Capitolo 4: Fuga e Crisi

1474 Words
La struttura abbandonata intravista nel lampo era più vicina di quanto pensassero, ma anche più fatiscente. Era incassata in un avvallamento del pendio, quasi completamente inghiottita da rovi selvatici e cespugli cadenti, ridotta a una bassa cornice di pietra storta e a una mezza porta di legno marcio, coperta di muschio. Assomigliava più a un capanno per attrezzi dimenticato o all'ingresso di un ovile crollato che a una capanna o una cantina. Leo e Marco trascinarono Sebas fino all'ingresso con uno sforzo disperato. Leo diede una violenta spallata alla porta malferma, che cedette con uno scricchiolio. Un'onda di puzza intensa - muffa, polvere e l'acre odore di sterco animale - lo investì, facendolo tossire. Dentro, un buio assoluto, fitto come la pece. Presto... dentro! ansimò Leo. Con uno sforzo congiunto, lui e Marco spinsero il corpo pesante di Sebas nell'oscurità. I piedi di Sebas inciamparono sulla soglia e cadde in avanti, sbattendo con tutto il peso sul terreno duro e gelido, cosparso di pietre e paglia secca. La ferita alla mano sinistra subì un nuovo trauma; il dolore fu come un ferro rovente conficcato nel cervello. La vista gli si annebbiò, un gemito di dolore soffocato gli sfuggì dalla gola, e svenne quasi del tutto. Leo e Marco si infilarono subito dietro di lui, usando le ultime forze per richiudere approssimativamente la porta malconcia, tagliando fuori il fragore della pioggia e il vento tagliente. L'oscurità inghiottì tutto. Solo dalle fessure della porta e dai buchi nel muro filtrava qualche debole raggio di luce, delineando a malapena i contorni confusi di uno spazio angusto. Il soffitto era così basso da costringere a chinarsi. Il pavimento era disseminato di legname marcio, pietre e oggetti irriconoscibili. L'aria era satura di un tanfo umido e putrido, nauseabondo. Cazzo... questo posto di merda... la voce di Marco era rotta, quasi piangente. Brancicò nel buio, urtò qualcosa di duro e imprecò per il dolore. Un posto... per nasconderci...è meglio di niente! Stai zitto! sibilò Leo, la voce altrettanto stremata. Si inginocchiò accanto a Sebas, tastando nel buio per trovare il suo braccio gelido. Sebas? Sebas! Svegliati! Non addormentarti! Sebas era semi-cosciente, emetteva solo deboli gemiti. Si sentiva gettato in una ghiacciaia. Il freddo lo invadeva dal terreno e dalla ferita contemporaneamente, i denti gli battevano incontrollabilmente. Solo il dolore lancinante alla mano sinistra era caldo, unico promemoria che era ancora intrappolato in un inferno vivente. Fuoco... dobbiamo fare un fuoco... morirà assiderato... la voce di Marco tremava di paura mentre brancicava nel buio. Cazzo,è troppo buio... non si vede niente... Fuoco un cazzo! Vuoi attirare la polizia o quei bastardi? ringhiò Leo, furioso, ma si rese conto anche lui che Sebas era gelido al tatto. Cerca... guarda se c'è qualcosa per coprirlo... anche della paglia asciutta... I due si muovevano faticosamente nell'oscurità, inciampando negli ostacoli e mormorando imprecazioni soffocate. Alla fine, Marco trovò in un angolo un mucchio di paglia relativamente asciutta, impregnata di odore di muffa. Affannosamente, strapparono manciate di paglia e le gettarono addosso a Sebas, cercando di spostare le pietre gelide sotto di lui e di stendere uno strato di paglia più morbida. La paglia era ruvida, pungente, e puzzava fortemente di polvere e muffa, ma almeno isolava un po' dal freddo del suolo. Sebas si rannicchiò nel mucchio, il corpo che continuava a tremare come una foglia al vento. Ogni tremolio violento sollecitava la ferita alla mano, innescando una nuova ondata di tortura. Sentiva la carne intorno alla ferita contrarsi e pulsare incontrollabilmente, come se migliaia di formiche la stessero rosicchiando. Ogni battito cardiaco era accompagnato da una fitta acuta. Il sangue sembrava ancora sgocciolare, appiccicoso, sulla fasciatura e sulla paglia. Acqua... le labbra screpolate di Sebas si mossero, emettendo un debole sibilo. La disidratazione da perdita di sangue e freddo gli raschiava la gola come carta vetrata. Acqua? Leo esitò, poi si grattò i capelli fradici con fastidio. Dove cazzo la troviamo in questo posto di merda? Solo la fottuta pioggia fuori! Guardò il volto cereo di Sebas, poi la cortina di pioggia oltre le fessure della porta. Si decise. Cazzo! Aspetta! Aprì con cautela uno spiraglio nella porta. Acqua gelida gli schizzò addosso. Tese una mano, raccolse un po' d'acqua piovana fangosa nel palmo e la ritrasse velocemente, portandola alle labbra di Sebas. Bevi... arrangiati... la voce di Leo tradiva un imbarazzo appena percettibile. L'acqua gelida, con il suo sapore di terra, gli scivolò nella gola riarsa, provocandogli un colpo di tosse, ma alleviò un po' la sensazione di bruciore. Bevve avidamente a piccoli sorsi l'acqua che Leo continuava a raccogliere, la coscienza che tornava un po' più lucida. Marco era rannicchiato in un altro angolo, le braccia intorno alle ginocchia, il corpo che tremava leggermente, forse per il freddo, forse per la paura. Nel buio, si sentivano solo i respiri affannosi dei tre, i gemiti repressi di Sebas e l'incessante fragore della pioggia fuori. Noi... noi cosa facciamo? La voce di Marco, rotta dal pianto, spezzò il silenzio opprimente. La polizia troverà la villa... i corpi... ci cercheranno! Noi... noi abbiamo ucciso! E quella bambina... ci ha visti! La paura, come un rampicante, lo stava stringendo, togliendogli quasi il respiro. Zitto! lo interruppe bruscamente Leo, ma anche la sua voce era carica di panico. Quella bambina? Era terrorizzata, fuori di sé! Cosa potrebbe ricordare? Il volto insanguinato di Sebas? Noi tre fradici e ridicoli? Non sapeva nemmeno chi fosse! Sembrava voler convincere Marco, ma soprattutto se stesso. E i corpi... cazzo, era una faida di mafia! Che c'entriamo noi? Siamo solo... solo dei ladruncoli di merda che sono capitati nel posto sbagliato! Esatto! Non abbiamo visto niente! Li abbiamo trovati già morti! Siamo scappati! Capito?! Ma... ma la mano di Sebas... Marco indicò tremando verso Sebas nel buio. Quella ferita enorme... come la spieghiamo? Caduta! Taglio da vetro! Morso da un cane idrofobo! Inventa qualcosa! Leo ringhiò, irritato, poi si lasciò cadere sconfitto contro il muro di pietra gelido, abbassando la voce. Il puntoè Carlo... domani... domaniè la scadenza... i soldi... dove sono i soldi? Questa era la ghigliottina più reale che gli pendeva sulla testa. L'incubo sanguinoso nella villa sembrava un assurdo delirio, ma la faccia ghignante di Carlo e le sue lame fredde erano una minaccia reale, immediata. Il nome di Carlo colpì il cuore annebbiato di Sebas come un sasso gelido, portando un freddo più profondo. Sì, i soldi... quei maledetti, dannati soldi! L'incidente alla villa non aveva risolto nulla, anzi li aveva spinti in una palude più profonda. Tentò di muovere la mano sinistra; il dolore lancinante gli fece trattenere il respiro, il sudore freddo gli imperlò la fronte. Quella mano... era finita? Sarebbe ancora stata capace di lavorare? Di rubare, rapinare, ripagare il debito con Carlo? La disperazione, come una marea gelida, lo sommerse di nuovo. Istintivamente cercò di rannicchiarsi, ma il movimento sollecitò la ferita, facendogli annebbiare la vista per il dolore. In quel momento, il gomito urtò qualcosa di duro sotto la felpa fradicia, sporca di sangue e fango. Nella confusione della villa, gli sembrava di aver afferrato qualcosa a caso e ficcato in tasca... Con la mano destra, ancora funzionante, sopportando il dolore e la debolezza, Sebas infilò faticosamente le dita nella tasca gelida e inzuppata. La punta delle dita toccò qualcosa di liscio, freddo, angoloso. Tremando, lo tirò fuori. Alla debole luce che filtrava dalla porta, Sebas riconobbe l'oggetto. Era un gemello da polso. Uno che, nel caos, aveva probabilmente afferrato a terra, forse vicino al corpo del maggiordomo assassinato. Era di onice nera, levigata e gelida, che luccicava con un bagliore cupo nella luce fioca. Sulla parte frontale, era inciso in modo semplice e antico uno stemma: un serpente attorcigliato, con la lingua biforcuta. Il cuore di Sebas fece un balzo! Quell'immagine... si sovrappose istantaneamente a un ricordo nella sua mente– nel ristorante insanguinato della villa, nel momento in cui si era gettato per parare il coltello, la coda dell'occhio aveva forse colto un bagliore d'argento al collo della bambina a terra... sembrava... anche quello un serpente?! Il gemello gelido gli scottava il palmo come un marchio dall'inferno. Le immagini sanguinose della villa, gli occhi disperati della bambina, gli ordini glaciali dell'assassino, i respiri terrorizzati dei compagni, la minaccia ghignante di Carlo... e questo gemello con il serpente, simbolo di un potere oscuro sconosciuto... Tutti i frammenti ruotavano e si scontravano nella sua mente confusa e dolente. Strinse forte il gemello gelido, come se stesse afferrando l'unico filo che lo legava a quella notte di terrore, e anche il suo futuro imprevedibile, irto di spine e oscurità. Dolore, freddo, paura e disperazione si intrecciavano, rosicchiando in silenzio le giovani anime terrorizzate nel rifugio angusto e buio. Fuori, la pioggia continuava instancabile a lavare la Sicilia, tentando di cancellare le tracce del male, lasciando solo fango più profondo e un freddo più intenso.
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