Il sacrificio della vestale-3

1425 Words
“Che fai, Gaio? Non vieni?” Fu Flacco a risvegliarmi dal mio incanto e subito lo seguii, non distogliendo se non a fatica il mio sguardo da quanto i miei occhi avevano osservato, combattuto com’ero da una superiore arroganza da un lato e da un sentimento di tenerezza profonda inspiegata dall’altra. Ben presto ci trovammo nel luogo dove avremmo trascorso alcune ore di piacere carnale, che confesso mi distrassero dalle mie angustie e emozioni. *** Uscito che fui dal bordello e addentratomi un poco nelle vie dell’Urbe, semideserta a causa dell’ora tarda e della paura dei suoi abitanti di aggirarsi di notte nei vicoli angusti della suburra, ci imbattemmo in un gruppuscolo di uomini sbandati, ubriachi e armati di spade e bastoni. Tirandomi indietro e cercando con lo sguardo un portone o un angolo non illuminato dalle torce per nascondermi, misi istintivamente mano al pugnale che tenevo appeso alla cintola, e così fece Flacco. Ci rendemmo subito conto, tuttavia, di quanto tale precauzione fosse inutile. Essi si stavano recando altrove e con altri intenti che non quelli di aggredire noi. Alla prima voltata di strada, infatti, quando anche l’ultimo di essi si era dileguato nell’oscurità, comparve un vecchio affranto e spaventato anche lui e che si era certamente già imbattuto nella banda di scalmanati. Mi sentii subito di soccorrerlo: “Che ti accade, vecchio?” domandai. “Ho avuto paura per un momento che volessero uccidermi, ma poi mi sono accorto che costoro non sono ladri, ma hanno in mente altro: cercano gli autori dell’incendio. Cercano i crestiani!” Lo guardai non credendo alle mie orecchie: “Chi?” esclamai stupefatto. Avevo già sentito parlare di questa setta e anche Flacco seppure incredulo sembrò voler confermare le parole dell’uomo, ma lo corresse: “Vorrai dire i cristiani, vecchio! Sono stati dunque loro?” domandò. “Sì, il popolo li chiama crestiani!” insistette. “Il popolo sbaglia! Come spesso avviene al volgo ignorante!” “Non importa! Si dice siano stati loro,” rispose l’uomo sempre tremando di paura. Non seppi che dire, ma incoraggiai l’uomo a parlare e chiesi se ne sapesse di più. Egli balbettò parole senza senso, come spesso si fa quando non si conoscono bene le cose di cui si sta parlando, oppure ci si trova nel timore di essere colti in fallo riportando solo una voce e, per giunta, falsa. “Credo…” disse, “…mi dicono, almeno, che le cose stiano così, ma non so cosa dire: questi… ehm… sono bestie cannibali!” “Sì, certo perché non leoni o balene?!” Lo stesso Flacco ebbe il tempo di replicare a questi vaneggiamenti inconsistenti non permettendomi di farlo io per primo. “Sì, sono cannibali e mangiano… così si dice… carne umana… carne dei bambini!” riprese il vecchio convinto delle proprie fonti. “Torna a casa tua, vecchio!” ordinai. “Questo luogo non è sicuro per te: se non saranno i cristiani a mangiarti, ti faranno fuori le bande che si aggirano per Roma di notte per derubare i raminghi come te!” L’uomo si allontanò in fretta guardandosi ogni tanto le spalle come se ancora qualcuno lo stesse seguendo o minacciando nell’oscurità, per poi sparire in un vicolo ancora più buio. Anche noi accelerammo il passo, comunque, per cercare di uscire dal labirinto della suburra, sapendo bene quali altri pericoli potessero celare quei luoghi tanto malfamati e volendo tornare presto ai nostri cavalli. “Carne umana?” domandai a Flacco all’improvviso e divertito: “Hai sentito anche tu, amico mio?” “Sì, molto chiaramente: questa è la voce che circola a Roma da alcuni anni, voce per altro diffusa sulla base di un’oscura superstizione.” “Ma possibile che vi siano stolti che credano a tali fandonie?” dissi di rimando. “Ho visto alcuni cristiani e ascoltato alcuni discorsi tenuti dai loro predicatori nelle piazze del mercato o nel foro, e tutto si può dire di questi uomini e di queste donne, ma non che siano violenti oppure… oppure cannibali!!” “Ma un motivo ci sarebbe.” “E quale?” domandai distrattamente. “La plebe sa che costoro predicano un miracolo che essi sarebbero in grado di compiere: e cioè quello di trasformare il pane e il vino nella carne e nel sangue di un uomo che era il loro fondatore e che si chiamava Gesù!” “Scempiaggini!” “Lo so bene anche io, ma questo è quanto si dice e così ti riferisco,” chiosò Flacco. “E a quanto ho potuto sentire questa stupida superstizione è all’origine di ogni male per i cristiani.” “A cosa ti riferisci quando parli di stupida superstizione? Al fatto che i cristiani dicano di poter trasformare pane e vino in carne e sangue, oppure intendi dire che secondo te è superstizione quella della plebe che semplicemente lo crede possibile?” “Non ho mai trovato alcun pregiudizio o se vuoi discriminazione di sorta che non avesse un qualche fondamento fornito dalle vittime stesse,” argomentò l’amico stupendomi. “Se la plebe crede una sciocchezza simile è solo perché i cristiani ne hanno offerto loro un’occasione! Anche la nostra religione o, meglio, quella che Roma considera la religione dello Stato, è piena di miti e leggende, e tutto ciò ha una funzione, ma nessuno in fondo, se ci pensi bene, crederà mai che Minerva sia nata dalla mente di Giove Pluvio!” Era sarcastico e il suo epicureismo emergeva sempre più in questa conversazione che mi sembrava sempre più interessante. “Quindi?” lo spinsi a concludere. “Quindi, se vi sono persone tanto stolte da predicare sciocchezze del genere, come converrai anche tu, essi stessi sono la causa della propria rovina; la plebe non aspettava altro: sentirsi dire una cosa del genere, parlare di una trasformazione da pane a carne umana… ecco, come vedi il passo verso la calunnia o, se vuoi, appunto il pregiudizio è molto breve. Non credi, Gaio carissimo?” “Ma se non sbaglio essi predicano la pace e la fratellanza fra gli uomini,” obiettai. “Questo non toglie che essendo una religione nuova, venuta dall’oriente, possa costituire una buona scusa per gli incolti (e non solo, bada bene, Gaio!) per poter finalmente sfogare la propria rabbia nei confronti di chi non si conosce bene.” “Ma Roma è tollerante, Roma è la civiltà, Roma è tutto!” “Sì, ma probabilmente i cristiani no!” “Cosa vuoi dire?” domandai stupito. “Voglio dire che costoro pur predicando le cose che ricordavi tu prima, dicono che bisogna non soltanto praticare la nuova religione, ma rifiutare quella dei nostri Padri, il che non va bene! Ne converrai anche tu!” “Assolutamente! La religione è parte della vita dello Stato e lo Stato si regge su di essa: ognuno può praticare in privato o anche in pubblico il culto che vuole, ma non bisogna assolutamente respingere il culto degli dèi: ciò significherebbe disordine e rovina! Va impedito assolutamente!” “Per questo ti dico che l’odio per costoro potrebbe avere radici anche più… ehm… come dire… ufficiali…” tentò di spiegarmi Flacco. “E sarebbe a dire?” “Non lo so, ma è certo più facile prendersela con stranieri che vengono da un terra lontana e continuamente in subbuglio, e che convertono i cittadini di Roma a una nuova religione capace di portare novità circa il culto e la religione dei padri; ecco tutto.” “Di’ piuttosto,” azzardai allora, “che i cosiddetti cristiani non fanno nulla per farsi amare, non accettando le nostre tradizioni, pur predicando amore e concordia. Che sia una mossa di facciata per raggiungere scopi diversi?” “Anche questo, confesso, non mi stupirebbe devo dire,” rispose Flacco, “ma se da un lato va trovato un colpevole, tanto meglio sarebbe che questo colpevole sia qualcuno già scomodo e facile da accusare, non credi?” Era Flacco giunto alle stesse conclusioni cui ero giunto io circa la sete di sangue della plebe e la volontà di trovare qualcuno su cui sfogare la propria rabbia? Volli dunque indagare: “Vuoi dire che sarebbe stato meglio condannare alla sepoltura qualche cristiano oggi piuttosto che la povera vestale che nulla aveva commesso se non un facile peccato che avremmo potuto commettere tutti?” “No, la vestale impura andava in ogni caso condannata per salvare appunto la tradizione tramandataci intatta. Certo le cose stanno cambiando a Roma e questo forse non basta più.” L’obiezione di Flacco confermava il mio pensiero. “Caro, Quinto,” dissi, “vedo che in te c’è un uomo che riflette oltre a un uomo che pensa solo a svagarsi! Mi congratulo!” dissi divertito, e le mie parole dovettero scherzosamente offendere il mio amico. “Ma brutto arrogante e filosofastro che non sei altro! Solo tu credi di avere il monopolio dell’intelligenza? Se la mia vita appare dissoluta è proprio perché penso al senso delle cose, non perché la dissolutezza sia un modo attraverso il quale io mi illuda che ci si possa non pensare!” disse allora ritornando a essere il felice buontempone che conoscevo. A essere onesti quest’uomo aveva nel fondo dell’animo suo qualcosa che lo angustiava, ma egli in qualche modo lo voleva nascondere, come se il suo vissuto e la sua attività di uomo pur colto fossero per lui solo occasione di vergogna e non di orgoglio. “Non volevo dire questo, ma solo invitarti a fare riflessioni ogni tanto più profonde, come mi sembra tu stia facendo ora.” “E che ne sai tu?” disse dandomi una pacca cordiale sulle spalle. Poi aggiunse: “Ecco il ricovero dei nostri cavalli: mangiamo qualcosa e poi ritorniamo a casa.” *** Finita la cena e dopo aver ecceduto alquanto nel bere ritornammo ognuno sui propri passi verso casa, dove mi attendeva inaspettata una missiva di mio padre, che mi convocava urgentemente a raggiungerlo nella sua tenuta l’indomani. II
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