“Nerone! Bel nome da dire in questa casa! Quell’uomo… ah quell’uomo!”
“Sì? Quell’uomo… continua pure Gaio Calpurnio, amico mio, continua pure!” curiosò Flacco fra i miei pensieri.
“Tu escludi che all’origine di quell’evento tanto luttuoso per Roma ci sia proprio Cesare e le sue vanagloriose ambizioni di despota!”
“Attento, Gaio! Anche i muri hanno le orecchie.”
“E se i muri hanno le orecchie noi le strapperemo e le faremo ingoiare a…”
“Gaio! Ma non sai quello che dici!” si fece serio a un tratto il giovane amico.
“Lasciamo perdere…”
“Niente affatto! Tu stai parlando con un amico, non con un estraneo, e di me ti puoi fidare. Lo sai benissimo.”
“Non importa per adesso: ne riparleremo!” Liquidai la faccenda che si stava spingendo ben oltre il limite che mi ero dato. Poi aggiunsi: “Mi hai convinto, verrò ad assistere alla punizione della donna. In questi frangenti non è il rito a essere spettacolo, ma molto spesso lo spettacolo viene offerto dagli spettatori presenti!”
Non so perché dissi così, lasciandomi convincere a partecipare a un rito che ancora oggi giudico mostruoso per la sua efferatezza e la sua ripugnante crudezza. Forse lo feci per distrarre Flacco dal discorso che imprudentemente avevo iniziato, forse per rispondere alla sua obiezione per cui la mia assenza si sarebbe notata, facendo ricadere sulla mia famiglia insinuazioni non precise e pericolose. Il padre stesso di Flacco, illustre senatore e membro dell’aristocrazia romana, sarebbe stato presente, e forse anche il mio. Non esitai oltre e mi decisi a seguire Flacco al campo del sacrificio umano.
***
Partimmo dopo un paio d’ore e ben presto ci trovammo nei pressi del luogo tristemente noto come Campus Scelleratus, presso la Porta Collina, dove sarebbe avvenuto il rito della condanna della vestale. Durante il viaggio Flacco mi aveva dato maggiori ragguagli sulla vittima che era stata trovata colpevole di sì grande misfatto.
Quando arrivammo sul luogo la ressa era già notevole e ci fu difficile in un primo momento superare la calca che si assiepava i bordi della strada. Diedi di sprone al cavallo e la mole dell’animale mi permise di farmi largo fra gli astanti.
Sapevo che ci saremmo recati appunto al luogo del supplizio e mi trovai in cima al colle del Quirinale, da dove dipartiva una stradina molto angusta che scendeva il bordo della collina in direzione opposta a quella da cui eravamo giunti.
Sapevo che dall’altra parte, scavata nella roccia, ci sarebbe stata la tomba della condannata.
In attesa che la vittima arrivasse accompagnata dalla folla in corteo, mi recai dunque a vedere il luogo dove la donna sarebbe stata murata viva. Due legionari presidiavano l’entrata, ma il minuscolo ambiente offriva uno spettacolo che già conoscevo per sentito dire. Nel sepolcro sotterraneo si trovavano una tavola imbandita, una fiaccola accesa, pane, acqua in un vaso, latte e olio. La condanna a morte per fame passava attraverso la pietà della giustizia romana che non voleva macchiarsi del sangue di una vestale, ma compiva questo rito per dovere istituzionale, come se volesse allontanare da sé la colpa e il sangue di una vittima consacrata solennemente agli dèi. Diversa era la colpa dello stupratore, che veniva frustato a morte nel Campo Marzio davanti alla plebe e lasciato in pasto alle fiere della campagna romana.
Giunse infine la giovane donna: non aveva più di vent’anni. Era sdraiata su un carro funebre trainato da un enorme bue nero; dalle corna dell’animale pendevano strisce di tessuto rosso e una gualdrappa di diversi colori ne copriva il dorso. Un servo lo tirava con una catena legata all’anello del naso e questo con muto incedere avanzava oscillando la testa come ad accompagnare sul lastricato i passi lenti, ma decisi. Solo alcuni muggiti della bestia commentavano l’ingrato compito e risuonavano nell’aria in risposta alle urla frenetiche della donna.
Cinghie di cuoio tenevano la vittima legata come un animale, la fronte rivolta verso l’alto. Il sole del mezzogiorno colpiva inesorabile quel corpo provato dalla tortura dei giorni precedenti, e le vesti macchiate di sangue raccontavano delle frustate che il Pontefice Massimo le aveva inferto (impietoso ufficio!) per punire il suo misfatto. La testa, unica parte del corpo rimasta libera, si muoveva come quella di un’ossessa che sia abitata da uno spirito infernale. Al passare della lettiga la folla faceva largo in silenzio, non per dignitosa indifferenza o per paura, ma per rispetto del rito ritenuto sacro e inviolabile. La vergine ormai considerata non più tale e ritenuta impura procedeva tra la folla, e il muto disprezzo faceva da cornice alle urla strazianti della vittima, che mi lasciavano in uno stato di indicibile costernazione. Non vi è spettacolo più agghiacciante, né corteo più funesto che possa scuotere le coscienze dei cittadini dell’Urbe.
Mi voltai richiamato dalle grida della donna e mi ritrassi istintivamente non per paura, ma per la pena che infinita non riuscivo a trattenere. Il boia accompagnato da due inservienti slegò la donna, la quale tentava di reagire, opponendosi ai propri carnefici più per forza di disperazione che per la certezza di potersi divincolare dalle braccia nerborute degli aguzzini e dalle catene che le legavano i polsi dietro la schiena. Chiedeva pietà, ma nessuno sembrava voler rispondere ai richiami penosi della vittima sacrificale.
All’improvviso mi resi conto di qualcosa che mi atterrì ancor di più e cioè potei notare che fra la folla vi era un gruppo di tre persone composto da due uomini, un uomo anziano e uno più giovane seguiti da una donna. Chiesi in un sussurro a Flacco: “Chi sono costoro?”
Flacco tentennò un momento come rabbrividendo, poi soggiunse: “Sono i famigliari della vestale.”
Era vero e me ne rendevo conto solo ora: il contegno era decoroso, anche se sui volti affranti di costoro si percepiva il senso di disperazione, pur nella consapevolezza di dover assistere alla celebrazione di un atto rituale di giustizia.
I due uomini sostenevano la madre della vittima non perché ella fosse accasciata, o si fosse abbandonata alla disperazione, ma per manifestarle la loro vicinanza e il loro incoraggiamento silenzioso. Ella guardava la figlia fissa in viso, glaciale, come solo le donne di Roma o di Sparta sanno fare. La figlia, tuttavia, nello strepito che non sembrava aver fine urlava parole gutturali verso la madre non riuscendo a smuoverne la granitica indole: rantoli bestiali le uscivano dalla gola riarsa dalla sete e distrutta dalla disperazione.
Fu trascinata come un vitello all’altare del sacrificio fin sulla soglia della grotta, quindi slegata mani e piedi e gettata all’interno dell’antro. Invano la vestale tentò di aggrapparsi ora alle braccia del boia, ora agli stipiti del portone massiccio, per evitare l’inevitabile chiusura dell’ingresso, ma a nulla valse il gridare e il gemere della supplice.
Quindi, respinta dentro come una fiera finalmente doma, la porta fu chiusa e per alcuni instanti ancora si poterono sentire le urla disumane della ragazza. Poi, nulla; il silenzio fu totale dentro e fuori la prigione.
Il boia avrebbe lasciato passare un mese prima di recarsi a visitare il luogo per sincerarsi che la prigioniera fosse realmente morta.
Finita la cerimonia del sacrificio umano, ero affranto a tal punto da non riuscire a proferir parola e anche quello spaccone di Flacco era ammutolito, in quanto non aveva mai assistito a tale rito infame.
La folla lentamente e sempre in silenzio si diradava, e gli abitanti di Roma sazi di quel sangue, che io sapevo innocente e solo frutto della pedagogia della dura giustizia degli avi, facevano rientro alle loro case. Quanto appariva su quei volti e che io leggevo con disgusto era la soddisfazione di aver trovato finalmente una vittima su cui scaricare la propria ansia di vendetta e di superstizione, e non il senso di giustizia derivante dall’aver condannato il vero autore del rogo.
Ah, quanto mi sbagliavo e quanto i tempi nuovi erano diversi da quelli antichi! Avrò modo di spiegare i miei dubbi quando avrò narrato quanto seguì quel giorno che trascorsi insieme all’amico Flacco.
***
“Caro Gaio, assaporerai i piaceri di Roma questa sera!”
Volli credere all’amico e lo seguii come sempre, mio duce di scorribande e frivolezze, di cui forse quella sera avevo bisogno per distrarmi dopo tanto inutile sangue e confusione. Egli si mosse e io gli tenni dietro.
La suburra di Roma è un luogo di sordidi piaceri e di lubriche passioni per chi voglia approfittarne e così sapevo che Flacco non si sarebbe risparmiato per farmi provare ebbrezze inusitate quella sera di luglio.
Ricoverati i cavalli in un luogo sicuro e dopo aver lasciato una lauta mancia a un oste che avrebbe curato e nutrito gli animali, ci incamminammo per le vie meste di quanto restava di una città quasi distrutta, ma sempre viva come solo l’Urbe poteva essere anche nei momenti di crisi.
Nel seguire Flacco che incessantemente parlava e discorreva di cose ora vacue, ora serie, mi isolai nei miei pensieri e così pensai a quante avventure quelle pietre che costruivano la città avrebbero potuto raccontare al visitatore attento: Brenno e Furio Camillo, gli Scipioni trionfanti sul punico Annibale cresciuto nell’odio per il Popolo Romano, la morte di Cesare e la gloria di Augusto; infine l’età dei Cesari!
Camminavo e pensavo: ora qui, ora là, annuivo con il capo, mentre il mio cicerone mi accompagnava esortandomi a guardare quella giovane o quella schiava avvenente che l’accompagnava al passeggio, oppure il giovane ben allenato e di corsa incaricato chissà di quale commissione dal suo padrone e che avrebbe potuto assecondare i miei più reconditi piaceri. Parlava e io gli tenevo dietro come il cagnolino sa di dover fare con il suo piccolo padrone, cui è appena stato dato in dono, compagno di giochi e di sottili crudeltà.
Non ci eravamo ancora addentrati molto nel dedalo della suburra che mi accorsi di una scena insolita e che confesso fu nuova per me: una donna vestita in modo dimesso e casto al contempo accompagnava un uomo dall’aspetto fiero ma umile, deciso nel passo ma paziente. Mi soffermai a osservarla con calma colto dalla bellezza e dalla lucentezza degli occhi che fugacemente si posarono sui miei.
Come le stelle si muovono vorticosamente nel cielo, pur apparendo fisse nell’oscurità della notte, così gli occhi cerulei della donna si fermarono, nel loro continuo vagare all’intorno, sul mio viso incuriosito.
Bella nella sua semplicità era questa donna del popolo: la plebea che era in lei aveva quel non so che di nobile che traspare dal volto dignitoso e solenne di chi possiede una personalità forte, ma raddolcita da pensieri buoni. Il capo coperto da un velo trasparente e leggerissimo le conteneva i capelli castani e un abito dello stesso colore chiaro le dava una dignità e una bellezza tipicamente romana. La guardai con più intensità e mi soffermai giusto il tempo per permetterle di rendersi conto del mio comportamento importuno e invadente.
Ripensando ora a quel momento, non saprei dire se si fosse trattato di un secolo o di un istante solo, tanto fu l’intensità dello scambio di sguardi che ancora oggi ricordo con amore e dolcezza.
Ella, pudica, sfuggì alla mia attenzione, richiamata dalla voce dell’uomo che di colpo ricomparve alla mia vista annebbiata dalla pudicizia e dalla semplicità di lei.
“Licinia,” le si rivolse l’uomo. “Gli arnesi presto!”
Osservai meglio e potei notare che la donna portava a tracolla sulla spalla destra un borsa capiente dalla quale trasse alcuni oggetti: pensai subito agli arnesi di cui l’uomo aveva parlato e mi resi conto di trovarmi davanti a un medico o a un cerusico.
Se non fosse stato il riferimento agli arnesi che prontamente vidi estrarre dalla borsa a farmi pensare a un curatore ambulante, avrei dedotto il fatto dalla folla che circondava i due personaggi. Dietro, a breve distanza, altri individui, tutti vestiti grosso modo degli stessi abiti, seguivano la donna e l’uomo, accompagnati da un piccolo carretto che trasportava pane e una gigantesca marmitta. Dopo la visita del medico che distribuiva medicamenti e pozioni, i poveri che venivano assistiti ricevevano un pezzo di pane e veniva loro versato in una ciotola un brodo dal colore scuro che subito famelici essi si affrettavano a mangiare, discostati dal gruppo un paio di passi.
In breve, la ressa si fece pressante, ma i beneficati furono ben presto più stanchi essi stessi di chiedere che i benefattori di elargire pane e minestra.
Osservai la scena con sospetto devo dire: mai prima di allora avevo visto qualcuno compiere gesti di tal fatta nell’Urbe, anche se mai come allora la città brulicava di affamati e raminghi.