Una vecchia complicitàChe cosa stava pensando Sara? Perché mi fissava in quel modo?
«Tu che ci fai qui?», mi chiese con sorpresa. Aveva un accenno di sorriso.
«A dire il vero non lo so», farfugliai. «Sono qui per Lorenzo, il mio amico. Gli serve un passaggio».
«Quindi voi due vi conoscete?», si intromise Lorenzo. Aveva l’aria di chi ha già capito tutto.
La complicità che mi aveva unito a Sara alcuni anni prima stava riaffiorando. I metri che ci dividevano mi sembravano pochi centimetri e riuscivo a sentire l’odore dei suoi capelli, della sua pelle.
Bastava che io e Sara ci guardassimo un istante per capirci, come ci succedeva a diciotto anni, e come da adulto mi accadeva con Chiara. Avanzò verso me camminando lentamente sulle assi in legno chiaro invecchiato. I piedi nudi si adattavano timidi al pavimento, e lei rallentava e accelerava il passo con cautela, per assaporare ogni attimo. Indossava una veste da notte grigia di raso con del pizzo bianco che le ornava il collo. Si sedette nella sedia accanto alla mia, incrociò le mani e le gambe. Il suo busto piegato, proteso in avanti, sfiorò il mio braccio appoggiato sulla spalliera.
Mi accarezzò la testa, con un gesto fugace, rubato agli occhi di Lorenzo, che si era voltato facendo finta di non aver notato l’intrecciarsi delle nostre vite. Poi la sua mano diminuì la pressione e con dei movimenti circolari si impossessò dei miei pensieri. Quel contatto in passato le aveva creato dipendenza.
Fiera, con il mento in avanti e la schiena dritta disse: «Siamo usciti per un periodo insieme. Ci siamo amati».
In quell’istante nacque un silenzio così profondo da far echeggiare le parole appena uscite dalle sue labbra.
Sarei voluto uscire dal corpo per vedere la mia faccia. Sicuramente avevo un’espressione stupida. Quando non so cosa dire rimango muto con la bocca aperta, la testa piegata leggermente a sinistra e le sopracciglia abbassate verso il centro del viso, come se dovessi capire qualcosa di difficile da apprendere. Che imbarazzo.
Lorenzo ruotava continuamente la testa in maniera alternata, prima verso me, poi verso di lei. Aveva l’espressione di uno che si fosse perso qualcosa e provasse a riscostruire la storia senza avere alcun indizio.
Cercai di rompere il ghiaccio.
«Che fai per vivere?», chiesi a Sara. «Ricordo che stavi studiando per diventare architetto».
«Sì, è vero», rispose lei. «Ho ultimato gli studi e lavoro in Inghilterra da un po’».
«Ti piace vivere lì?».
«Sì, credo di aver trovato la mia dimensione, quello che cercavo. Ma non ho mai dimenticato gli amici del paese. In realtà un po’ mi mancano. È difficile scordare le persone che cui hai condiviso l’adolescenza e gran parte della vita. Quelle rare volte in cui torno, mi piace organizzare delle feste qui a casa mia per rivedere tutti».
«Cosa? Questa è casa tua?», chiesi con stupore.
«L’ho comprata due anni fa. Me ne sono innamorata appena l’ho vista, mentre percorrevo il viale che porta al cancello».
Chi non avrebbe voluto vivere in un posto del genere, con l’impressione di essere in vacanza tutti i giorni?
Chiesi della sua vita solo per educazione, ma quello che realmente mi interessava sapere era scoprire come Lorenzo fosse arrivato nel suo letto.
«Com’è andata la serata ieri sera? Vi siete divertiti?».
«Siamo andati a cena dai miei, abbiamo fatto qualche bevuta in centro, poi siamo venuti qui», rispose. «Ho invitato persone che non vedevo da tempo. Eravamo circa cinquanta».
Osservavo le sue labbra muoversi e mi ricordavano i momenti in cui erano solo mie, quando nessun altro poteva averle. Ma sapevo che dovevo smetterla di desiderarla. Avevo Chiara.
«Che hai?», mi chiese Sara, probabilmente notando la mia espressione accigliata.
«Niente».
Sorrisi fingendo indifferenza.
«Non fare il vago, ti conosco bene. Quel broncio compare quando c’è qualcosa che ti preoccupa».
Sara sapeva leggermi dentro. E pensare che l’avevo usata e riposta nel cassetto degli oggetti dimenticati o quasi, inventando una scusa qualsiasi per volatilizzarmi. La mia testa era confusa, piena, in pressione. Troppi dubbi con Chiara, troppe emozioni con lei. Chiara aveva deciso di tradire la mia fiducia, tutte le promesse che ci eravamo fatti, quei giorni passati a progettare il futuro, a ridere delle nostre paure, a immaginare il viso dei nostri figli, a scommettere se avrebbero detto per primo papà o mamma.
Era il momento di pensare a me, di fare quello che volevo, di seguire la mia parte primitiva. Mi sentivo Tarzan nella sua giungla, il Re Leone nella sua Africa, l’uomo di Neanderthal nella sua grotta, libero di fare ciò che sentivo, anche se già conoscevo la fine del film. Quando sarebbero finiti i titoli di coda e tutti avrebbero lasciato la sala, sarei rimasto seduto sulla mia sedia di legno, solo, davanti allo schermo, con i pugni stretti e gli occhi chiusi, a chiedermi che cosa avrei fatto se solo si fosse presentata una strada diversa da imboccare oltre a quella appena percorsa.
Trovai il coraggio e mi rivolsi a lei.
«Scusami, sono stato davvero uno stronzo con te. Meritavi molto di più che un orsetto con la pancetta».
Scoppiammo a ridere. Quando uscivamo insieme, Sara mi diceva sempre che sembravo un orsetto, perché ero un po’ peloso e con un po’ di pancetta. All’epoca effettivamente avevo qualche chilo di troppo.
Non smetteva di ridere, la guardavo e la riguardavo. Quanto mi piaceva. Mentre sorrideva stringeva gli occhi, che quasi scomparivano. I denti bianchissimi diventavano i protagonisti del suo viso, insieme ai buchetti che si formavano ai lati delle guance.
Provavo ancora qualcosa per lei.
“Perché non sei arrivata prima?”, pensai.
Guardai Lorenzo che se ne stava andando. Capii che l’intesa con Sara era talmente forte che anche lui aveva percepito quell’energia che si era creata tra noi. Mentre camminava scuoteva il capo in segno di disapprovazione.
Mi voltai di nuovo verso lei. Tornai a puntare la telecamera su quel piccolo cortometraggio del presente, come se fossi sul mio divano e riuscissi a vedere il mio passato. Il nastro scorreva avanti e indietro, tutto dipendeva da me, dal mio telecomando. Scrutavo i dettagli, i colori di quei momenti ormai trascorsi. Ascoltavo le voci, sottolineavo le espressioni con il tasto pausa, le rendevo indelebili. Mi piaceva pensare che il futuro fosse ancora tutto da scrivere. Ero il regista. Immaginavo la scena successiva, l’avvenire dell’amore, la sua fine. Non potevo fare altro che seguire il mio istinto.
Sara mi accarezzò il viso e io non la fermai. In fondo lo volevo. Accarezzai il suo. Il respiro diventava sempre più veloce. Un brivido le percorse la schiena quando le toccai il collo, così morbido e vulnerabile ai miei baci.
«Io a dire il vero sono fidanz…».
Non terminai la frase. Le sue labbra si incollarono alle mie. Forse provai a staccarmi da lei.
No, in realtà non lo feci.
Adoravo ripercorrere le linee del suo corpo con le mani, dalle spalle fino a quelle gambe così lunghe e dritte. I suoi seni spuntavano sotto i miei palmi. Sì alzò in piedi e mi tirò verso di lei fino a quando mi trovai di fronte al suo viso.
«Fidati», sussurrò. «Vieni con me».
Mi tolsi scarpe e calzini, iniziammo a camminare a piedi nudi nel prato.
Arrivammo sotto una grande quercia, che nascondeva i nostri corpi dal mondo e da quello che forse sarebbe diventato il più grande amore o errore. Nessuno si sarebbe accorto di quell’attimo colmo di noi. Lentamente Sara si abbandonò sul prato con le braccia distese sopra la testa. Le gambe divaricate, il ventre schiacciato verso il terreno.
Mi inginocchiai di fronte a lei, la guardavo. Avevo voglia del suo corpo, avevo bisogno di sentirmi il padrone. Volevo possederla. Alzai la sua veste da notte. Indossava le autoreggenti.
Non era cambiata. Quando i suoi partivano per le vacanze e io andavo a trovarla a casa sua, le chiedevo di indossarle sotto il vestito nero corto che le avevo comprato per il nostro primo mese. Impazzivo per quel corpo così perfetto e adoravo passare le mani sulla sua pelle. Percepivo il suo calore. Passavamo pomeriggi interi ad amare quella nostra voglia di andare oltre, di sperimentare il sesso, di scoprire l’orgasmo. La sera, quando me ne andavo, indossavo il suo odore. Rimanevano le sue emozioni cucite sui miei vestiti freddi di pavimento, che ogni volta toglievo prima di entrare dentro di lei e che rimanevano lì fino a quando mi rivestivo.
Le sfilai delicatamente le mutandine, profumavano di biancheria appena lavata. Ero attento a ogni secondo che stavo trascorrendo insieme a lei, cercavo di cogliere ogni sensazione, rumore. Mi ritrovai con la schiena a terra, mi spogliò, salì sopra di me e con la mano sinistra mi portò dentro di lei. Inizialmente non eravamo molto coordinati, ma dopo poco riuscimmo a essere perfettamente sincronizzati, ritrovando la sintonia di sempre. Io salivo, lei scendeva. Mi piaceva sentirla mia ancora una volta. I suoi seni oscillavano a ogni movimento, lei si mordeva il labbro inferiore e contraeva i muscoli delle gambe, guardando il cielo come a supplicarlo di esaudire una richiesta segreta. Sara non si vergognava di mostrarsi né di sperimentare nuove posizioni. Appoggiò la fronte alla mia e mi baciò la punta del naso con dolcezza.
«Mi sei mancato orsetto», sussurrò con un filo di voce.
Il nostro incontro durò poco più di una sigaretta, fumata lentamente però. Rimanemmo distesi sul prato senza parlare. Il vento accarezzava i nostri corpi accaldati e li raffreddava. Ci guardammo, non serviva nient’altro per riconoscere la perfezione di quell’attimo. Il silenzio fuori e dentro di noi mediava la pace tra i sentimenti e l’imminente consapevolezza che forse avrebbe consolidato la fine di una storia già terminata una volta. Come avremmo potuto donarci il cuore se era già per metà occupato?
In quell’istante mi travolse il senso di colpa che provavo nei confronti di Lorenzo.
«Ora che gli diciamo?», dissi.
«Cosa dovremmo dirgli?».
«Hai trascorso la scorsa notte con lui e ora sei qui con me. Come vuoi che si senta?».
«Stupido», sussurrò lei. «Lorenzo è mio cugino».
«Ma lo hai chiamato amore», ribattei, «e lui ti chiama Sophie».
«Lo facciamo da quando siamo piccoli. Lorenzo conosce ogni cosa di noi. Ha fatto sempre finta di non sapere nulla perché è geloso di me e continua a esserlo. Per lui sono come una sorella e quando ha scoperto che uscivo con te è stato davvero male».
«Non posso crederci».
«Mi ha sempre detto che sei il suo migliore amico, ma anche che hai un caratteraccio. Se ti avesse rimproverato quando mi hai lasciato, probabilmente avreste litigato. Lui non vuole perderti. Ma adesso basta, non dobbiamo giustificarci di niente. Vorrei comunque che quello che è accaduto oggi rimanesse un nostro segreto. Spero di rivederti un giorno, ho ancora bisogno di te», disse Sara tutto d’un fiato.
Aveva ragione, nasconderci dietro un segreto forse era la cosa più giusta da fare. Ma come è possibile racchiudere un’esplosione di calore e di passione all’ombra di una parola? È come voler smettere di respirare e continuare a vivere, voler navigare in mare aperto rimanendo a pochi metri dalla costa. In che cosa consiste l’amore, se non nella possibilità di viaggiare insieme scoprendo che la bellezza è racchiusa nel momento in cui ti fermi e la guardi negli occhi? In quell’istante capisci che in realtà il mondo ce l’hai davanti: viaggi attraverso di lei, corri tra i suoi sorrisi, cammini nei ricordi, ormai anche tuoi. Sembravamo due bambini con le idee chiare nel cuore, ma senza razionalità in testa, timorosi di mostrare agli altri il forziere che avevamo trovato durante la nostra caccia al tesoro.
Sara mi teneva stretta la mano e le sue gambe erano ancora attorcigliate a me. Ero suo, non lasciava la presa. Entrambi sapevamo che quello era solo un momento da incorniciare, che sarebbe rimasto nascosto nel caveau dove nessuno poteva arrivare. Soltanto noi avevamo le chiavi che lo avrebbero aperto di nuovo, ma chissà quanto altro tempo ancora avremmo dovuto aspettare.