5. Immacolata Esposito
Le analisi di Asia erano in ordine, eppure i dolori continuavano a tormentarla. Pietro aveva prenotato per lei una sequela di visite specialistiche: grazie al suo ruolo di finanziatore di Telethon, conosceva i luminari di qualunque specializzazione. Dopo il nefrologo, il reumatologo, uno specialista in medicina riabilitativa e uno in tossicologia clinica, quella mattina Asia aveva appuntamento col neurologo.
La donna si presentò nello studio del professor Claudio Garbo con i risultati dei controlli effettuati negli ultimi mesi. Per far contento il marito, era seduta in silenzio da venticinque minuti davanti a un uomo brusco e accigliato che sfogliava referto dopo referto commentando solo a mugugni. Asia era così annoiata che le veniva sonno. Un paio di volte aveva provato a dire qualcosa, ma il medico l’aveva subito fermata: «Mi faccia finire, signora, poi parliamo». Finalmente giunse all’ultimo foglio.
«Quindi, professore?» chiese Asia impaziente di tornare alle sue tele.
«Si sdrai sul lettino, voglio visitarla.» Il professore ispezionò polsi, gomiti, spalle, ginocchia, articolazioni delle caviglie, dita dei piedi. Esaminò anche le pupille, la lingua e la gola.
«I dolori sono alle mani soltanto» provò a dire Asia.
«Un attimo ancora. Non posso interrompere adesso le mie osservazioni.»
Venti minuti più tardi il professor Garbo dette il permesso alla paziente di rimettersi a sedere di fronte alla scrivania. «Adesso mi racconti come e quando sono iniziati i dolori, che tipo di sensazioni prova, quanto dura mediamente il fastidio.» L’interrogatorio durò un tempo infinito. Il professor Garbo (mai nome fu meno azzeccato, pensò Asia) non la guardava neanche in faccia, prendeva appunti su appunti. «Può bastare» la interruppe a un certo punto. Scribacchiò qualcosa su un foglio, lo timbrò e disse: «Lei mi fa questi accertamenti e poi ci rivediamo».
Asia lesse: elettromiografia, esame della velocità di conduzione nervosa, risonanza magnetica nucleare dell’encefalo e del midollo spinale. «A che servono tutti questi esami?»
«Senza, non posso confermare la diagnosi né stabilire l’entità del danno.»
Lei divenne pallida. «Quindi, ha un’idea di cosa si tratti?»
«Voglio vedere i risultati degli accertamenti, prima di pronunciarmi» disse il professore.
«Mi dia almeno un’idea. Più che altro per mio marito, è un ansioso che vede malattie ovunque, vorrei tranquillizzarlo.» Asia dovette insistere e implorare per mezz’ora per strappare qualcosa al neurologo.
Il professor Garbo pose una montagna di forse, ribadì che era una supposizione, un’eventualità. Il suo sospetto era che si trattasse dello stadio iniziale di una sclerosi laterale amiotrofica, in una parola SLA.
Asia non sapeva molto di quella malattia, a parte il fatto che era irreversibile e terribilmente invalidante. La sua mente corse subito alla madre e alle sofferenze che aveva patito. I medici avevano ipotizzato una forma di Parkinson, ma in quel preciso momento Asia ebbe la certezza che Rosanna fosse morta di SLA e che gliel’aveva trasmessa insieme ai capelli biondo-ramati, la pelle di alabastro e la tenacia. Il secondo pensiero fu Pietro. Come poteva dargli una notizia del genere?
La donna non si rese conto di quanto tempo avesse impiegato a raggiungere l’auto nel parcheggio, né di come fosse riuscita a attraversare Milano e imboccare l’autostrada. Non ricordava la strada percorsa, i semafori, il traffico, il casello, se aveva pagato o no il pedaggio. Aveva spento il motore dentro a un cortile. Davanti a lei c’era il condominio di via Crispi, dove aveva abitato fino a quando non aveva sposato Pietro. Che c’era venuta a fare? Non tornava in quel posto da più di vent’anni.
Asia rimase a fissare una finestra del quarto piano per un tempo interminabile. Era da lassù che sua madre la sorvegliava quando, da bambina, giocava a palla in cortile; da lassù si affacciava per darle il benvenuto quando rientrava da scuola; lassù Rosanna stendeva i panni che lavava per lei e, sempre lassù, in due stanze senza ascensore, aveva trascorso l’ultima parte della sua vita inchiodata a una sedia a rotelle.
Lacrime di rimpianto offuscarono gli occhi di Asia. Se avesse avuto allora un decimo delle possibilità economiche di oggi, avrebbe potuto alleviare molte delle sofferenze di sua madre. Avrebbe potuto offrirle le migliori cure mediche, una casa grande e luminosa e qualcuno che l’assistesse ventiquattr’ore al giorno. Immaginò sua madre nella tenuta dei Roccia, curata e coccolata come una bambina, la sedia a rotelle affacciata sulle vetrate che guardano le colline fino all’orizzonte. Probabilmente sarebbe morta lo stesso, ma avrebbe sofferto molto meno.
Asia si asciugò gli occhi col dorso della mano, scese dall’auto e si accese una sigaretta. Aveva smesso di fumare da tanti anni, era stato Pietro a convincerla. Tuttavia, teneva in borsa un pacchetto ancora sigillato a monito della decisione presa. Aspirò due boccate e tornò a fissare la finestra al quarto piano.
Le tapparelle di quella sul lato opposto della tromba delle scale si aprirono. Un’anziana dai capelli nerissimi si affacciò, guardò giù in cortile ed esclamò: «Gesù, Giuseppe e Maria! Asia, picciridda, si proprio tu?»
Immacolata Esposito, come aveva potuto dimenticarla? Aveva lo stesso improbabile colore di capelli di un secolo prima, molte rughe in più e l’inconfondibile cadenza siciliana.
«Biddazza duci duci, della zia, che fai acchi? Sali che ti faccio ’na cicara di café!» urlò la vecchia dalla finestra.
Asia accolse l’invito con piacere. Un volto amico, ma lontano dal suo attuale mondo, era quello che ci voleva.
Zia Imma era la vicina di casa di sua madre e aveva sempre voluto essere chiamata così, sebbene non ci fosse alcuna parentela fra le due donne. Per quanto Asia potesse ricordare, Imma era vedova già allora, figli non ne aveva mai avuti e a risposarsi non ci aveva mai pensato. Diceva che di mariti ne aveva avuto uno e le bastava. Quando Asia era piccola e Rosanna doveva lasciarla per andare a lavorare, era zia Imma a prendersi cura di lei. Stavano insieme giornate intere. Imma era dolce, materna e la riempiva di zabaione al marsala accompagnato dal commento: «Mangia picciridda, che ti devi fare grande e forte, perché ’u munnu è difficile, specie con nuatri fimmini».
Asia raggiunse il quarto piano con il cuore in gola, aveva dimenticato quanto fosse dura quell’arrampicata. Da ragazza faceva i gradini due a due correndo per tornare prima possibile dalla sua mamma.
Imma l’aspettava sul pianerottolo e la coprì di baci. Asia scoppiò a piangere.
«Che eri felice di vedermi ’o pensavo, ma accusì è troppo. Asciuga chissi occhioni, che ti si appizza ’u trucco n’ta faccia» disse la vecchia.
Il motivo di tante lacrime fu presto rivelato. Imma ascoltò il racconto della sua nipotina, ora abbracciandola, ora porgendole un pezzo di carta igienica che era andata a prendere in bagno. Il tavolo della cucina era un tappeto di pallottole moccicose quando Asia smise di parlare.
Il suo cellulare squillò: era Pietro. Squillò diverse altre volte, lei non rispose mai. «Non so cosa dirgli» mormorò.
«Biddazza duci della zia, nun è evitando di dircelo che risolverai ’i cosi. Iddu ti ama assai. Venne lui a cercarti al bar dopo che tornò dall’America, o mi sbaglio?» Asia annuì. «Sempre iddu ti disse che eri ’a donna della vita suia e ti chiese in sposa. Quanti anni passarono? Venti?»
«Ventisei.»
«Gesù, Giuseppe e Maria! È chiù di nu quartu di secolo che siti marito e moglie. Si felice cu iddu, picciridda?»
«Moltissimo, Imma. Felice come non lo sono mai stata in tutta la mia vita.»
«Allora ci devi parlare. Iddu ti capisce e tutto s’appiana.» L’unico amore che Imma aveva conosciuto nella sua vita, era quello delle telenovele sudamericane dove gli amanti perduti si ritrovavano, i figli illegittimi venivano riconosciuti, i malati terminali guarivano miracolosamente. La sua preferita era Anche i ricchi piangono.
Immacolata aveva iniziato a seguirla su Telereporter negli anni Ottanta. Sedeva in cucina davanti alla tv e intanto sbatteva uova per gli zabaioni della nipotina. Era una tale fan di quella telenovela, che aveva seguito perfino le repliche su Euro TV, Rete 4 e Odeon. Quando il tubo catodico aveva smesso di mandare in onda la serie, l’anziana era caduta in una specie di stato depressivo. A quel tempo, Asia era in procinto di lasciare la casa materna per seguire Pietro. Prima di salutare zia Imma, le aveva regalato un videoregistratore e le cassette vhs della serie. «Così, la puoi riguardare all’infinito» le aveva detto.
Asia notò che la donna le aveva ancora in bella mostra accanto alla tv e le scappò un sorriso. «Sei ancora una fanatica di Verónica Castro?» domandò, indicando le cassette.
«Sì, picciridda. Arrivo in fondo e ricomincio.»
«Imma, non voglio che Pietro soffra come ho sofferto io con la mamma, non voglio che mi veda ridotta in quello stato e poi ci sono Fiordaliso e Gabriele, come farò a dire loro che…»
«Il dottore disse che nun è sicuro di chiddu cà tieni» la interruppe la vecchia. «Magari si sbaglia.»
«Voglio che tu mi prometta una cosa, Imma. Se dovesse capitarmi il peggio, voglio che ti occupi di Pietro e dei miei figli. Devi stargli vicina e dargli lo stesso amore che hai dato a me quando ero bambina. Promettimelo.»
«Si me lo chiedono, ci darò vrazzu, spaddi e cutruzzu (gli darò il braccio, le spalle e la colonna vertebrale). Ma sugnu sicura che nun è necessario. I dottori scopriranno che non tieni niente e tu, Pietro e i ragazzi vivrete felici per sempre.»
Il cellulare di Asia squillò per la quinta volta. «Adesso devo proprio andare o mio marito penserà che mi sono fatta l’amante.» Un sorriso amaro le piegò le labbra.
«Accussì ti voglio. Sorridente e forte come sei sempre stata.»
Le due donne si abbracciarono, si scambiarono i numeri di telefono e la promessa di non perdersi mai più di vista.
Asia arrivò a casa. Buttò la borsa e le chiavi dell’auto sulla poltroncina nell’ingresso e si precipitò a chiamare Pietro dal telefono fisso.
«Sei a casa? Dio mio, quanto mi hai fatto preoccupare. Ti ho chiamato un milione di volte.»
«Sul serio? Non mi sono accorta. Avevo messo il telefono silenzioso.»
«Com’è andata con Garbo?»
«È stata una visita lunghissima e il tuo amico è tutto meno che garbato.»
Pietro rise.
«Sono stanca, è stata una lunga giornata. Ti spiace se ti racconto tutto stasera?»
«D’accordo» rispose lui rassicurato dal tono calmo della moglie. «A presto, luce dei miei occhi. Un bacio.»
Asia riattaccò e si guardò nello specchio veneziano che sovrastava la poltroncina Le Corbusier. Aveva il volto devastato e due profonde occhiaie. Non poteva farsi vedere da Pietro in quelle condizioni. Si trascinò in cucina, un caffè l’avrebbe rimessa al mondo. Armeggiò con la moka per mezz’ora, i lucciconi le offuscavano la vista, le mani tremavano e le facevano più male del solito. Quando riuscì ad avvitare la macchinetta e metterla sul fornello, scoppiò in un pianto liberatorio.
Pietro rientrò a casa. «Amore, sono tornato!» urlò dall’ingresso. «Non resistevo, dovevo vederti subito e dirti…» La frase si ruppe nell’aria appena varcò la soglia della cucina. Asia era sul pavimento, scossa da singhiozzi incontrollabili. Tremava tutta e non si era nemmeno accorta dell’arrivo di lui. La moka puzzava di bruciato. Doveva aver terminato il suo lavoro da un po’, perché il caffè era schizzato ovunque.
Pietro corse ad abbracciare la moglie. «Che è successo, Asia?» Lei gli si abbandonò addosso come una bambola di pezza, senza smettere di piangere. «Parla, luce dei miei occhi.»
«So-sono ma-malata» riuscì infine a balbettare.
«Dimmi cosa ha detto esattamente il dottore e risolveremo la cosa insieme.»
Furono le peggiori ore della vita di Pietro, peggiori di quelle passate in aereo per tornare dai genitori morti, peggiori del momento del riconoscimento delle salme. Viste le condizioni della moglie, Pietro dovette farsi forza per dare forza a lei. Le disse che il professor Garbo poteva aver preso un abbaglio, c’erano tutti quegli accertamenti da fare, fino ai risultati era assurdo essere tragici. Ma Asia si era convinta di avere la stessa malattia della madre. Pietro ribatté che non c’erano prove né da quale patologia fosse realmente affetta Rosanna, né che lei l’avesse ereditata. «Se anche fosse, sono passati più di vent’anni da allora, la ricerca sulle malattie rare ha fatto passi da gigante. E non ti dimenticare il mio legame con Telethon. Andremo da tutti i medici che esistono sulla terra. Sentiremo dieci, cento, mille pareri e solo allora ci faremo un’idea. Chiamerò Gottesfeld, il presidente della commissione scientifica di ricerca. L’ultima volta che l’ho incontrato mi ha detto che alcune patologie sono già in fase di risoluzione. Vedrai che ci stiamo preoccupando per niente. Un giorno racconteremo ai nostri nipoti di quella volta che…»
«I ragazzi non devono sapere, Pietro. Giurami che non dirai una parola a Fiordaliso e Gabriele.»
«Se ti fa stare più tranquilla, te lo giuro» mormorò Pietro baciandola. «Ora fatti un bagno rilassante. Penso io alla cena.»
«Ma se non sai cucinare» ribatté lei.
Pietro la zittì con un altro bacio. Le prese le mani e le accarezzò con le labbra. «Porta queste belle manine e il resto di te di sopra, riempi la vasca e aspettami. Ti stupirò con le mie doti culinarie.»
Dieci minuti più tardi, Pietro salì le scale con crostini al salmone e una bottiglia di chardonnay. «Madame, è servita» annunciò appoggiando il vassoio sul bordo della vasca.
«Lo chef ha superato se stesso» rise Asia.
«Madame, non ha ancora visto il dessert.» Pietro si tolse la cravatta cercando di imitare le movenze di uno spogliarellista, poi si sbottonò la camicia con lentezza irritante. Lei rideva e canticchiava You can leave your hat on. Quando suo marito la raggiunse in mezzo alla schiuma e la avvolse con il suo corpo, mormorò: «Ti amo».
«Io di più» rispose lui.