7. Le cure ci saranno

1782 Words
7. Le cure ci saranno Guido lavorava alla Rock Investments da alcuni mesi. L’accordo con la DowDuPont era stato solo il primo di una serie di progetti ai quali aveva collaborato. Guido si era dimostrato competente e un gran lavoratore e Pietro aveva premiato l’impegno e i risultati con uno stipendio da favola. Ultimamente gli delegava incarichi sempre più importanti, inclusi quelli che di norma avrebbe seguito di persona e si assentava spesso dall’ufficio, a volte per giorni interi. Il motivo era la malattia della moglie, ma nessuno ne era al corrente, nemmeno i figli. La coppia aveva deciso di comune accordo di non dire loro niente, almeno fintanto che la diagnosi non fosse stata certa. I coniugi Roccia avevano interpellato decine di specialisti, arrivando fino al presidente dell’AISLA, l’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica. Pietro era noto per la sua filantropia e quando aveva chiesto un appuntamento al professor Giulio Tarri, quello gli aveva dato la sua disponibilità senza neanche chiedere il motivo. Per l’occasione, il presidente aveva convocato un gruppo di dieci ricercatori. Voleva fornire al dottor Roccia un resoconto delle sperimentazioni cliniche condotte anche grazie al suo contributo, nella speranza di ottenere ulteriori finanziamenti. Pietro si era presentato in compagnia della moglie, appena la coppia aveva preso posto intorno al tavolo, lui era andato dritto al punto. «Quando ho chiesto questo incontro al professor Tarri non sono sceso in dettagli, ma mi fa piacere che sia presente un intero pool di luminari, perché oggi non sono qui in veste di filantropo, ma di paziente» aveva esordito. Nella sala riunioni era calato il gelo. «In realtà, il paziente sono io» era intervenuta Asia. «Mia moglie ha problemi di salute da mesi. Ha fatto molti esami e consultato decine di specialisti. Non siamo ancora certi della diagnosi, ma potrebbe trattarsi di SLA» aveva detto Pietro. «È una malattia rarissima» aveva obiettato Tarri. «In Italia l’incidenza è di due-tre casi ogni centomila individui all’anno. Si manifesta con maggior frequenza in soggetti maschi. I sintomi più evidenti sono atrofia, difficoltà nella pronuncia delle parole, contrazioni muscolari. La signora Roccia non sembra in queste condizioni. Cosa vi fa pensare che si tratti di SLA?» «Ho forti crampi alle mani che vanno peggiorando. Adesso mi prendono continuamente anche a gambe e polpacci. A volte resto bloccata, incapace di muovermi» aveva spiegato Asia. «Mia madre ha avuto sintomi simili ed è morta nel giro di due anni. Erano gli anni Novanta, allora si sapeva poco di certe patologie. La sua malattia non ha trovato spiegazione, ma io credo si trattasse di SLA e penso di averla ereditata da lei.» Ad Asia erano venuti i lucciconi, Pietro le aveva allungato un fazzoletto. «Mia moglie è stata anche dal professor Claudio Garbo. È stato lui a metterci sull’avviso» aveva detto Pietro. L’accenno al noto neurologo aveva sollevato un mormorio allarmato nella sala. «La signora ha già fatto l’elettromiografia e l’esame della velocità di conduzione nervosa?» aveva chiesto un medico anziano e calvo. «Sì» aveva risposto Asia. «Anche la risonanza magnetica nucleare dell’encefalo e del midollo spinale, la puntura lombare e la biopsia del tessuto muscolare?» aveva aggiunto una dottoressa con grossi occhiali dalle lenti spesse. «Non ancora. Mia moglie non se l’è sentita» aveva risposto Pietro. In sala si era percepito un certo sollievo. «È prematuro, allora, parlare di SLA» aveva detto Tarri. «Lei, signora Roccia, ha detto di non essere sicura di quale malattia soffrisse sua madre. Fra l’altro l’incidenza dell’ereditarietà è di un misero cinque per cento. Per cominciare, ripeteremo ogni esame e faremo quelli che mancano.» «D’accordo, professore. Ma, se mia moglie fosse realmente affetta da SLA, a che terapie potrebbe sottoporsi?» Era seguito un lungo dibattito su farmaci come il Riluzolo, il Radicut e il Guanabenz, tutti utili a rallentare la degenerazione motoria causata dalla malattia. Si era parlato di terapie per alleviare il dolore, di cure fisiatriche e fisioterapiche. «Si tratta di palliativi» aveva detto Pietro in tono risentito. «Io voglio sapere della cura.» «Uno studio statunitense pare aver individuato la molecola killer responsabile di questa malattia. Sono in corso test sperimentali per il trapianto di cellule staminali cerebrali, che fanno ben sperare. Le cure ci saranno, dottor Roccia. Quando, non so dirlo. Ad ogni modo, il discorso è prematuro. Facciamo gli esami a sua moglie, prima» aveva ribadito Tarri. Pietro era in riunione con Guido, ma non stava ascoltando una parola. Ripensava a quell’incontro col team dell’AISLA e al fatto che non avesse portato a nulla. «Visto che le politiche della concorrenza oltreoceano suggeriscono intese verticali restrittive e che il mercato azionario è in sofferenza, io consiglierei…» Guido si interruppe. Si era accorto che il suo capo aveva la testa altrove. «Dottore, non si sente bene?» chiese. «Scusami, Guido, oggi non è giornata.» «Nessun problema. Torno alle mie cose e ne parliamo in un altro momento» si alzò dalla sedia e fece per uscire. «No, aspetta. Resta qui. Ho bisogno del tuo aiuto per sollevarmi da certe incombenze. Ti ho mai parlato dei fondi di investimento per i miei figli?» «No, dottore.» «Ho creato per loro una specie di salvadanaio.» Pietro spiegò a Guido la composizione tecnica dei pacchetti di investimento. «Li ho sempre amministrati io per loro, ma ora non ho più tempo. Vorrei affidarli a te. Te la senti?» «Certo. Sono a disposizione» rispose il giovane. Pietro chiese a Dora di stampare il riepilogo dei fondi di Gabriele e Fiordaliso e di passarli al dottor Dirado. Quando Guido li esaminò restò a bocca aperta. Il patrimonio dei ragazzi superava abbondantemente i due miliardi di euro ciascuno. “Alla faccia del salvadanaio” pensò. “Se anche spendono e spandono, non li finiranno mai.” Poi gli venne il timore che le mani bucate dei due ragazzi ricchi e viziati potessero compromettere il suo lavoro e chiese delucidazioni a Pietro. «I miei figli non hanno accesso ai fondi, per il momento. Quelli sono per il loro futuro. Alle spese correnti penso io. Rifornisco mensilmente un conto separato a loro nome» spiegò Pietro. Più che di un salvadanaio, si trattava di una cassaforte chiusa ermeticamente e intoccabile. “Meglio così” si disse Guido. Qualche giorno più tardi, Pietro convocò i figli in ufficio. Fiordaliso corse ad abbracciare e baciare il padre e si sedette di fronte alla scrivania. “La solita ruffiana” pensò Gabriele. Un minuto prima, in ascensore, gli aveva detto di non essere affatto entusiasta di quella gita ad Agrate. Le aveva scombinato tutti i programmi della giornata. Lui si limitò a una stretta di mano e poi si accomodò sul divano, lontano dallo sguardo del padre. Era molto preoccupato per i soldi che doveva restituire al casinò di Venezia e temeva che gli si leggesse in faccia. Pietro prese posto dietro la scrivania e l’occhio gli cadde sulle immense tette della figlia strizzate in una giacca troppo piccola. Non era ancora riuscito a far l’abitudine alle protesi giganti che Fiordaliso si era fatta impiantare a sua insaputa. «Che mi raccontate, ragazzi? Tu, Fiore, hai girato quel video che mi dicevi?» chiese Pietro. Fiordaliso si lanciò in un resoconto dettagliato del videoclip e dell’esperienza romana in sala d’incisione. «E tu, Gabri?» domandò Pietro cercando di richiamare anche l’attenzione del figlio. Lui si alzò dal divano con aria scocciata e si trascinò fino alla sedia di fianco a quella della sorella. «Tutto bene» borbottò. «Hai dato qualche altro esame? Hai fatto qualcosa di interessante?» “Che palle questa commedia” pensò Gabriele. “Se ci ha convocato in ufficio è per farci una ramanzina per qualcosa. Perché fare conversazione? Dicci cos’hai da rimproverarci e chiudiamo la faccenda.” «Che hai, Gabri? Mi sembri in ansia» chiese Pietro. «Ho solo fretta di tornare a casa a studiare. Non ho ancora dato nuovi esami, ma ne ho uno imminente da preparare.» «Okay, non vi tratterrò a lungo. Vi volevo informare che la mamma e io partiamo per gli Stati Uniti.» All’insaputa della moglie, Pietro aveva fissato un appuntamento con il dottor Paul Harris, docente di Neuroscienze al Mayo Clinic College of Medicine di Jacksonville. Harris era lo studioso di cui aveva parlato Tarri. Pietro voleva saperne di più dei test che il medico americano stava conducendo, ma senza illudere Asia. Per lei, il viaggio sarebbe stato una sorpresa, così come il motivo ufficiale che le avrebbe fornito. «Che bello, papi. Andate in vacanza?» chiese Fiordaliso. «Sì. Staremo via un paio di mesi, forse di più.» Se Harris avesse dato a Pietro le notizie che sperava, lo avrebbe pregato di inserire la moglie nella sperimentazione e si sarebbero dovuti trattenere negli Stati Uniti. «Quindi, non potrò occuparmi del vostro fondo d’investimento per un po’» disse Pietro. “Figata. Lo lascia in mano nostra. Così ho risolto il problema col casinò” pensò Gabriele. «Dora» chiamò Pietro con l’interfono «puoi dire a Guido di raggiungerci?» Il ragazzo entrò nell’ufficio. «Tu conosci il dottor Dirado, giusto?» fece Pietro rivolto al figlio. Gabriele non vedeva l’ex compagno di università da quel pranzo da Fresco & Cimmino, quando gli aveva promesso un colloquio col padre. «Ueilà, pirlone! Come te la passi?» lo apostrofò. «Hai visto che il mio papà te l’ha dato un lavoro? Sono stato di parola, o no?» Guido ricambiò il saluto con una stretta di mano. A Gabriele sembrò diverso da come lo ricordava: lo sguardo serio, l’abito di buon taglio, l’aria professionale. “Mio padre ne ha fatto un manichino a sua immagine” pensò. «Ciao, dottor Dirado» disse Fiordaliso senza alzarsi dalla sedia. «Come vi dicevo, non ho tempo di occuparmi del vostro patrimonio» riprese Pietro. «Lo farete voi sotto la guida del dottor Dirado.» A Gabriele si illuminarono gli occhi. Avrebbe manovrato quell’idiota a suo piacimento. «Le condizioni restano quelle che conoscete» proseguì Pietro. «I fondi non si toccano. Desidero però che iniziate a esaminare i rendiconti che Guido vi fornirà e vi teniate aggiornati sull’andamento dei vostri investimenti.» Pietro aprì un cassetto e ne estrasse una scatolina. «Ecco, ragazzi, qui avete il contatto del dottor Dirado» disse porgendo un cartoncino a Fiordaliso e uno a Gabriele. «Il resto è tuo, Guido.» Il ragazzo guardò il pacchetto di biglietti da visita. Sotto l’intestazione Rock Investments Corp stampigliata in oro c’era il suo nome e la qualifica di personal financial consultant. Era così felice che avrebbe voluto strillare. Anche Gabriele lesse il biglietto da visita. “Guarda questo stronzo come ha intortato mio padre. È qui da pochi mesi e lui gli mette in mano il nostro patrimonio da gestire.” Mentre l’ascensore riportava i fratelli Roccia al garage, Fiordaliso chiese: «In pratica cosa cambia riguardo ai nostri soldi, Gabri?» «Un cazzo» fece lui tirando un pugno alla parete davanti a sé.
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