una ghigliottina scintillante, pronta a troncare per sempre la sua già grigia esistenza. “Svelto, Sebas! Che aspetti? Questo posto m'è entrato nelle ossa!”sibilò dall'ombra la voce soffocata e ansiosa del compagno, Leo. Strisciava come un topo impaurito contro il muro bagnato, i denti che gli battevano per il freddo e la tensione. L'altro, Marco, diede una gomitata impaziente alla serratura arrugginita e scrostata della porta sul retro, facendola sbattere con un tonfo sordo, stridente nel fragore della pioggia.“Cazzo, questa serraturaè bloccata dalla ruggine! Sebas, il piede di porco? Non fare la femminuccia!” Avevano scelto quella villa solitaria, la “Turchese”, abbarbicata a mezza costa, per una ragione semplice quasi da idioti: una vecchia bambola di pezza, impolverata e dimenticata sul davanzale di una finestra al secondo piano. Per ragazzi di strada come Sebas, Leo e Marco, cresciuti nel sottobosco dei bassifondi di Palermo, con poche prospettive, quel dettaglio significava proprietari negligenti, o assenti per lunghi periodi– una “vittima” facile. Non potevano sapere che quella notte piovosa non stavano svaligiando il nido vuoto di un ricco, ma irrompevano nel mezzo del funerale insanguinato della famiglia Luciano, mettendo un piede sulla soglia dell'inferno. Sebas si asciugò acqua piovana e lacrime da tossire dal viso, estraendo dalla tasca bagnata dei pantaloni un piede di porco gelido. Il metallo ruvido gli fece venire i brividi. L'acqua gli colava dai capelli fradici sugli occhi, offuscandogli la vista. Inspirò a fondo, reprimendo il sapore metallico in gola e il ribollire dello stomaco, e infilò con forza la punta del piede di porco nella toppa. Il metallo arrugginito scricchiolò con un suono che metteva i denti a posto. Piegò tutto il suo peso sul ferro, spalla contro la leva, e spinse con un colpo secco. CLANK! Con un gemito che sembrava legno marcio che si spezza, la serratura cedette. Un odore intenso e soffocante esplose dall'interno, spazzando via la freschezza della pioggia. Era il residuo pungente di sigari pregiati, il vino rosso invecchiato, e... qualcosa d'indefinibile, pesante, come l'odore del ferro arrugginito. Quel miscuglio era così strano e forte che lo stomaco di Sebas si contorse, quasi rigettando lì per lì. Oltre la porta, un buio e un silenzio profondi, opprimenti, come un abisso. Solo i lampi biancastri che squarciavano di tanto in tanto la notte, simili a riflettori da palcoscenico, illuminavano per un attimo, attraverso le fessure delle pesanti tende di velluto, i contorni di un lusso algido: applique dorate che riflettevano luci fredde, tende rosso scuro che ricadevano come cascate di sangue rappreso, gli occhi dei personaggi nei quadri enormi e indistinti che parevano spiare dal buio. I tre avanzarono furtivi attraverso un ingresso ampio e soffocante; il fitto tappeto persiano sotto i loro piedi assorbiva ogni rumore, facendo risuonare nelle orecchie di Sebas solo il martellare del suo cuore, ogni battito un tiro alla corda sui nervi tesi, ricordandogli che si stavano addentrando in un luogo sconosciuto e pericolosissimo. Improvvisamente! Un suono lievissimo, come di porcellana pregiata caduta sul tappeto spesso, risuonò dalla direzione della sala da pranzo, nelle profondità della casa. Leggero, ma chiaro come un tuono in quel silenzio tombale. Seguì il suono denso, lento, vischioso di un liquido che gocciolava sul tappeto. Drip… drip… Un ritmo agghiacciante. Sebas si bloccò di colpo. Un gelo lancinante gli corse lungo la spina dorsale fino alla nuca, facendogli rizzare i capelli. Dietro di lui, anche Leo e Marco si irrigidirono come statue. Nel buio, tre paia di occhi giovani si spalancarono terrorizzati, le pupille contratte all'istante, fissando la tenebra che inghiottiva la sala da pranzo. Un altro lampo biancastro, frusta dell'ira divina, squarciò la notte cupa fuori dalla villa. In quella luce fuggitiva e raccapricciante, Sebas vide. Accanto al lungo tavolo lucido di noce, capace di ospitare venti persone, un uomo in un elegante completo blu navy sedeva scomposto su una sedia a schienale alto, la testa reclinata all'indietro, in una posa rilassata, come se si fosse appisolato dopo un costoso pranzo. Ma il lampo illuminò senza pietà il solco profondo, fino all'osso, che gli attraversava la gola! Un filo sottile come un capello, che luccicava con un freddo bagliore metallico nella luce, serpeggiava come un cobra, conficcato nella carne flaccida. Sul piatto di porcellana fine davanti a lui, non c'era una prelibatezza, ma un fluido denso, rosso scuro, che colava a rivoli. Sul tappeto, quei complessi motivi floreali scuri di iris venivano macchiati, inghiottiti da una macchia più grande, più scura– un fiore della morte, orribile e grottesco, sbocciato nell'oscurità. Il tempo sembrò congelarsi. La mente di Sebas era un vuoto. Il sangue gli si gelò istantaneamente nelle vene, gli arti divennero rigidi e freddi. Non era una rapina! Era... una scena del crimine! Un omicidio! Erano finiti nel mezzo di un omicidio! Una figura emerse silenziosa come un fantasma dall'ombra dall'altro lato del tavolo. Indossava un cappotto nero lungo, tagliato su misura, e si muoveva con precisione, efficienza, un'eleganza quasi glaciale, come in una performance ben coreografata. Si avvicinò a un altro corpo riverso a terra– un anziano in uniforme da maggiordomo, occhi sbarrati, il volto pietrificato in un'espressione di sgomento estremo. L'assassino si accovacciò e, come se manipolasse un manichino senza vita, aggiustò con perizia la posa del cadavere, sistemando il braccio in un assurdo gesto “naturale“, come per raccogliere una posata caduta. L'intera scena si svolse senza un movimento di troppo, silenziosa come una pantomima della morte ripetuta mille volte. Non era un crimine! Era un'opera d'arte oscura, diretta dalla Morte stessa! “Cazzo!”Un rantolo breve e acuto, carico di pura, lacerante terrore, sfuggì alla gola di Marco. Leo afferrò il braccio di Sebas con una stretta mortale, le unghie che gli si conficcavano nella carne, gli occhi che gli lanciavano un messaggio folle: Vai! Via di qui, cazzo! Anche Sebas voleva scappare, disperatamente! Le sue gambe però erano di piombo, gelide, pesanti, inchiodate al suolo. Lo stomaco gli si contorceva, l'acido gli bruciava la gola, si coprì la bocca per non vomitare all'istante. Mentre stava per soccombere, soffocato da quella paura sconfinata, la coda dell'occhio, come guidata dal diavolo, scivolò verso l'enorme armadio di mogano intarsiato nell'angolo della sala da pranzo. Lo sportello... non era chiuso bene. Una sottile fessura, nel buio, come un sorriso maligno dischiuso. Dentro la fessura, c'era un paio di occhi. Occhi limpidi come il mare della Sicilia nei giorni più tersi, penetrati dalla luce del sole, adesso straripanti di un terrore immenso, muto. Lacrime come perle di cristallo rotolavano silenziose, copiose, da quegli occhi azzurro mare, giù per un visino esangue, senza un briciolo di colore. Paura, disperazione e un'impotenza totale, sull'orlo dell'abisso, traboccavano da quelle piccole pupille tremanti, colpendo il cuore freddo e insensibile di Sebas come un proiettile incandescente. La padrona della bambola? Una bambina! Sebas rimase paralizzato. Quegli occhi azzurri, annebbiati dalle lacrime, pieni di disperazione, erano come ferri roventi che gli bruciavano il cuore, reso duro e freddo dalla realtà. Uno strano, violento sussulto, un miscuglio di istinto protettivo e compassione fraterna, trapassò la nebbia della paura che lo avvolgeva, turbinando nel suo profondo. In quel momento, l'assassino, che aveva appena finito di ripulire la scena e si stava asciugando le dita con un fazzoletto bianco, sembrò percepire qualcosa. Il movimento di pulizia si arrestò di colpo. Il suo sguardo tagliente, come un riflettore, freddo e indagatore, si spostò con precisione verso l'armadio! Il cuore di Sebas smise di battere! Trattenne il respiro d'istinto, il sangue parve fermarsi.

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