La macchina di mio padreLorenzo mi chiamò mentre stavo dormendo, parlando a bassa voce, così piano che a stento riuscivo a sentirlo. Diceva di aver trascorso la notte da una sua amica, dopo essere stato a una festa, e di avere bisogno di un passaggio per tornare a casa, perché non ricordava dove avesse lasciato la macchina. Prima di chiudere la conversazione, ripeté due volte che voleva parlarmi di una cosa che mi riguardava, ma preferiva farlo di persona. Mi diede l’indirizzo del luogo in cui si trovava.
Guidai per circa cinquanta chilometri lungo la statale che portava fuori città.
«Tra cinquecento metri girare a destra», mi indicò la donna poco socievole che viveva dentro il mio navigatore. Avevo pensato molte volte di sostituirla con un’altra, ma non ne avevo mai avuto il coraggio. In fondo mi aveva accompagnato in diversi viaggi e ormai eravamo come due vecchi amici.
Presi un lunghissimo viale in ghiaia contornato da ulivi. Scesi per circa un centinaio di metri e risalii fino all’ingresso di una cascina ristrutturata, costruita su un colle.
Da lontano il cancello mi era sembrato grande, ma arrivato lì davanti mi resi conto che era davvero imponente. Due colonne di mattoni lo sorreggevano, sormontate da telecamere che puntavano sull’ingresso. Sulla sinistra c’era un portone in legno con al centro una cassetta delle lettere.
Scesi dalla macchina e mi avvicinai al campanello, ma c’era solo un cartellino bianco senza alcun nome. Chiamai al cellulare Lorenzo: il telefono squillava ma lui non rispondeva.
Decisi di suonare, ma prima di sfiorare il tasto vidi lampeggiare la luce gialla del cancello. Le porte si aprirono.
Rimasi fermo cercando con lo sguardo qualcuno che mi indicasse dove fosse Lorenzo. Oltrepassai il cancello e osservai la casa. Fino a circa metà dell’altezza, il muro era stato costruito con vecchi mattoni di recupero, mentre la parte restante era stata verniciata di un rosso amaranto. Un pergolato in legno ospitava tavoli e sedie da giardino, oltre a una piccola altalena. Il giardino accerchiava l’abitazione, con l’erba curata e tagliata tutta alla stessa altezza. Al centro, una fontana che raffigurava una donna, con il seno scoperto, un velo attorno alla vita e nella mano destra un secchio, rendeva tutto molto elegante alla vista.
A lato della cascina, la piscina era divisa in due parti: una bassa con le bocchette per l’idromassaggio, l’altra più profonda per nuotare. L’acqua sfiorava il bordo. Mi sarei tuffato per rilassarmi qualche ora al sole, tra le bollicine di un massaggio, con le braccia appoggiate al bordo ricurvo e un filo di vento sulla pelle bocciardata e lucida di olio solare.
Mentre immaginavo la scena, si spalancò davanti a me una finestra, dalla quale spuntò il suo viso.
«Sei arrivato? Entra».
Sembrava fosse lui il padrone di casa. Uscì dal portone.
Lorenzo camminava lentamente come se dovesse prendere tempo. Si mordeva ansiosamente le labbra, strisciando i denti superiori nel labbro inferiore.
Era solo.
Arrivò a circa un metro da me. Lo guardai negli occhi.
«Cosa ci fai qui?» chiesi. «Di chi è questa casa? Con chi sei?».
Rimase in silenzio con gli occhi bassi.
«Perché non rispondi?», dissi. «Ho fatto un’ora di macchina per arrivare fin qui».
Sembrava che avesse timore di una mia reazione, come se fosse impaurito. Quello non era il suo comportamento abituale: Lorenzo era schietto, abile nel parlare, capace di condizionare le persone e prendersi la ragione anche quando non l’aveva.
Ma quella mattina non era lui. La sua testa china evitava il mio sguardo, le spalle puntavano il centro del corpo, le punte delle scarpe si cercavano.
«Ricordo di essere arrivato qui con Sophie», rispose con un filo di voce. «Avevamo bevuto molto e non me la sentivo di guidare fino a casa, così ho passato la notte con lei. Ora sta dormendo. Parliamo piano altrimenti si sveglia».
Si guardò attorno per un attimo.
«Aspettami qui», aggiunse. «Vado a prendere una cosa».
Poi rientrò in casa, senza lasciarmi il tempo di controbattere.
Sophie? Chi era Sophie? Lorenzo aveva parlato come se la conoscessi, ma in quel momento non mi veniva in mente nessuna ragazza con quel nome.
«Buongiorno, amore», disse la voce di una donna, proveniente dalla cascina.
Doveva essere Sophie.
Sentii Lorenzo risponderle attraverso la finestra aperta. «Buongiorno a te cara, come stai?».
Risero rumorosamente. Probabilmente durante la notte trascorsa insieme si erano persi tra le chiacchiere e i piaceri di Bacco.
Ebbi l’impressione di aver già sentito quella voce. Ma chi era? Ero sicuro di conoscerla.
Non potevo stare ad aspettare che Lorenzo facesse le presentazioni, chissà quando. Volevo vederla.
Mi avviai verso la portafinestra, quando sentii parlare Sophie.
«Vado a fare una doccia» disse. «Ci vediamo tra poco».
Corsi verso la porta a vetri sperando di riuscire a intravederla, ma lei era già scomparsa. Entrai in casa e sentii Lorenzo toccarmi la spalla.
«Sei affamato?», mi chiese come se niente fosse.
In mano aveva un vassoio con cornetto e cappuccino. Dalla brioche fuoriusciva della cioccolata: conosceva i miei punti deboli, il bastardo.
Si sedette accanto a me, mi guardò negli occhi e disse: «Ti voglio bene fratellone».
«Vai a cagare», risposi. «Cosa hai da farti perdonare, oltre al fatto che ogni volta devo venirti a prendere nei posti più strani e lontani? Non sono mica tuo padre».
Lorenzo mi guardò fisso negli occhi, eravamo così vicini che la sua fronte sfiorava la mia.
Cosa doveva dirmi? Sembrava l’esito degli esami di quinto Liceo, le pagelle alle medie, la paura di far soffrire un amico.
«Be’, effettivamente una cosa devo dirtela, ma non so come la prenderesti».
«Smettila. Lo sai che tra noi non ci sono mai stati segreti».
Lorenzo sembrò tentennare.
«Ecco, appunto. Chiara, che forse un domani sarà tua moglie, ieri sera era in questa casa con la sua amica. Ci hanno trascorso la notte. Sono state qui alla festa, ne sono sicuro».
Continuò: «Erano in piscina con due ragazzi. Poi a un certo punto li ho visti entrare tutti e quattro in casa».
«E…?» chiesi.
«Le ho riviste questa mattina. Se ne sono andate in macchina. Non sono riuscito a fermarle», disse Lorenzo.
Ma che cosa stava dicendo? Mi sentivo strano. L’aria sembrava più pesante e densa da respirare. Entrava dalle narici con forza, premeva sul petto, sullo stomaco. Non riusciva ad uscire.
«Non è possibile», risposi. «Alle dieci l’ho chiamata perché avevo voglia di vederla, ma era già pronta per andare a letto. Mi ha salutato dicendomi che le mancavo e che mi amava. Hai bevuto troppo. Non sai che stai dicendo».
Presi il telefono e scorsi la rubrica. Non ricordavo il suo numero, ero troppo agitato. Irraggiungibile, così mi rispose la voce metallica preregistrata della segreteria. Chiara aveva il telefono spento. Ero incredulo. Lorenzo era davanti a me con lo sguardo di un cagnolino che aspetta il biscotto dopo aver eseguito correttamente un ordine. Sfregava le mani nell’interno delle tasche dei pantaloni. Sicuramente sapeva qualcos’altro, ma non voleva dirmelo. D’altronde ero il suo migliore amico. Ed è sempre difficile far soffrire le persone a cui si vuole bene.
«Sai altro?», chiesi.
Lorenzo sospirò.
«Ma dai, lascia stare», farfugliò. «Fai finta che non ti ho detto niente».
Quelle parole mi fecero intuire che il mio migliore amico mi stesse nascondendo qualcosa.
«Voglio sapere tutto», dissi.
«Sei sicuro?».
«Parla».
«Quando sono entrati in casa li ho seguiti. Sono saliti al piano di sopra e sono entrati nella seconda camera. Hanno chiuso la porta a chiave. A quel punto me ne sono andato. Volevo chiamarti, lo giuro. Ma ero troppo ubriaco. Scusami, avrei dovuto».
Non mi ero mai sentito così vuoto e insicuro.
Perché un nuovo pianeta si era interposto tra noi e il nostro Sole? Quell’evento aveva distrutto i nostri equilibri magnetici. Una rotazione anomala e improvvisa del nostro amore, una perdita di contatto della mente con il cuore, aveva creato buio e freddo nel nostro sistema vitale. Eppure sembrava stesse andando tutto bene tra noi.
Non ci credevo. Possibile che Chiara fosse capace di nascondere tutto così bene? E io come uno scemo non avevo capito nulla? Che cosa potevo fare? Veronica, giusto. La migliore amica di Chiara, che sapeva tutto di lei. Provai a chiamarla, ma anche Veronica era irraggiungibile.
Chiara e Veronica si erano conosciute all’asilo e da allora nessuno era stato capace di dividerle. A me Veronica non era mai piaciuta. La prima volta che l’avevo vista in discoteca, dove lavoravamo insieme, mi erano bastati due minuti per capire chi fosse. Con il suo modo provocante di vestire e di apparire, faceva la gattina con qualsiasi ragazzo le rivolgesse lo sguardo, anche involontariamente, per almeno due secondi.
Chiara, invece, non sembrava il tipo di ragazza che potesse fare queste cose, ma è anche vero che tutti possono sbagliare, avere un attimo di debolezza: l’ago della bussola si incastra, ci si ritrova prigionieri del mare e incapaci di calcolare la direzione, la rotta della nostra esistenza.
Provavo a convincermi del fatto che lei mi amasse: non poteva vivere senza di me, sì, mi amava, me lo ripeteva tutti i giorni. Me lo aveva promesso. La mia testa cercava di ingannare il cuore ma non ci riusciva. Si era chiuso in difesa. Non lasciava entrare e uscire emozioni, era ferito e consapevole di essere stato tradito.
“Che scemo”, pensai. “In questo momento starà facendo la doccia per eliminare l’odore di lui, e io la difendo”. Sentivo un cappio attorno alla gola, mi restava difficile deglutire, le lacrime avevano colorato di grigio il mio viso. “Andrò da lei e la affronterò”.
Ma i miei pensieri furono interrotti dall’arrivo di Sophie.
No, non era Sophie. O meglio, lo era ma non si chiamava così. Io la conoscevo come Sara.
Ecco perché ero sicuro di aver già sentito la sua voce.
Io e Sara eravamo usciti insieme quando avevo diciotto anni, ma non avevo mai raccontato niente a Lorenzo perché era stata solo un’avventura passeggera. La ricordavo bene perché era stata la prima ragazza con cui avevo fatto sesso nella Ford di mio padre.
Quella macchina sembrava essere stata inventata per tutti coloro che avevano poco tempo e un’amante. I sedili si abbassavano in due secondi e la leva del cambio non dava fastidio. Se non si amavano i sedili anteriori si potevano usare quelli posteriori: le guide scorrevano avanti di circa venti centimetri e dietro c’era spazio persino per far giocare un bambino. Il giorno dopo che mio padre aveva ritirato l’auto, con la scusa di provarla, io e Sara eravamo andati al parcheggio del fiume.
Non ricordavo neanche il motivo per cui tra noi fosse finito tutto. Il feeling c’era, la chimica pure, l’intesa non mancava. Probabilmente ero scappato, come facevo spesso in quel periodo.
L’avevo lasciata poco prima dell’estate e lei, ferita dalla mia decisione, mi chiamava al cellulare dalla mattina alla sera.
«Che fai?», mi chiedeva. «Ci hai ripensato?».
Dopo pochi giorni, di fronte alla mia indifferenza, Sara aveva cambiato tono.
«Mi hai usata», ruggiva. «Pezzo di merda. Non ti vergogni?».
Poi si pentiva della propria rabbia e mi lasciava sottovoce dei messaggi in segreteria. «Scusa per quello che ti ho detto prima. Non riesco a stare senza di te. Vieni da me? I miei sono andati via questo fine settimana».
Io ci ricadevo sempre, tornavo da lei per poi scomparire di nuovo, fino al sabato successivo.
Finché un giorno avevo deciso di dire basta davvero. E tutto era finito.
Sara aveva accettato in silenzio, ascoltando le mie vaghe giustificazioni sotto l’albero dei giardini comunali, lo stesso dove ci eravamo dati il primo bacio. Non aveva provato neanche a contestare la mia decisione.
Era partita dopo una settimana. Era andata in Inghilterra per un corso intensivo di lingua, dove era rimasta per alcuni mesi, che poi erano diventati anni, e io non l’avevo mai più rivista.
Fino a quel giorno.