6. Ciao poveri!

2251 Words
6. Ciao poveri! Fiordaliso adorava Milano perché chic, multiculturale e un po’ snob, ma le piaceva anche la Roma caciarona e tamarra. Quando Zubby Boy, rapper emergente dell’underground romano, l’aveva invitata nella capitale per incidere una piccola parte nel suo ultimo disco, non se l’era fatto ripetere due volte. L’incontro col cantante era avvenuto casualmente all’Old Fashion di Milano, una discoteca che Fiordaliso frequentava spesso. Zubby Boy si trovava lì per promuovere il suo ultimo singolo, un tormentone pieno di droga, alcol e sesso. Fiordaliso era nel privé in compagnia di Estelle, Corinne e Ippolita. Stava bevendo champagne e ballando davanti alle balaustre che affacciavano sulla pista sottostante, quando aveva notato qualcosa di interessante. Non Zubby Boy, l’attrazione della serata, quanto i ballerini di colore che facevano da contorno al suo show. Fiordaliso aveva un debole per la pelle scura. «Ehi, avete visto che merce c’è laggiù?» aveva detto indicando i cinque ragazzi di colore al centro della pista. «Li invitiamo a unirsi a noi?» Le amiche avevano storto il naso ma lei li aveva fatti salire lo stesso. Insieme a quei giovanotti era arrivato anche Zubby Boy. Fiordaliso lo aveva snobbato: il cantante era un piccoletto col fisico a gruccia, la testa rasata e gli occhi piccoli che sparivano sotto la visiera del berretto. Lei aveva concentrato le sue attenzioni su Aliko, una montagna di muscoli di ebano. Zubby si era tenuto in disparte, gli piaceva osservare le persone e valutarne pregi e debolezze. Quando pensò di aver capito che tipo era Fiordaliso, allontanò il ballerino con una scusa e parlò alla ragazza. «Una collaborazione artistica? Dici sul serio, Zubby? Troppo togo» aveva esclamato Fiordaliso. «Anche un videoclip? Top del top… venire a Roma? No problem. Io adoro Roma. Ti premetto che non sono una professionista. No, perché prendo lezioni di canto, ma ancora… dici che va bene lo stesso? Dovrei anche ballare? Sì, lo so che la mia carrozzeria non passa inosservata.» Il rapper aveva le idee molto chiare sul ruolo di Fiordaliso nel suo prossimo disco: avrebbe giocato sulla notorietà del suo cognome e sul suo fisico mozzafiato. Aveva molte idee anche su quanto avrebbe potuto spillarle in futuro, ma quelle le tenne per sé. Per ottenere il suo tornaconto, Zubby Boy buttò il ballerino Aliko fra le braccia della ragazza e attese pazientemente. Fiordaliso impazziva per gli uomini di colore. «Li amo per le dimensioni di pene e cervello: uno grande, l’altro piccolo» diceva sempre alle sue amiche. Sfoggiava ogni nuova conquista alla stregua di borse e scarpe e se ne liberava con la stessa facilità con cui quegli accessori finivano in fondo all’armadio una volta adoperati. Il compito del pupazzo di turno era accompagnarla a fare shopping, portare i sacchetti e tenere Walterino al guinzaglio, scattarle foto a ripetizione, riempirla di complimenti e stare in silenzio se non interpellato. Una cosa va detta, Fiordaliso era molto generosa con i suoi schiavetti. Per prima cosa li rivestiva da capo a piedi di roba firmata e supercostosa. Secondo, li spediva in spa e centri estetici perché sosteneva che “anche una fuoriserie ha bisogno di manutenzione”. Terzo, li copriva di regali come orologi, bracciali e anelli d’oro. Al momento del congedo, lo schiavo poteva portarsi via il tesoretto accumulato. Anche Aliko aveva fatto quella fine. Tornato all’ovile, aveva fornito a Zubby Boy molte informazioni utili su Fiordaliso. A quel punto il rapper l’aveva ricontattata per il progetto discografico e l’aveva invitata a Roma. «Yo, bella zi’!» Zubby Boy accolse Fiordaliso allo Studio Zeta con baci e abbracci. «Figa, come sempre» disse facendola accomodare. La sala di registrazione di proprietà del rapper era un’accozzaglia di bare, teschi, madonne, candele, tende di broccato e mobili scompagnati. Sull’imitazione di un tavolo Luigi XVI svettava un avvoltoio impagliato, nello spazio fra due poltrone rosse sedeva una tigre di porcellana e uno scheletro di plastica penzolava davanti alla cornice dorata di uno specchio. Il resto dello spazio era occupato da un mixer, un paio di computer e una cabina insonorizzata. Fiordaliso prese posto su una delle poltrone rosse, di fianco alla tigre. «Che te do da bere? Un Dompero?» chiese Zubby. «Volentieri.» «Eccolo, ghiacciato come so che te piace» il rapper stappò e servì lo champagne. «Allora, bbella, ho già preparato la base e inciso la mia parte. Ha rime più baciate della Perugina, roba da rimbambimento. Mo te lo faccio sentì. Ce stanno delle parti vuote per il freestyle e ho scritto le barre de quello che devi canta’ tu.» Porse alla ragazza un foglio col testo. «Non è un po’ volgare?» disse lei dopo averlo letto. «È sexyton e bombaton come piace a te» fece lui usando gli stessi termini della ragazza. «Sì, hai ragione.» «E ancora non sai i dettagli der videoclip. Ce l’hai la robba pe’ vestirte?» «Certo. Un outfit very strong. Borchie, minigonna e scarpe fetish.» Fiordaliso mostrò gli abiti. «Bella zi’! Ce stanno a bomba cor testo, no?» «Sì, è vero.» «Mo’ registriamo, domani famo er video e in una settimana buttamo fòri er disco.» «Sei proprio hashtag-il-romano-più-organizzato-che-ho-mai-conosciuto!» «Quanno lavoro so’ molto serio. Prima de comincia’, te va ’na squagliatina?» Chiarito che si trattava di una canna con aggiunta di hashish sciolta, Fiordaliso declinò l’offerta a favore dello champagne. «Nun c’è probblema. Me la fumo io» disse Zubby Boy. Aveva investito una fortuna per il Dom Pérignon che a lui faceva schifo. Non dover spartire l’hashish non gli dispiaceva affatto. Venne il momento di registrare. Fiordaliso entrò in cabina, indossò le cuffie, si sistemò il microfono davanti alla bocca e attese il via del rapper. «E… un, due, tre, go!» disse Zubby. I am Fiore The Rock, iniziò a declamare Fiordaliso. te fo’ impazzi’ se me la tocc lo vuoi il mio fiore bambocc? I am the rock, the rock, the rock. I am Fiore The Rock, baciami il culo bambocc, che stasera io sbocc, ’cause I’m the rock, the rock, the rock. La voce della ragazza assomigliava a quella de La bambola assassina nel celebre film horror. Con l’Auto-Tune e gli effetti, Zubby Boy ottenne qualcosa di accettabile. I problemi erano altri. «Fiore, baby, nun puoi skipparmi le parole. Tocc! Bambocc! Sbocc! Me devi fa’ sentì le CI, sennò nun rima con rock. E poi, me devi da’ er flow» si risentì. «Chiaro, baby? Dai, famone n’artra.» Dopo due ore di prove, Zubby Boy si arrese. “A questa ce vojono trentadue barre pe’ canta’ quello che io faccio sta’ in sedici” pensò esasperato. “Me tocca sistemalla cor post-produzione.” Quando si spostarono in una sala di posa vicina allo studio per girare il videoclip, fu tutto più semplice. Fiordaliso era una bomba sexy, con due siluri al posto delle tette, cosce sode e un gran bel culo. «Preferisci se alzo le braccia così o così?» chiedeva lei, provando nuove mosse. «Baby, per me puoi fare er cazzo che te pare, basta che te movi» disse il rapper. Mentre Fiordaliso era a Roma, Gabriele si trovava a Venezia in compagnia di Axel De Vincenti, un altro amico della sua cerchia. Avevano preso una suite con due camere all’Hotel Danieli, affacciato sulla laguna a duecento metri da Piazza San Marco. Axel doveva incontrare uno stilista che stava curando la sua prima collezione di moda e Gabriele non voleva perdersi il party più glamour del momento, che si sarebbe tenuto il giorno seguente a palazzo Ca’ Vendramin Calergi. Gabriele non frequentava Axel assiduamente, ma lo trovava simpatico perché non perdeva occasione per far festa e attirava le donne come una calamita. Il fatto che fosse molto attraente, dichiaratamente gay e facesse battute esilaranti le divertiva e le faceva sentire al sicuro. Axel le affascinava e Gabriele se le portava a letto. I due amici si erano svegliati all’ora di pranzo e stavano facendo colazione davanti a uno scorcio mozzafiato della città galleggiante. Non che a loro interessasse il panorama. «Finalmente un po’ di meritato riposo» sospirò Axel. «Amore, non sai che vita sto facendo in questo periodo. Parigi, Barcellona, New York, Bangkok, ho girato come una trottola negli ultimi mesi. La settimana scorsa ero a Londra per vedere alcuni tessuti per la nuova collezione. Ti ho già parlato del concept, amo’?» «Sì» rispose Gabriele secco. Odiava essere chiamato amore, specie da un maschio; quanto alla collezione, Axel non aveva parlato d’altro da quando erano partiti da Milano. «Oggi ti faccio conoscere il mio stilista.» Axel bevve un sorso di succo d’arancia e continuò: «Ha creduto nelle mie idee da subito. Pensa che siano il top! Abbiamo realizzato dei prototipi in cotone stretch che esaltano i pettorali e altri in tessuto vedo-non-vedo. Resta da risolvere il problema di dove mettere le frasi su queste ultime». Axel stava lavorando a una linea di t-shirt con delle scritte stampate. Secondo Gabriele era roba trita. Lui ne aveva una collezione: I love New York, I love Paris, Hard Rock Caffè Barcellona, oltre a quelle con i loghi di qualsiasi griffe. Tuttavia Axel era convinto di aver avuto un’idea geniale. «Ho scelto delle magliette che, abbinate ai pantaloni a vita bassa, fanno sbirciare quella puntina di ombelico che non guasta» continuò Axel. «Giusto. Il tortellino delle femmine ha quel non so che di erotico» commentò Gabriele imburrando la quarta fetta di pane tostato. «Amo’, che vai a pensare? La mia è una linea da uomo. Il target è molto giovanile: quindici-diciottenni. A loro piace mettere in mostra il basso ventre, specie se piatto e scolpito.» Non essendo il caso di Gabriele, né per età, né per dotazioni fisiche, Axel tagliò lì il discorso. «Oggi mi accompagni a ritirare i campioni? Li porto in hotel e li guardo con calma, poi darò gli input allo stilista su cosa aggiungere o modificare. Appena la collezione è a punto, lancio in grande stile e distribuzione in multi-store di lusso, posti ricercati, top quality.» «Vuoi aiuto per il piano social?» chiese Gabriele che sognava di occuparsi di comunicazione invece che di economia. «Già fatto, amo’. Ho un professionista che cura la parte business and communication. È lui l’organizzatore del party a palazzo Ca’ Vendramin Calergi, non lo sapevi? Fra gli invitati ci sono tutte le celeb del jet-set, i vip, i fashion blogger e un casino di personaggi del mondo della moda. Hashtag-adoro!» Ecco un’altra espressione ricorrente di Axel che Gabriele non sopportava proprio. Più tardi, quel giorno, rientrarono in hotel carichi di sacchetti contenenti i prototipi delle magliette ideate da Axel. L’incontro con lo stilista e il communication manager era stato un supplizio. Per sopportarlo, Gabriele era dovuto andare tre volte in bagno a farsi una striscia. In quel momento non vedeva l’ora di immergersi nella vasca modello piscina della loro suite e farsi qualche coppa di champagne. «Amo’, non puoi lasciarmi adesso» protestò Axel quando vide Gabriele dirigersi in bagno con indosso l’accappatoio. «Devo farti la sfilata con la mia collezione.» «Indossa le magliette e vieni a farmele vedere mentre sono in vasca» rispose lui. La passerella ebbe inizio. Per prima, Axel indossò una t-shirt viola con la scritta se la vita è troppo cheap, schermo al plasma nella suite. «In tema, vista la situazione» ridacchiò Gabriele. Poi toccò a una canottiera di lurex con lo slogan non importa cosa mangi ma con chi, seguita da il cibo non si mangia, si fotografa e non ho la patente ma l’autista. «Adesso ti faccio vedere una delle mie preferite» annunciò Axel correndo nuovamente a cambiarsi. Tornò in bagno con una maglietta bianca con un cuore sul petto e la frase mi innamoro ogni cinque minuti per cinque minuti. «Questa la conosco» commentò Gabriele. Era il tormentone di Axel per giustificare la durata lampo delle sue relazioni. Riusciva a fidanzarsi e sfidanzarsi dalla sera alla mattina. Amava la conquista, specie se l’obiettivo lasciava intendere un no, o era vergine. Una volta che lo aveva avuto, lo gettava via come un Kleenex usato. «È l’ultima, giuro!» urlò Axel dalla camera da letto. «Eccola, è l’unica maglietta bi-facciale.» Sul petto c’era scritto bevo tè corretto col Moët e sulla schiena Ciao poveri! con un punto esclamativo gigantesco. «Questa è la mia preferita» esclamò Gabriele. «Avrei messo il Dom Pérignon al posto del Moët. La frase dietro, però, è il top del top. Devi fare un video e metterla subito sui social.» Axel non se lo fece ripetere. Prese lo smartphone e iniziò a registrare: «Ciao, amori, sono qui al Danieli di Venezia» panoramica sulla suite con veduta sul Canal Grande. «Mi sto prestando come modello per la mia collezione di moda» inquadratura del letto king-size coperto di magliette. «Sempre al lavoro, direte voi. Ebbene, sì. Oggi voglio darvi una piccola anticipazione del mio nuovo progetto imprenditoriale.» Gabriele saltò fuori dalla vasca, infilò l’accappatoio, strappò il cellulare di mano ad Axel e inquadrò il proprio faccione barbuto. «Ci sono anch’io, mondo! E adesso vi mostro il colpo di genio del mio amico Axel De Vincenti, giovane promessa della moda italiana.» Il neonato stilista sfilò come un indossatore consumato, mentre l’amico filmava. «Bene, ragazzi, da Venezia è tutto per oggi. Ciao poveri!» Gabriele premette stop e scoppiò in una risata incontenibile. Il giorno seguente, la strana coppia partecipò al grande party a palazzo Ca’ Vendramin Calergi. Approfittando del fatto che la location si trovasse nel cuore del Casinò di Venezia, Gabriele corse a fare qualche puntata. Giocare d’azzardo era una sua grande passione. Mentre Axel faceva pubbliche relazioni alla festa, lui bruciò alla roulette l’equivalente di sei mesi di paghetta che gli elargiva il padre. Ciao poveri!
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