4. Gabriele e Fiordaliso Roccia
Il primo pensiero della giornata per Gabriele era comprare qualcosa di nuovo perché, diceva, “le donne sono attente ai dettagli e adorano un uomo che sfoggia abiti e accessori costosi”.
Nelle ultime settimane si era procurato gli occhiali dello store Montenapoleone con lo skyline di Milano serigrafato sull’astina, l’ultimo modello di Air Jordan con i terminali delle stringhe in oro e il quinto Rolex della sua collezione, pagato la bellezza di quarantamila euro. Aveva comprato centinaia di altri oggetti che nemmeno ricordava, perché quando entrava in un negozio per una cosa, usciva con dieci. Le boutique dove si serviva abitualmente conoscevano questa sua debolezza ed erano bravissimi a blandirlo.
Qualche giorno prima, lo aveva chiamato la sua profumeria di fiducia per avvisarlo che il Clive Christian che aveva ordinato era arrivato. Gabriele si era precipitato al negozio in compagnia di Oscar Giordano, il suo amico del cuore.
«Il profumo è il tuo biglietto da visita quando ti presenti a una persona, specie se femmina» aveva detto a Oscar mentre la commessa tirava fuori vari flaconi.
«So che sei qui per il Clive» aveva esordito la donna «ma oggi ti vorrei stuzzicare con qualcosa di più sensuale: il Creed Millesimi Imperial. È un ozonico marino con un cuore di iris fiorentino che, secondo me, si abbina meravigliosamente al tuo incarnato.» Gliene aveva versata qualche goccia sul polso.
«Top del top!» aveva esclamato Gabriele facendolo annusare a Oscar.
Un profumo dopo l’altro, le confezioni aggiudicate avevano occupato l’intero ripiano accanto alla cassa. Solo a quel punto, l’astuta commessa aveva tirato fuori il Clive Christian numerato che Gabriele aveva ordinato. Con la cautela di un artificiere che maneggia una bomba, la donna aveva appoggiato un piccolo scrigno sul bancone. L’interno del forziere era foderato di seta bianca e conteneva una boccetta di cristallo sulla quale brillava una pietra. «Ecco il tuo Clive con diamante, un pezzo unico sia a livello di essenza che di packaging. La fragranza è a base di bergamotto, cardamomo, gelsomino indiano e, nella versione per uomo, una punta di ylang ylang. Il prezzo, come già sai, è centosettantamila euro» aveva detto la donna.
Oscar aveva osservato la bottiglietta perplesso.
«È prodotto in edizione limitata. Solo dieci flaconi l’anno pour femme e pour homme» aveva precisato la commessa davanti allo sguardo dell’accompagnatore del suo cliente.
«Ti rendi conto con cosa abbiamo a che fare?» aveva detto Gabriele all’amico. «Flacone in cristallo finissimo, collare in oro e un diamante da cinque carati incastonato. È il profumo più caro al mondo, usato dal sultano del Brunei, dal multimiliardario Abramovic e adesso anche da me.»
Tirando le somme, quella puntatina in profumeria era costata a Gabriele l’equivalente di un appartamento di quattro vani.
I suoi svaghi consistevano anche in feste con gli amici, serate in discoteca e party esclusivi, ovunque fossero: Venezia, Ibiza, Formentera, Roma, Capri, Riccione.
A Milano, Gabriele faceva tappa fissa al Byblos, sempre col medesimo copione: area privé, una cerchia di amici del suo livello, come diceva lui, piramidi di frutta fresca e Dom Pérignon a fiumi, una seratina da quattromilacinquecento euro, in media.
I party a Formentera iniziavano a primavera, quando Milano era ancora fredda mentre laggiù si poteva già fare il bagno. E allora, la festa era in piscina e lo champagne, oltre che da bere, serviva a riempire pistole e fucili giocattolo per ingaggiare battaglie a suon di spruzzi. Una volta, Estelle D’Ambrosio, la fashion blogger, si era presentata con un bikini stile Ursula Andress in 007 Licenza di uccidere e un fucile Nerf Super Soaker con un getto di nove metri. Estelle aveva colpito e affondato praticamente tutti. Un successone!
Fiordaliso, che era molto competitiva, si era infilata una bottiglia di Dom Pérignon in mezzo alle tette e aveva versato champagne nei calici di ogni ragazzo senza usare le mani. Doppio successone!
Per Fiordaliso gli appuntamenti irrinunciabili erano legati alla cura del corpo: massaggi, trattamenti viso, manicure, pedicure, parrucchiere e qualche ritocchino dal chirurgo. Fortuna voleva che nel gruppetto dei loro amici ci fosse Otario, figlio del professor Ettore Fanti, luminare di chirurgia estetica. Con l’intercessione di Otario, Fiordaliso aveva scavalcato una lunga lista di attesa e aveva ottenuto protesi al seno taglia quinta nel giro di ventiquattr’ore. I suoi genitori erano inorriditi quando l’avevano vista, ma non avevano potuto evitarlo, perché Fiordaliso era maggiorenne, all’epoca dei fatti viveva fuori casa già da un anno e li aveva messi al corrente solo dopo l’intervento. Secondo la ragazza, quel ritocchino era il suo investimento per la tv. Da allora ne aveva fatti molti altri: filler labbra, iniezioni di acido ialuronico e liposuzione a cosce e fianchi.
Un’altra cosa alla quale Fiordaliso non sapeva rinunciare erano i piercing. Non quelle sfere e cerchietti metallici che portavano tutti a orecchie, naso e lingua, quella era roba dozzinale. Lei si era fatta impiantare sottopelle delle micro placchette in titanio lungo tutta la spina dorsale. Asia e Pietro lo avevano scoperto durante una festa in piscina nella villa di famiglia in Sardegna, dopo aver ricevuto una fattura milionaria dal gemmologo Rodrigo Marchi.
Fiordaliso, come il resto della famiglia Roccia, si serviva regolarmente da Rodrigo. L’uomo si era presentato a casa della ragazza con un’intera collezione di pietre preziose. «Su cosa sei orientata, Fiore? Un gioiello per il prossimo party, un collier, un anello?» aveva chiesto. Il gemmologo aveva realizzato per lei molti pezzi esclusivi e costosi. Al conto pensava papà Roccia, che sui gioielli non lesinava. Diceva che oro, platino e pietre preziose erano un valore nel tempo, diversamente da molte altre spese dei suoi figli. «Se ti interessa, ho in arrivo una partita di smeraldi perlati di giadeite verde con i quali verrebbe una collana da sogno» aveva suggerito Marchi.
«Non ti ho chiamato per dei gioielli, Igo. Vorrei cambiare look ai miei piercing.» Fiordaliso aveva mostrato la fila di brillantini che si era fatta impiantare sulla schiena. «Glam, vero? Li ho fatti due mesi fa e ho dovuto mettere pietre piccole per agevolare la cicatrizzazione, ma ora posso sostituirle con qualcosa di più vistoso.»
Marchi li aveva trovati raccapriccianti. Chissà che dolore. Non le davano fastidio? Come faceva a sdraiarsi? E se un piercing fosse rimasto impigliato in un abito? Aveva sorriso e ingoiato tutte le domande, dopotutto era lì per vendere. «Su quali pietre sei indirizzata?» aveva chiesto.
«Le voglio colorate e sbrilluccicanti» aveva risposto Fiordaliso.
«Che ne dici di un rubino birmano rosso sangue?» Marchi le aveva mostrato una pietra.
«Non hai qualcosa di più scintilloso? Voglio che lasci tutti a bocca aperta.»
«La pietra più scintillante è il diamante» aveva detto Rodrigo. «Posso averlo in vari colori, però il prezzo sale.»
«Chi se ne frega, basta che brilli.»
Il gemmologo aveva tirato fuori un diamante rosa.
«Top! Questo sì che è brillantinoso. Nei hai di altri colori?»
«Te li posso procurare blu, viola, rossi e gialli. Quanto al peso, taglio e purezza, cosa preferisci?» aveva chiesto Rodrigo.
«Fai tu.»
Così, Fiordaliso aveva avuto i suoi dodici piercing di diamanti e Pietro una fattura da capogiro.
Una mattina di settembre, Gabriele si era svegliato alle nove per studiare. A breve avrebbe sostenuto una verifica pre-esame di economia politica, per questo aveva puntato la sveglia praticamente all’alba. Suo padre aveva detto che fino al conseguimento della laurea poteva scordarsi di cambiare macchina e Gabriele era stufo della Lamborghini. Stava per aprire il libro di economia politica, quando squillò il cellulare.
«Ueilà, bambascione, vieni a Bresso?» la voce era quella di Oscar.
«A fare che?» chiese Gabriele.
«Sono all’aeroclub, sai quello dove prendo lezioni di volo?»
«Ho presente, ma ti dico subito che un’altra gita su quel Piper del cazzo non la faccio.»
Oscar era un fanatico del volo. Qualche mese prima aveva preso la licenza di pilota privato su un Piper PA34. Una volta ci aveva trascinato anche Gabriele. Tornato a terra, lui aveva giurato di non rimettere mai più piede su una carretta del genere.
«Niente Piper. Ho qualcosa di super togo da farti vedere.»
«Vuoi dire che il vecchio ha sganciato?» chiese Gabriele.
«Esatto.»
Concordarono di vedersi di lì a due ore.
Il primo problema di Gabriele fu trovare il giusto abbinamento Rolex-Jordan. Dispose vari modelli di scarpe e orologi sul pavimento della camera e lanciò un appello sui social con un video: «Ciao amici, sono qui in hashtag-sbatti. Il mio amico Oscar mi aspetta all’aeroclub di Bresso e io non so decidere quale combinazione sia la migliore». Spostò l’inquadratura sulla roba sistemata per terra. «Datemi un consiglio, gente, o il prossimo non sarà hashtag-sbatti ma hashtag-ritardo-terribile.» Mentre Gabriele si lavava i denti, il popolo di internet aveva dato il suo verdetto con diecimila commenti.
Il secondo problema della giornata era presentarsi in aeroporto con la vecchia Lamborghini, mentre il suo amico aveva un giocattolo nuovo. Gabriele compose il numero della rimessa di auto del padre: «Ciao, Antonio, sono Gabri. Mi serve una macchina oggi».
Antonio era un uomo vecchio stampo di origini umilissime. Nonostante conoscesse i rampolli Roccia da quando erano bambini, si rivolgeva a loro come a dei piccoli lord. «Certo, signorino. Quale desidera?» chiese.
«Prepara la Duesenberg» gli ordinò Gabriele. All’altro capo ci fu un lungo silenzio. «Antonio, ci sei? Hai sentito?»
«Sì, signorino, il fatto è che ho ordini precisi. I signorini possono utilizzare tutte le auto tranne quella.» La Duesenberg del 1935 era l’auto più preziosa della collezione di Pietro, tenuta come una reliquia e usata esclusivamente da lui per partecipare a pochi selezionatissimi raduni internazionali.
“Mio padre è il solito stronzo. Pensa che non sia capace di riportare intatta la sua stupida macchina preferita? O che da quella caduta in bici a sei anni non sia in grado di guidare più nulla?”
«Senti, non me la menare» sbottò Gabriele gettando la sua frustrazione su Antonio. «La tratterò con la massima cura. Te la riporto nel pomeriggio e ti do anche una bella mancia.»
«Non posso, signorino. Se il dottore se ne accorge, potrei perdere il posto.»
«A proposito di posto, tua moglie Assuntina è ancora a servizio dalla zarina Medici Romanov?»
«Sì, signorino.»
«Se vuoi che ci resti, prepara la Duesenberg. Vengo a prenderla fra mezz’ora» e riattaccò.
La zarina Medici Romanov, che per Gabriele era semplicemente Corinne, era un’amica della sua cerchia. Anni prima, la sua famiglia cercava una cuoca e lui aveva raccomandato Assuntina. Era il momento che Antonio restituisse il favore.
Il pover’uomo raggiunse la preziosa auto e tolse il telone che la proteggeva dalla polvere. «Oggi vai a fare un giro con Gabriele» disse alla macchina. «Non ti sciuperà, stai tranquilla. Non è un cattivo ragazzo, è che il padre lo ha sempre trattato come un mentecatto e lui si prende piccole rivincite come questa.»
Alle undici e trenta, con mezz’ora di ritardo, Gabriele arrivò all’aeroclub di Bresso a bordo della decappottabile d’epoca color amaranto.
«Che figata di macchina!» esclamò Oscar.
«Una delle tante della mia famiglia» disse Gabriele. Piantò l’auto da milioni di euro in un punto a caso e scese. «Se lascio le chiavi in ufficio, pensi che qualcuno possa occuparsi di parcheggiarla?»
«Certo, nessun problema» rispose Oscar.
I due ragazzi si avviarono all’hangar vicino alla pista di decollo. Oscar aprì il portone e svelò un modernissimo jet bimotore.
«Meglio del Piper…» borbottò Gabriele.
«Scherzi? È un Citation Mustang 510, il più moderno aereo d’affari di fascia entry-level della Cessna. Costa tre milioni di euro. Facciamo un giro?»
«Sei in grado di pilotarlo?»
«No. Ci porta il comandante dell’aerostazione.»
Venti minuti più tardi, il Mustang solcava il cielo in direzione del lago d’Iseo e avanti ancora fino al lago di Garda. Quando fu sopra a Venezia, Oscar tirò fuori una bottiglia di Dom Pérignon. «Sbocciamo per festeggiare il mio aereo e la Golden Collection» disse.
«Sarebbe?»
«Papà mi ha chiesto di fare qualcosa per l’azienda di famiglia e io ho creato un prodotto top quality di cui nessuno potrà fare a meno.» Oscar tirò fuori un cofanetto gioiello e ne estrasse una bottiglia. «Vetro serigrafato in oro ventiquattro carati e lamine d’oro alimentare che galleggiano nello champagne insieme alle bollicine.»
«Figata» disse Gabriele, anche se avrebbe voluto dire cagata. «Il mondo lo deve sapere. Facciamoci un selfie.» Scattarono una serie di foto di prova, si consultarono su quale fosse la migliore, infine pubblicarono. «Siamo ufficialmente online con aereo e champagne!» dichiarò Gabriele soddisfatto. «Quando sarà il lancio del Golden Collection?» chiese.
«Le stelle non sono favorevoli adesso. Trigono in Giove e il transito di Saturno suggeriscono di aspettare. Almeno finché Venere non entra in Pesci» disse Oscar.
La storia che gli astri influenzano la vita delle persone, secondo Gabriele, era una supercagata, ma Oscar non muoveva un dito senza consultare il suo astrologo di fiducia. E non era il solo. Anche Otario, il figlio del chirurgo, era fissato con quella roba. Gabriele era molto più concreto. «Che ne dici di una striscia per festeggiare?» propose. Tirò fuori una bustina dalla tasca dei pantaloni e preparò due piste di coca.
«Non mi va» disse Oscar.
«È roba buona. L’ho pagata un botto.»
L’amico non si lasciò convincere e Gabriele tirò su la dose di entrambi.