Il sacrificio della vestale-1

2034 Words
Il sacrificio della vestale Amor fugit meus eo ubi meus invenitur amor. Fugge il mio amore là dove è il mio amore si trova. Dolce è la brezza della sera sul lido del mare e dolci i pensieri che l’animo ospita al sopraggiungere di un turbamento leggero quasi impalpabile, quando esso percepisce rassegnato la conclusione di un giorno iniziato con le più alte attese e che ormai giunge al suo naturale termine. Così, io canuto scrittore rivivo ora le vicende ormai trascorse e lontane del mattino della mia vita, e mi affatico a cercare, forse invano, quanto è nascosto nei più remoti meandri della mente. E se tu, mio anonimo e illustre lettore, sarai vittima della curiosità di sapere delle intricate e oscure vicende della narrazione di cui io sono autore in questo scritto, sappi altresì che io per primo sono oltremodo ansioso di fartene partecipe. Allorché la mia storia inizia, l’Urbe aveva finito di bruciare da due settimane e la memoria dell’evento era stata cancellata solo dalle titaniche elargizioni di Nerone e da un programma di ricostruzione degno dei Faraoni d’Egitto. L’Imperatore aveva tentato, credo inutilmente, di illudere la plebe, e molti erano lontani dal sospettare quanto io stavo per venire a sapere. Mi ero ritirato presso la mia villa in prossimità della costa dove mi ero trasferito per sfuggire alla calura e all’acre odore delle macerie, nonché alla calca dei senza tetto che si aggiravano come sciacalli per le vie fumanti e per il foro, alla ricerca com’erano di un soccorso e di un pezzo di pane. La fame regnava e l’acqua scarseggiava: solo coloro che si erano potuti trasferire erano sopravvissuti. Il disordine, infatti, era sovrano e solo il senso di responsabilità dei pretoriani e di molti legionari poterono il miracolo di contenere le proteste della folla indigente e randagia. La città contava un milione di abitanti e la più parte non aveva ormai una casa, neanche nelle povere e malfamate zone della suburra. Molti, presi dalla disperazione cercavano rifugio nelle campagne e si crearono vere e proprie orde di sfollati, che si erano sparpagliati cercando la soddisfazione seppur insperata dei propri bisogni. L’Urbe era deserta, la campagna affollata. Giungevano anche dove si trovava la mia residenza notizie degli eventi, ma mai come in questo momento la dèa della Speranza sembrava aver abbandonato l’Alma Roma e i suoi abitanti. Fu in questi frangenti incerti che una mattina fui raggiunto inaspettatamente dal mio amico carissimo Quinto Valerio Flacco Cane che mi sorprese ancora nelle braccia di Morfeo. Fui svegliato dai miei servi, i quali mi comunicarono la visita sapendomi sempre disponibile a ricevere l’amico a qualsiasi ora del giorno e della notte: mi alzai con mio grande incomodo, a dire il vero, ma immaginando che egli portasse nuove da Roma lo feci entrare nei miei alloggi interni e gli feci portare da mangiare. Una volta nelle mie stanze a lui sorrisi come all’amico di sempre e che conoscevo e stimavo come persona avveduta: la sorte gli aveva riservato oltre a un intuito e a un intelletto che ammiravo, anche un’avvenenza che non passava inosservata fra le giovani, nonché fra le matrone dell’aristocrazia. Falso sarebbe stato, tuttavia, il credere che egli non frequentasse anche bordelli e lenoni, e il mio lettore può immaginare che io stesso fui compagno di avventure e scorribande per i colli laziali, luoghi che ora alla mia vetusta età tornano di tanto in tanto come momenti di svago e frivolezze che il carico degli anni ti può solo far rimpiangere: di essi pure il ricordo è tramontato per sempre, né più in grado di ritornare. E gli anziani a volte sono come chi scrive e anche io sono noioso nel lamentare continuamente la giovinezza perduta e lontana, fiore colto e caduto ai lati di una via che un vecchio, pur nella piena maturità e saggezza, non può più percorrere. Mi accorgo, tuttavia, che i miei lettori potrebbero ora rimproverarmi per i miei rimpianti e mi addentrerò con maggior coraggio nelle vicende che voglio narrare. Flacco entrò dunque e, come suo solito, mi canzonò per la mia pigrizia: “Gaio, carissimo amico mio! Sempre fra le coltri! Mai che ti sorprenda in attività quando io giunga da te!” Dal letto digrignai i denti e spostando la coperta che mi avvolgeva lo accolsi con uno sbadiglio svogliato: “Sei tu, caro Quinto, che rubi a Mercurio le ali ai piedi per essere sempre inopportuno nella mia vita privata. E sei sempre tu che magari vieni a trovarmi solo poche ore dopo avermi riaccompagnato tu stesso a casa dopo una notte di bagordi e sapendo benissimo di avermi lasciato poche ore di sonno!” Così parlai, cercando con gli occhi di soccorrere le mie parole del tutto inefficaci e rivolte all’amico, il quale rise a sua volta di gusto, mentre con un gesto rapido prendeva un grappolo di uva che stava su un piatto portato dai servi. Due occhi grandi e verdi, quasi dello stesso colore dello smeraldo, apparivano vivaci sul viso di un uomo che aveva appena superata l’adolescenza di alcune primavere e i cui lineamenti offrivano un’avvenenza rara, invidiata da molti e da molti ricercata. La chioma flava e ondulata incorniciava un volto quasi disegnato da quell’artista intento a pensare ai coppieri degli dèi voluti da essi per la loro giovinezza e la cui compagnia ispirava pensieri non certo casti, ma nel contempo offrivano l’amaro rimpianto di una bellezza che non sarebbe mai più ritornata. Un naso espressivo e composto appariva altero sul viso bellissimo e alzandosi verso l’alto, mentre egli osservava calmo all’intorno, aiutava labbra carnose e atteggiate a sorriso sornione a far apparire denti bianchissimi, segno di una cura della persona che in Flacco non mancava di certo. La fronte spesso corrugata in rapidi pensieri soccorreva lo sguardo quando in uno scatto di arguzie e furbizia egli voleva offrire un’opinione diversa da quella del proprio interlocutore, incutendo un certo timore in colui che ardiva rivolgergli la parola. “Nuove da Roma?” chiesi con noncuranza e con un secondo sbadiglio. “E me lo domandi?” fu retorico l’amico appunto sgranando prima i grandi occhi e poi corrugando la fronte come se avessi io fatto una domanda inutile e ovvia. “Sono venuto apposta per riferirti cose grandiose!” “E se sono cose grandiose, cosa aspetti a dirmele?” “Te le dirò con calma, ma vorrei prima farti morire di curiosità, amico mio!” Flacco amava scherzare ed egli sapeva che poche cose mi innervosivano come quella di essere lasciato in attesa o nella sospensione di non sapere quanto stava per accadere. Così egli ne approfittò con calma e si mise a sedere al tavolo del mio cubiculum, dandosi tutto il tempo di assaporare i singoli acini staccandoli dal grappolo maturo, incurante della mia curiosità e apparentemente immerso in riflessioni oziose. “Non sei curioso?” mi domandò biascicando a bocca piena e fissando il proprio sguardo sul mio, ancora molto assonnato. “No” mentii in modo spudorato sapendo di non avere alcuna speranza di ingannare Flacco che conosceva il mio spirito più di quanto avessi potuto mai fare io stesso in vita mia. “Molto bene” disse allora ruminando in bocca l’uva e servendosi di un boccale di vino cotto che costituiva la mia colazione. “Vorrà dire che non ti dirò nulla sui fatti nuovi di Roma e che, oltre al resto, corre voce che sia stato trovato il responsabile dell’incendio.” Il vecchio Flacco! Ecco la sua inveterata furbizia! “Come il responsabile?” dissi alzandomi sulle braccia divorato dalla curiosità: “È una delle tue storielle, andiamo!” Parlai senza convincimento preso com’ero dalla bramosia di sapere. Egli era capace di azzardare e di carpire la tua attenzione quando meno te l’aspettavi e così fece anche questa volta. Lo incalzai: “Avanti! Parla! Andiamo, non mi lasciare sulle spine!” “Ah, vedo che il mio amico Gaio si è svegliato finalmente! Morde la curiosità, non è vero?” “Smetti con questi giochi da satiro e parla!” “Ebbene…” e qui fece una sospensione nuova e voluta allo scopo di accrescere ancora in me, se possibile, la mia curiosità, “Ebbene, eccoti servito! Racconterò tutto, ma a un patto!” “Quale patto?!” “A patto che tu venga con me ad assistere allo spettacolo, ovviamente.” “Ma di che spettacolo parli, Quinto? Che c’entra l’incendio con uno spettacolo?” Flacco era un grande attore commediante ed era stato un vero peccato che egli non si fosse dedicato agli affari: avrebbe fatto ricca la propria famiglia e i propri clienti invece di dissipare le ricchezze del padre. Scaltrezza, ambizione e coraggio non gli mancavano, ma la dote che amavo in lui era, come dire?, l’acutezza dell’ingegno, qualità certamente di cui io difettavo e che invidiavo all’amico da sempre. La gens Flacca era originaria della Campania e grande reputazione e stima godeva tutta la stirpe presso l’aristocrazia romana. Filosofi e uomini di Stato, duci e magistrati autorevoli, essi potevano vantare un grande seguito e la protezione dello stesso Nerone. *** “Allora? Facciamo notte, oppure credi che prima di sera avrò notizie da te?” tentai inutilmente di canzonarlo sapendo bene che egli non solo faceva apposta, ma se solo avessi insistito avrebbe continuato a torturarmi nell’attesa. Nel frattempo, mi ero alzato e un servo mi aiutava a vestirmi. “Ma mi sembra logico quale spettacolo! Ti faccio indovinare: Vuoi?” disse sempre più divertito e approfittando del senso di attesa che era riuscito a creare circa l’incendio appena domato, il quale aveva rapito l’attenzione di tutti dopo aver disseminato paura e morte. “E vada per l’indovinello,” dissi sedendomi al tavolo pronto a vedere la mia fame rifocillata dai servi e la mia curiosità da Flacco. “Cosa succede quando grandi sciagure accadono alla Patria?” chiese sempre con quel tono canzonatorio che si usa con i fanciulli, quando vuoi suscitare in essi interesse, oppure quando vuoi sfidare la loro attenzione. Risposi a tono imitando la vocina di Flacco che motteggiava ritmicamente: “Si con-sul-ta-no gli a-ru-spi-ci!” E risi. A questo punto Flacco inscenò la sua tipica commediola compiendo il miracolo di persuasione di cui egli solo sarebbe stato capace. Uscì dalla stanza e finse di guardare a destra e a sinistra dell’ingresso del mio cubiculum con fare volutamente circospetto, si voltò verso di me e disse solenne: “Bravo! E non c’era nessuno a suggerirtelo! Hai fatto tutto da solo!” Ma senza lasciarmi scampo alcuno disse nuovamente con la solita vocina: “E se gli aruspici non danno la risposta che ci si aspetta, che si fa?” riprese ritmicamente come se io fossi uno stolto. Mi alzai e feci una buffa imitazione della sua scenetta di poco prima: saltellando come se fossi un ladro nella notte che faccia irruzione in una casa, mi recai all’ingresso, guardai fuori dalla porta a mia volta e, ritornando sempre a saltelli guardinghi, risposi: “Si taglia la gola all’amico Flacco e, dalla forma delle macchie di sangue che esse assumono sui vestiti, si traggono gli auspici!” Ridemmo entrambi e ringraziai gli dèi dell’amicizia di quest’uomo che non mi lasciava mai triste dopo una visita. Oh, come mi sarei dovuto ricredere purtroppo di lì a qualche momento! “Gaio, Gaio mi lasci senza parole: si cerca se una vestale è impura e ha perso la verginità non obbedendo al precetto di Vesta!” disse ricordandomi la tradizione che peraltro ben conoscevo. “Una vestale è stata trovata impura?” osai domandare sapendo benissimo a che conseguenza questo fatto avrebbe condotto la malcapitata e, cioè, a essere seppellita viva. “Esatto! E non comportarti adesso come al solito sembrando una prefica sensibile ai lutti dei poveri e che ottiene sconti con le lacrime.” Flacco aveva ragione come sempre: io ero sempre molto sensibile alle situazioni in cui la sofferenza e l’ingiustizia avevano il sopravvento, e in questo assomigliavo molto al fratello di mio padre Marco Calpurnio Pisone, che era morto anni prima, uomo dalla grande levatura filosofica e umana e di cui dovrò dire molto e molto a lungo in questa mia cronaca, pur non avendolo mai conosciuto di persona. “E allora parteciperai allo spettacolo adesso? Hai promesso, no?” “Io non ho promesso alcunché! E soprattutto non voglio assistere alla mostruosa tortura cui partecipa una folla assetata di sangue e di vendetta, il cui unico scopo è quello di trovare il colpevole di un delitto contro Roma quando i sospetti, sappiamo bene, devono ricadere su altri!” obiettai. “Attento Gaio Calpurnio Pisone! Attento: non è bene parlare male delle antiche tradizioni romane! Tuo padre non approverebbe, uomo di grande religiosità pubblica e forte attaccamento alla res publica di un tempo!” “Non me ne curo: e poi non è attaccamento alla tradizione il vedere una povera infelice lasciata morire di fame dopo essere stata chiusa in una grotta…” “Non mi vorrai dire che sei codardo a tal segno?” “Ma non è codardia la mia!” “Oh, sì che lo è! E poi non puoi mancare.” “Perché mai?” “Vuoi che un membro delle più illustri famiglie di Roma manchi al rito della punizione della vestale colpevole e che rumores giungano alle orecchie di Cesare Nerone che tu non eri presente e che non hai ossequiato…”
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