3. Guido Dirado

2833 Words
3. Guido Dirado Guido odiava Baranzate, la cittadina dell’hinterland milanese dove era cresciuto. Viveva in un quartiere dormitorio abitato un tempo dal sottoproletariato e, adesso, con la crisi, da quella fetta di popolazione che aveva subito maggiormente la recessione economica. Di notte le strade erano deserte, i residenti stavano rintanati in cubicoli di cemento accatastati uno sull’altro come in un’arnia; di giorno giravano solo alcolizzati, disoccupati e poveracci che si annullavano davanti alle slot-machine. Guido voleva andarsene da quel posto. Conseguita la laurea, aveva mandato il suo curriculum a qualunque azienda nel raggio di cinquanta chilometri, ma non aveva ricevuto risposta. Non si era spinto oltre i cinquanta chilometri, perché non poteva lasciare l’appartamento dove viveva con i genitori finché non avesse guadagnato abbastanza da permettersi almeno una stanza in affitto e non poteva affrontare distanze superiori senza un’auto. Con i mezzi pubblici era già un viaggio recarsi in centro a Milano, figurarsi cento chilometri al giorno fra andata e ritorno. A questo stava pensando Guido, mentre raggiungeva il Duomo a bordo di uno dei lombrichi metallici che strisciavano nel sottosuolo della città. Strizzato fra ascelle sudate e volti grigi, si sentiva molto vicino a quegli esseri viscidi e ciechi. Guido si sarebbe risparmiato volentieri quella scomoda trasferta all’ora di pranzo, ma Gabriele Roccia lo aveva invitato a festeggiare da Fresco & Cimmino perché, grazie al suo aiuto, era finalmente riuscito a superare l’esame di economia monetaria. «Ci spariamo una di quelle mangiate top e sbocciamo qualche Dompero» gli aveva detto al telefono. Guido apprezzava lo champagne e l’alta cucina, due cose che non si sarebbe mai potuto permettere senza il suo compagno di università. “Gabriele non è un cattivo ragazzo” pensava Guido mentre raggiungeva il ristorante. “Solo megalomane e un po’ pirla. Per lui, le cose importanti della vita sono il buon cibo, il Dom Pérignon e le femmine che poi, se non avesse i soldi di paparino, dubito che cascherebbero ai suoi piedi come ho visto accadere all’università.” Secondo Guido, Gabriele non era affatto attraente. Parecchio in sovrappeso, con i capelli biondo-rossicci e la barba da hipster, gli ricordava un elfo paffuto. Mentre attendeva l’amico fuori dal ristorante, sbirciò la propria immagine riflessa nelle vetrate per controllare in che stato era dopo la sauna in metro. Quel giorno indossava il suo completo migliore, acquistato online da Bonprix in occasione della cerimonia di consegna della laurea. Le spalle larghe, i fianchi stretti e il metro e ottantanove di altezza non lo facevano sembrare poi così economico. Peccato per il rivolo di sudore che sentiva colargli lungo la schiena. Guido sperò che Gabriele arrivasse in fretta, così da entrare nel locale e godere dell’aria condizionata. Una limousine nera con vetri oscurati si fermò davanti a Fresco & Cimmino. Nessuno scendeva, presto si formò una fila e un concerto di clacson. «Ti muovi o no?» urlò un tassista esasperato sporgendo la testa dal finestrino. Finalmente lo sportello della limousine si aprì e spuntarono un paio di Nike Air Jordan e un Rolex d’oro. Gabriele saltò sul marciapiede, lanciò una serie di improperi contro le persone impazienti e buttò le braccia al collo di Guido: «Grande! Allora ce l’hai fatta. Ero in sbatti che mi avresti dato buca all’ultimo minuto». «Macchina nuova? Dov’è la Lamborghini?» chiese Guido. «Riposa in garage. Troppo stress venire in centro con quella. Il carro funebre è di papà e lo guida solo Antonio, ma torna comodo all’occorrenza.» I due ragazzi entrarono nel ristorante. Il proprietario in persona andò ad accogliere Gabriele: «Che piacere vederti, ho fatto preparare la solita saletta riservata. Il maître e lo chef sono a tua disposizione». Il pranzo fu un tripudio di haute cuisine. Guido assaporava ogni boccone, sapendo che sarebbe stato l’ultimo dopo la notizia che stava per dare all’amico. «Allora, come te la passi?» fece Gabriele. «Potrebbe andare meglio, se trovassi uno straccio di lavoro.» «Goditi la vita, che per lavorare c’è sempre tempo.» Gabriele si cacciò in bocca tre tartine e le affogò con un intero bicchiere di champagne. «Credimi, un lavoro mi serve e subito.» «Ti sei appena laureato, non vuoi riposarti? Impara da me: superato questo esame, voglio solo rilassarmi e fare shopping. A proposito, mi accompagni da Armani? Devo comprare due cosette, perché in settimana farò una puntatina a Portofino a smuovere quella baracca galleggiante di papà. Te l’ho fatta vedere?» Gabriele tirò fuori lo smartphone e mostrò a Guido le foto dello Scorpion Alloy di quaranta metri, che la Rock Investments teneva ormeggiato nel porticciolo ligure per attività di pubbliche relazioni. La comparsa del cellulare segnava la fine della conversazione, Guido lo sapeva bene. Per prima cosa, l’amico girò un video dove informava il mondo su cosa stava mangiando e lo condivise via f*******:, i********:, Telegram, Snapchat e altri social network di cui Guido neanche conosceva l’esistenza. Un secondo dopo, arrivò una grandinata di bip. «Figata!» esclamò Gabriele. «Ho già ricevuto centonovantasette like!» Evidentemente il mondo non stava aspettando altro che sapere cosa stava facendo il giovane Roccia in quel momento. «Guarda, questa è quella gran vacca dell’Ippolita che si dichiara animalista. Animalista-barra-vacca, capito la battuta?» disse Gabriele. «Questa invece è una gran figa: Estelle D’Ambrosio, fashion influencer stilosissima, un giorno te la devo presentare. Del mio amico Oscar, invece, ti ho parlato? È quello dell’azienda vitivinicola Giordano che da grande vuole fare il politologo.» Gabriele scorreva con l’indice una foto dopo l’altra mostrandole a Guido. Erano facce di ragazzi felici e spensierati, sdraiati su una spiaggia tropicale, intenti a brindare in una discoteca o in uscita da una boutique carichi di sacchetti griffati, facce di ragazzi per i quali il problema lavoro non esisteva. «A proposito di cose da fare da grandi» Guido tornò al discorso che aveva in programma di fare «la ricerca di un lavoro mi sta impegnando così tanto, che non avrò più tempo per aiutarti con l’università.» «Scherzi, pirlone? Non puoi mollarmi proprio adesso.» «Mi dispiace, Gabriele, ma è così. Ho mandato il mio curriculum a mezzo mondo e non mi ha risposto nessuno. Pare che senza referenze la mia laurea valga zero.» «Che bambascione che sono!» esclamò Gabriele. «Ce l’ho io la soluzione. Fermo lì, vado a fare una telefonata. Maître» chiamò «ci porti un altro Dompero. Se va come dico io, fra poco sbocciamo di nuovo.» Gabriele si appartò in bagno. Tre squilli e rispose subito una voce nota. «Ciao Dora, sono Gabri, mi passi papà per favore?» «È in videoconferenza con New York» rispose la donna. «Digli che è urgente. Molto, molto urgente.» «Sì, pronto?» la voce allarmata di Pietro. «Papà, devi farmi un favore.» «Di cosa si tratta?» «Un mio amico ha bisogno di un lavoro. Non appartiene a gente del nostro livello, ma è un bravo ragazzo.» Pietro sorvolò sullo snobismo del figlio perché aveva fretta di tornare alla videoconferenza. «Chi è questo amico?» chiese. «Un compagno di università.» «Frequenta la Cattolica con te?» «Sì, cioè non più. Abbiamo iniziato insieme, ma lui si è già laureato.» «Caspita, lui è bravo, allora.» “Ti pareva, mai che perda l’occasione di sminuirmi” pensò Gabriele. «Non è bravura» si risentì «è che aveva una borsa di studio e doveva spicciarsi.» «Diligente e responsabile, oltre che bravo» commentò Pietro. “A differenza di te avresti voluto aggiungere.” Gabriele ingoiò l’ennesimo velato attacco del padre e proseguì: «Puoi trovargli qualcosa da fare? Qualunque cosa, papà, anche svuotare i cestini della carta o portarti il caffè, non ha importanza. Mi faresti davvero un favore». «Digli di passare da me per un colloquio domani mattina alle nove. Come si chiama il tuo amico?» «Non ridere, papà: si chiama Guido Dirado. E, pensa, non ha nemmeno la macchina.» Gabriele rise. Pietro non ci trovava niente di divertente. Sapeva cosa significava essere presi in giro per il nome. Da bambino, i suoi compagni di scuola lo chiamavano testa di sasso. Quando andava meglio, ciottolo, alludendo al fatto che fosse rotondetto. «Che fantasia i tuoi genitori. Già che c’erano, potevano chiamarti blocco. Blocco di roccia, sai che risate?» sghignazzavano. Gli scherzi sul suo nome erano andati avanti fino all’università. Negli Stati Uniti, la sua tenacia e la sua integrità professionale lo avevano fatto diventare The Rock, nomignolo al quale si era ispirato quando aveva fondato la Rock Investments. Oggi nessuno si sognava più di sfotterlo, Pietro Roccia era sinonimo di potere, prestigio e miliardi di euro. La mattina seguente, Guido si recò all’appuntamento presso la Rock Investments. Impiegò un’ora e mezzo per raggiungere Agrate Brianza da Baranzate, prendendo un bus, poi un treno, più un buon tratto a piedi. Il ragazzo si augurava che il viaggio valesse la pena e che il colloquio con Pietro Roccia non fosse solo una pagliacciata per far contento il figlio. Non conosceva personalmente il magnate della finanza. Di lui aveva letto sul Sole24Ore, sul Wall Street Journal e sul Financial Times. Sapeva che la Rock Investments era al decimo posto nella classifica delle cinquecento maggiori imprese mondiali redatta da Fortune. «Se il detto tale padre, tale figlio ha un fondo di verità, sarà spocchioso e megalomane come Gabriele» mormorò Guido disilluso, mentre l’ascensore lo proiettava all’ultimo piano del Centro Colleoni. Le porte scorrevoli si aprirono su uno spazio immenso e quasi vuoto. Il pavimento era di statuario di Carrara, posato con tale maestria da sembrare un unico foglio di carta bianca lucente. Alla parete di fronte all’ascensore era appesa una lastra di Nero Assoluto col nome della società formato da singole lettere di ottone. Sulla destra, due divani di pelle e un tavolino da fumo. Al bancone della reception sedeva una ragazza in tailleur grigio perla. «Benvenuto alla Rock Investments. Il dottor Dirado, immagino?» lo accolse la ragazza. Guido annuì. «Prego, si accomodi. Avviso il dottor Roccia che è arrivato.» Il giovane sedette su uno dei divani. Era certo che l’attesa sarebbe stata lunga, il colloquio frettoloso e il congedo rapido. Si era appena accomodato, quando comparve Dora. «Dottor Dirado, buongiorno. Sono l’assistente personale del dottor Roccia. Se vuole seguirmi.» Il locale oltre la porta era un unico open space dieci volte più grande dell’ingresso, contornato da vetrate che correvano dal soffitto al pavimento. L’impressione di Guido fu di camminare su una piattaforma aerea. Gli arredi erano rigorosi ma di classe. Ovunque monitor, stampanti e schermi al plasma che mostravano grafici e quotazioni. Davanti a ognuno di essi sedeva un impiegato. Il pavimento, foderato di moquette a pelo lungo, ingoiò i passi di Guido e quelli dell’assistente fino all’ufficio di Pietro Roccia. Dora aprì la porta e fece entrare il ragazzo. La sua attenzione fu immediatamente calamitata da una tela di tre metri per tre che troneggiava dietro la scrivania. Guido conosceva quel dipinto. Non ricordava chi fosse l’autore, ma l’aveva visto su tante riviste e gli era rimasto impresso. Raffigurava un labirinto e una figura femminile. «Buongiorno, dottor Dirado. Si accomodi» disse Pietro porgendogli la mano. «Molto lieto» fece Guido senza staccare gli occhi dall’opera appesa al muro alle spalle del suo interlocutore. «Le piace il mio dipinto?» chiese Pietro indicando il quadro. «Moltissimo, le foto non gli rendono giustizia. Dal vivo è travolgente, i colori sono impressionanti e non immaginavo fosse tanto grande.» «Mia moglie sarà felice di saperlo. Il filo di Arianna è l’opera a cui tiene di più, per questo non l’ha venduto, ma regalato a me.» L’autore, dunque, era la signora Roccia. Guido non sapeva che Asia Carminati fosse la moglie di Pietro Roccia. «Mi ha detto Gabriele che le piacerebbe fare un po’ d’esperienza nel mondo della finanza» esordì Pietro. «L’ha descritta come un tipo in gamba, volitivo e ambizioso. So anche che si è laureato alla Cattolica a tempo record.» Suo figlio non si era espresso esattamente così, ma a Pietro quel ragazzo aveva fatto subito simpatia. I due parlarono animatamente di listini azionari, analisi tecnica quantitativa e qualitativa, asset management e location strategica per quasi un’ora. Il dottor Dirado si stava dimostrando preparato e informato su tutto, aveva idee e opinioni personali che esponeva in modo chiaro e coerente. Pietro era colpito, avrebbe tanto voluto avere conversazioni del genere con Gabriele. Dora bussò alla porta: «Dottore, le ricordo l’appuntamento Skype con la DowDuPont». «Grazie, Dora. Ora chiamo subito.» «Il colosso americano da centotrenta miliardi di dollari, nato dalla fusione fra DuPont e Dow Chemical?» chiese Guido in estasi. «Sì, stiamo per diventare il loro financial advisor» rispose Pietro sorprendendosi che il ragazzo conoscesse l’argomento. «Grandioso!» esclamò l’altro. «Ti piacerebbe collaborare con me a questo progetto?» domandò Pietro passando a un tono più cordiale. «Dice sul serio?» «Sono serissimo. Vorresti provare a lavorare per la Rock Investments?» «Certo.» Guido scattò in piedi e allungò la mano per stringere quella di Roccia. «Non se ne pentirà, glielo giuro. Lavorerò giorno e notte, farò tutto quello che mi chiede. Mi dica solo quando devo iniziare.» «Non abbiamo ancora parlato di compenso» disse Pietro. «Non ho pretese. Quello che ritiene giusto, per me andrà benissimo. È già un onore poter lavorare per la sua società.» «D’accordo. Parleremo dello stipendio in seguito. Ti aspetto domattina. Sette in punto.» Mentre tornava a Baranzate, Guido si rimproverò per non aver affrontato l’aspetto economico. Probabilmente Pietro Roccia lo avrebbe fatto lavorare come un mulo per due spiccioli, senza contare che arrivare in ufficio alle sette avrebbe significato alzarsi alle cinque. A mezzogiorno e mezzo, nell’attico di Parco Sempione, Fiordaliso iniziò a stiracchiarsi fra le lenzuola. Sugli occhi indossava la mascherina per dormire, una fascia di seta blu con ricamata la frase: wake me up with champagne, svegliatemi con lo champagne. La sollevò e chiamò la cameriera: «Luisa, dove sei? Mi porti la colazione? Subito!» Luisa Fiorini, laureata in psicologia da dieci anni, era a servizio della signorina Roccia da tre. Dopo diversi concorsi per un posto da assistente sociale che non aveva ottenuto, si era rassegnata a qualsiasi lavoro. Tramite passaparola era arrivata a Fiordaliso che cercava un’assistente personale, anche se, a essere onesti, avrebbe dovuto dire schiava. L’orario di lavoro di Luisa era illimitato, così come i suoi compiti che andavano dalle pulizie, alla spesa, a occuparsi del cane o fungere da centralista e veniva pagata quanto un’operaia ma rigorosamente in nero. «Contributi e tasse sono soldi buttati via» sosteneva Fiordaliso. La donna spinse il carrellino portavivande fino alla porta della camera e bussò: «È permesso?» «Certo che è permesso. È un’ora che ti chiamo.» Fiordaliso ispezionò il contenuto del vassoio e infilò l’indice in uno dei cornetti della pasticceria Grecchi, che Luisa comprava ogni mattina. «Non è caldo. Quante volte ti ho detto che li voglio caldi? Non mi pare di chiedere la luna, Luisa. Sai che mi alzo a quest’ora, ma se vai a prendere i cornetti all’alba perché è più comodo per te, è ovvio che a mezzogiorno sono freddi. E allora cosa devi fare?» «Li metto due minuti nel forno prima di portarli» recitò Luisa in tono piatto. «Vedi che, se pensi, le cose le sai fare?» «Vado a scaldarli» disse la donna rassegnata. «Non importa. Ormai il danno è fatto. Walterino, piuttosto, dov’è?» Walter, detto Walterino, era il chihuahua nano che Fiordaliso aveva acquistato tramite Ippolita De Palma Ortega, la sua più cara amica, nonché ex fiamma di Gabriele. Ippolita era la rampolla di un imprenditore panamense nel settore abbigliamento a basso costo. Viveva in Italia da alcuni anni, ufficialmente in veste di responsabile del mercato europeo per la società di famiglia, ma siccome gli straccetti che produceva papà, come li chiamava lei, non la interessavano, si era votata agli animali. Ippolita si dichiarava vegana, eppure mangiava ostriche sostenendo che erano solo conchiglie; diceva di essere la portavoce di una Ong internazionale a difesa e protezione degli animali, tuttavia nessuno aveva mai saputo di quale. Gli unici quadrupedi di cui si occupava erano i sette chihuahua che possedeva. Li vestiva come bambolotti e li sfoggiava in abbinamento ai suoi look, uno per ogni giorno della settimana. Aveva attaccato questa mania anche a Fiordaliso. «Il cane è in cucina, gli ho appena dato la colazione» rispose Luisa. «Walterino, vieni dalla mamma?» chiamò Fiordaliso. Un ticchettio di unghiette sul pavimento e la bestiola fu sul letto. «Orrore! Che fai nudo, tesorino? La tata ti ha tolto il pigiamino e non ti ha ancora vestito?» «Non sapevo cosa mettergli» disse Luisa. «Nel sacchetto di Ralph Lauren, che trovi in salotto, c’è un maglioncino bianco con la bandiera americana che ho comprato ieri. Voglio vedere come gli sta.» La donna si allontanò col cane. Fiordaliso consultò l’agenda sul suo smartphone. La giornata era piena di impegni: estetista, hairstylist, personal shopper e aperitivo. «Sarà meglio che mi sbrighi o non riuscirò a fare tutto» borbottò fra sé. Due ore dopo, fasciata in un tubino di jersey firmato Valentino, era pronta per uscire. «Io vado!» urlò a Luisa. «E il cane?» la rincorse Luisa portando il chihuahua infagottato nel maglione di Ralph Lauren. «Sei proprio il top, Walterino. Un amore. Ma non sei nell’abbinamento giusto. Oggi resti a casa.» Fiordaliso sbatté la porta e sparì nell’ascensore.
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