Essere curiosi (e andare ai concerti) allunga la vita-3

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Voglio citare a questo proposito José Antonio Abreu, discendente da una famiglia italiana e recentemente scomparso (marzo 2018); Abreu fu musicista, attivista politico e grande educatore venezuelano, insignito di innumerevoli onorificenze e riconoscimenti in tutto il mondo. Il suo maggiore merito è stato quello di creare “El Sistema”, un percorso innovativo di didattica musicale che gli ha permesso, attraverso l’insegnamento degli strumenti della musica classica, di salvare centinaia di bambini dalla fame e dalla miseria. Riporto di seguito la traduzione di un brano tratto da una sua intervista, in cui gli veniva chiesto quale ruolo dovrebbe svolgere la formazione artistica nell’educazione dei bambini e dei giovani: «La Musica (ha) […] una funzione fondamentale. L’educazione artistica integra l’educazione tradizionale e la rende un sistema educativo…completo. Stiamo rafforzando strutturalmente il sistema educativo venezuelano incorporando materie come la Musica che educa la sensibilità e il sentimento, che […] contribuiscono a cementare la personalità affettiva ed emotiva del bambino. È un modo per creare cittadini più completi, più consapevoli e soprattutto formati nella dimensione estetica della vita. Tale dimensione è ispirata dall’antica pedagogia della Grecia Attica, attraverso la filosofia tedesca della fine del XVIII secolo e l’Illuminismo, e influisce in modo decisivo sulla formazione etica. La coscienza morale di un paese dipende in larga misura dalla proiezione umanistica nel sistema educativo. Un sano e fruttuoso equilibrio tra educazione umanistica ed educazione tecno-scientifica genera uomini e donne pronti a comprendere in modo più esauriente la sfida dell’esistenza». La grande musica, insomma, così come la grande arte in generale, può essere veicolo di crescita e miglioramento per tutti. Come diceva Bukowsky (al quale sommessamente mi associo) bisogna distinguere gli intellettuali, che dicono cose semplici in modo difficile, dagli artisti, che dicono cose difficili in modo semplice: la grande musica, quella degli artisti, appunto, si fa capire da tutti e ha da dire qualcosa a ciascuno di noi, statene certi. Un’ultima interessante riflessione. Abbiamo visto che quando parliamo di musica classica pensiamo inevitabilmente alla musica di Bach, Mozart, Beethoven… In realtà qualche tempo fa, durante un dibattito sulla coesistenza di molti altri tipi di musica che possono dirsi “classici” Leonard Bernstein, grande musicologo, direttore d’orchestra e compositore, propose di denominare la “musica classica” comunemente intesa col termine onnicomprensivo Musica Esatta. Mi spiego meglio: proviamo, per esempio, a guardare una partitura di una qualunque sinfonia classica. È la partitura della Sinfonia N. 4, La Tragica, Minuetto, di Franz Schubert. Provate ad ascoltarla in Rete: se avete qualche reminiscenza dei tempi della scuola, magari potrete accorgervi che la sua esecuzione (se è di una buona orchestra, ovviamente!) corrisponde esattamente a quanto c’è scritto sullo spartito e che Franz Schubert voleva precisamente fosse eseguito. Anche se non sapete esattamente il significato di tutti i segni, si capisce facilmente che nulla è casuale, dato che ci sono innumerevoli indicazioni dell’autore: quali strumenti suonano e in quale esatto momento (qui i violini, lì i fagotti…), le dinamiche (forte, fortissimo, diminuendo…), i tempi (accelerando, rallentando…) e altre indicazioni precise, per un’esecuzione fedele alla volontà creativa dell’autore che il bravo musicista classico deve riprodurre con precisione, naturalmente aiutato dalle indicazioni del direttore d’orchestra. Il valore di un’interpretazione classica, infatti, è strettamente legato alla riproduzione fedele di quanto scritto dal compositore, al punto che si fanno continue ricerche filologiche per riprodurre esattamente i suoni dell’epoca, soprattutto per le produzioni del Rinascimento e del Barocco, utilizzando strumenti antichi o riproducendone di nuovi con le medesime caratteristiche. Non si tratta di bizzarria, seppure molto affascinante, ma di necessità filologica, perché nel tempo la capacità di ascolto dell’orecchio umano è molto cambiata, sia per qualità che per quantità e intensità di suoni (e rumori) ambientali; i suoni che i compositori del passato ascoltavano, e di cui potevano disporre al loro tempo, talvolta erano molto diversi da quelli che ci circondano oggi. Ma torniamo alla nostra riflessione e vediamo invece insieme un tipo di “partitura” jazz, sempre come esempio. A pagina seguente è riportato lo spartito di Watermelon man (del 1962) di Herbie Hancock: in questo caso si vede facilmente che è indicata solo la linea melodica, il “giro” principale, mentre il resto è segnato solo come passaggi armonici, indicazioni di accordi che vengono interpretati dagli esecutori, con gli strumenti che preferiscono, e con stesure sempre diverse, piene di variazioni e improvvisazioni. Nel jazz, come anche nella musica pop e altri generi musicali, esistono varie versioni dello stesso brano, e ciò che fa la differenza è l’interpretazione (e l’improvvisazione) dell’esecutore, oltre che la bellezza della composizione dell’autore. Se cercate in Rete, così, troverete innumerevoli reinterpretazioni di questo brano eccezionale (da Mynard Ferguson a Dee Dee Bridgewater, a Miles Davis…). Qualcosa di simile si può ascoltare anche nel rock: un grande classico può essere reinterpretato senza che nessuno si scandalizzi e, soprattutto, senza che il brano perda nulla della propria valenza. Anzi, al contrario: più interpretazioni diverse esistono di un certo brano, più cover band lo riprendono, lo interpretano e lo ripropongono, maggiore sarà considerato il successo della composizione e dell’autore. Sono dunque due modi diametralmente opposti di intendere la musica, che ovviamente nulla tolgono al valore dell’una o dell’altra. Per la musica dei “classici”, che appunto deve essere il più fedele possibile all’originale dell’autore, sono davvero pochissime le rivisitazioni che hanno avuto successo e senso, anche se in tanti ci hanno provato. Attenzione: in questo caso parlo di chi tenta di modificare musiche originali e non mi riferisco a quei brani che si ispirano a generi del passato e ne imitano solo lo stile, come, ad esempio, Rondò Veneziano. In questo caso l’ideatore di tutto il progetto, Giampiero Reverberi, ha creato nuove melodie ispirate al Barocco e soprattutto a Vivaldi, le ha fatte suonare dagli archi e dall’oboe, tipici strumenti di quel periodo, e le ha rese attuali con l’accompagnamento di basso e batteria. Un prodotto musicale che riscuote successo da decenni, oggi soprattutto in nord Europa, e ricalca i temi musicali del barocco in chiave decisamente attuale. Parlando invece di rivisitazioni di musiche classiche originali, ne ricordo una che sicuramente conoscerete: avete presente la sigla della trasmissione televisiva Quark? Ormai sono anni che ci accompagna garbatamente nelle serate davanti alla TV. Ebbene, si tratta dell’Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach, riarrangiata e cantata dai Swingle Singers, ottetto vocale nato in Francia negli anni Sessanta, che ha avuto l’idea di rivisitare vocalmente alcuni grandi brani classici e con l’album Jazz Sebastian Bach del 1963 ha vinto anche un Grammy Award. Provate a cercare in Rete come interpretano questo e altri brani famosi, ad esempio Il volo del calabrone di Rimskij-Korsakov e scoprirete un mondo nuovo. Bene, abbiamo compiuto insieme, velocemente, un brevissimo viaggio nel mondo della musica classica. Avrete sicuramente intuito che si tratta di uno “scrigno” che custodisce un’enorme quantità di cose interessanti da conoscere e da ascoltare. Spero vi siate incuriositi e abbiate deciso di continuare a “rovistare” per saperne di più. Perché la curiosità fa bene e, stando ad alcuni studi medici, andare ai concerti addirittura allungherebbe la vita: la musica in generale, e soprattutto quella dal vivo, eserciterebbe una grande influenza sul nostro corpo e sulla nostra mente. Uno studio inglese afferma che sarebbe sufficiente ascoltare per venti minuti un concerto che ci piace per migliorare il nostro benessere del 21% (mi chiedo come avranno potuto calcolare una percentuale così precisa…). E poiché il benessere pare sia collegato alla longevità, vorrebbe dire che assistere due volte al mese a un concerto potrebbe incrementare l’aspettativa di vita di ben nove anni: insomma, un vero elisir di lunga vita! In ogni caso, che tutto questo corrisponda o meno alla realtà, non mettete via lo smartphone o il computer che avete a portata di mano, e proseguiamo insieme.
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