Mio padre, il senatore Gaio Calpurnio Pisone
Desiderio tui, Jane,
absconditus amor alitur meus.
Di immortales mihi illam dent pacem
quae semper laeta est cordi immortalium.
Della nostalgia per te, o Janus,
si nutre il mio amore nascosto.
Che gli dèi immortali mi donino la pace
la quale lieta è sempre al cuore degli uomini.
Mio padre, il senatore Gaio Calpurnio Pisone, attendeva il mio arrivo nella sua villa alle porte dell’Urbe e già mi affrettavo a raggiungerlo con il presentimento che qualche altra sciagura potesse gravare sulle sorti della Patria e della famiglia dei Pisoni.
Tornato a casa dopo la notte con l’amico Flacco e dopo aver trascorso molto tempo fra i soliti piaceri e un poco obnubilato da una ubriachezza molesta che tardava a lasciarmi, avevo deciso di partire e di ritornare verso Roma.
Fui ben presto in vista della strada che ben conoscevo e che aveva accompagnato i miei viaggi infinite volte in quei luoghi tanto cari.
Il lastricato della via romana mi riportava ricordi vivi alla mente. Nonostante l’età ormai lontana dall’infanzia e dai giochi dei fanciulli la viva memoria di quei momenti mi permetteva di visitare quei luoghi con gli occhi innocenti di allora.
La strada principale deviava verso l’Urbe e una via più angusta e sterrata proseguiva diritta, come ben sapevo, permettendomi di vedere l’orizzonte dell’agro romano che spaziava senza limiti. L’unica esperienza finita era l’immagine ben chiara di quei momenti lontani della mia infanzia che impietosi non sarebbero più ritornati.
Presi dunque all’incrocio delle strade quella che conduceva alla villa e diedi di sprone al cavallo per poter proseguire più celermente. Il ritmo costante dell’incedere della mia cavalcatura mi cullava nei miei pensieri e il filare delle piante che costeggiavano la strada mi dava il senso della distanza.
Ben presto fui in vista del complesso di costruzioni che circondano la villa e senza esitazione ne attraversai l’ingresso esterno: un viale alberato di cipressi accompagnava alla costruzione principale.
Giunto che fui nel piazzale davanti all’ingresso, dalla porta principale uscirono due servi; essi presero il cavallo per le briglie e lo condussero agli stabbi per rigovernarlo e abbeverarlo. Subito dietro apparve Amulio: “Figlio!” disse il vecchio per accogliermi e io sorrisi lieto.
Era Amulio il servo addetto alla persona di mio padre ed era stato parte della famiglia da sempre per quanto la mia memoria mi assisteva. Ora, stanco e provato dall’età, che inflessibile fa piegare l’uomo sotto il peso degli anni, si reggeva a un bastone non potendo più egli camminare eretto nella persona.
Non ricordo un momento nella casa in cui egli non fosse protagonista silenzioso in seno alla famiglia: originario della Sabina, era stato comprato dai Pisoni in giovanissima età, appena fanciullo, e da allora crebbe nella nostra casa divenendo in fine il capo dei servi; e fu lo zelante e obbediente servitore del padre di mio padre prima, e poi di mio padre stesso. Addetto alla persona del pater familias, egli era così la memoria storica della casa, a lui si ricorreva per chiedere consiglio o il racconto di un episodio diventato successivamente persino leggenda. Amulio era allora al corrente di tutti quegli arricchiti dettagli che l’età gli aveva permesso di rimeditare e che raccontava sempre con rinnovato spirito e gioia, e io, fra me e me, mi chiedevo sovente fino a che punto la fantasia o l’inventiva contribuissero ad accrescere la vicenda originaria e fino a che punto la verità rispettasse l’andamento storico degli eventi familiari. Le storie e i loro protagonisti assumevano quel mistero di plasticità che solo le statue dipinte degli dèi o dei duci romani possiedono: queste storie non cessavano mai di stupire anche se riascoltate ancora e, ormai, conosciute quasi a memoria da tutti.
In esse c’era sempre un breve, ma sagace commento personale da parte di Amulio, che dava sale alla vicenda nel racconto a volte sarcastico, fatto di avventure o sventure tragicomiche.
Il solo piacere o l’interesse suscitato in chi ascoltava queste storie derivava dall’osservare quell’unica smorfia del viso del vecchio che valeva più di qualsiasi discorso e accontentava tutti, e tutti nella propria intimità fingevano emozione, oppure davvero ne provavano un’impronta rinnovata vuoi per ringraziare il narratore, vuoi perché gli ascoltatori erano sinceri. Come durante le commedie o le tragedie degli autori il pubblico pur conoscendo già la trama (o proprio a causa di ciò!) ride o si commuove assistendo alla scena, così anche Amulio scatenava in noi figli o genitori o servi, le uniche emozioni vere che forse tanto ingenuamente ci aspettavamo.
Egli era un uomo cui fu offerto dai Pisoni l’affrancamento dalla schiavitù come premio, ma che egli rifiutò sempre per amore della famiglia e per la fedeltà al servizio. E la domus era come personificata da Amulio tanto che all’osservatore imparziale saremmo sembrati noi i suoi servitori e lui il padrone, e non il contrario, visto come gestiva gli affari della famiglia e delle attività domestiche, e con quale cipiglio.
Ma vi era una cosa ancor più unica a rendere i racconti di Amulio memorabili ed essa era l’incapacità molto spesso, credo congenita della sua zona di origine, di pronunciare le lettere esse e zeta, che uscivano in t o d rendendo, anche nell’eloquio, il personaggio più pittoresco, nonché buffo l’accento.
Invece di cosa, egli diceva coda, invece di saggio, taggio: i fanciulli ridevano, gli adulti, in segreto fra loro, canzonavano bonari facendogli il verso e imitandolo alle spalle: ma tutti, tutti amavano, fino a commuoversi, il senso di quelle parole che sarebbero suonate sciocche ai più. Le sue considerazioni e suoi commenti erano diventate citazioni e motti.
A volte il nesso di tutto il discorso ne risultava compromesso per chi non conosceva la storia, fra i codì per così, e petto per pezzo, discorso peraltro impedito da una forma di inevitabile sordità che con gli anni si era fortemente accentuata aumentando l’aspetto buffo del personaggio degno di una commedia di Plauto.
“Come dici? Coda dici?” erano le frasi che ricordavo di più e che spesso mi obbligavano a ripeter il concetto anche se inutilmente negli ultimi tempi, visto l’aggravarsi della sordità che egli definiva anche una benedizione degli dèi, “ettendo il mondo codì rumorodo,” come egli amava ripetere: questo fanno gli anziani sia per giustificarsi della stanchezza del fisico, sia dell’inefficienza di esso.
Ma osserva, ora, con me mio lettore, la curva figura di Amulio, sostenuta al proprio vincastro. L’uomo di bassa statura aveva una fronte spaziosa e il cranio ossuto era coronato da quanto restava di una capigliatura un tempo corvina che, ora, era quasi completamente imbiancata, se non si considerano alcune ostinate, anche se rade, ciocche di capelli neri, capaci peraltro di resistere all’inesorabile mancanza di pietà dell’età avanzata. Ciuffi di capelli coraggiosi resistevano e, audaci, si rifiutavano di adagiarsi, almeno per riposare un po’ in cima al capo pressoché calvo, quali pali residui di un accampamento militare sconfitto e abbandonato da vili soldati in fuga. Il viso sovente, pur spento nell’atto di ponderare chissà quali pensieri, aveva non raramente scatti di felino rivolgimento, quasi esso fosse stato attratto da un improvviso comparire di un pericolo o di una semplice frase mal posta da parte del proprio interlocutore. Il naso piuttosto grosso, come fosse schiacciato da innumerevoli combattimenti di pugilato, si arricciava quando egli esprimeva dubbio o perplessità, curioso sintomo della sua capacità di capire quando un uomo a lui stesse mentendo o manifestando pensieri non tanto confacenti con l’idea che egli stesso della realtà si era già fatta.
Gli anni erano stati inclementi anche nello sguardo che appariva a volte assente a causa di quel velo che i vecchi hanno sugli occhi e ai quali esso offusca la vista rendendo loro le cose indistinte e indistinto il volto. Ora anch’io canuto, mentre scrivo, ne sono irrimediabilmente affetto e questo velo di cataratta rende quasi titanica, per non dire impossibile l’impresa di narrare per iscritto la mia storia; e ricordo Amulio e mi commuovo al ripensare a quel giorno quando, ancora giovane e in forze arrivai nella proprietà di mio padre un tardo mattino del mese di luglio.
“Figlio!” mi disse dunque Amulio (il quale per la verità a parte mio padre era solito ormai chiamare tutti così). Sovente, e ancora con questo dolcissimo epiteto, egli soleva rivolgersi a me in particolare, ritenendomi quel figlio che egli non aveva mai avuto forse, non essendo riuscito ottenere il permesso della famiglia di prendere moglie. “Figlio mio, carittimo!”
Lo avvicinai e Amulio mi baciò la mano in segno di rispetto: inutilmente tentai di evitare che lo facesse e appena ricevuto il bacio con un gesto pietoso da parte mia, degno di un autentico figlio, lo afferrai dolcemente per i gomiti per poterlo baciare a mia volta sulle guance e sorreggerlo. Il vincastro cui egli si sosteneva inevitabilmente cadde ai miei piedi e io fui felice di potermi sostituire a esso per sostenere il vecchio.
“Amulio, amico mio! Come stai?” dissi, mentre mi chinavo per raccogliere e riconsegnare al suo proprietario il bastone consunto dall’uso.
“Coda dici?”
“COME STAI?” gridai allora per farmi sentire.
“Ah, bene, da povero vecchio! Caro figlio, coda fai codì qui?” riprese nel suo solito buffo eloquio.
“MIO PADRE MI HA CONVOCATO, COME SAPRAI SICURAMENTE!” urlai come un ossesso, accostandomi al suo orecchio, per essere sicuro di essere sentito questa volta. Anche da Roma, dove sapevo egli si trovava, Nerone avrebbe potuto sentire la mia voce. Amulio non rispose tuttavia, ma dandomi le spalle mi invitò a seguirlo con gesto del polso roteando la mano destra verso di sé, come a economizzare le parole che tanto poco servivano nel parlare con lui.
***
Perfetta nella sua architettura, la villa era composta da due cortili collocati in successione e che davano l’uno nell’altro, e separati da un corpo centrale costituito da una doppia fila di colonne. Il porticato che esse sostenevano mi ospitava per i giochi infantili nei giorni di pioggia. Ricordavo ancora il riecheggiare delle voci dei fanciulli, figli dei servi, che mi accompagnavano nei giochi: osservando quelle colonne la mia fantasia in quel momento spaziava ai momenti lieti della mia vita passata e a quelli altresì tristi, e al mio pianto allorché avevo saputo che alcuni dei miei compagni di giochi erano stati venduti ad altri padroni o donati insieme a lotti di terra; o ancora all’infausto giorno in cui Amulio giunse a me per stringermi dolcemente e annunciarmi fra le lacrime la morte di colei che mi aveva dato alla luce.
Cose e persone riapparivano all’istante come allora e mi sembrava di sentire perfino gli odori che in quelle solenni volte giungevano dalla campagna e l’aria che portava i sapori non solo della stagione, ma della mia stagione infantile e dell’incanto dell’età che non sarebbero più ritornati.
Il pavimento lastricato di colorati marmi e pietre era come lo ricordavo e quei motivi riportati dal disegno astratto erano gli stessi che io in ginocchio con le dita cercavo di seguire delicatamente, come appeso a un filo di una novella in grado di portarmi chissà dove e che inesorabilmente mi conduceva a un altro disegno astratto e a un’altra immagine dipinta o scolpita.
Poi le voci ritornavano alle mie orecchie come allora e quella di mio padre che mi chiamava perché era l’ora della lezione del grammaticus, oppure erano le voci di coloro che giungevano ospiti e clienti di lui, i quali riempivano quei vani di complimenti all’ospite illustre per le bellezze che vi si trovavano e che essi ammiravano con stima.
Alzai gli occhi e vidi al di là del porticato il secondo cortile assolato e la vasca con la fontana centrale e le ninfee che la circondavano: esse danzavano intorno a essa come sospinte dalla corrente, che in realtà non c’era, ma era solo un’impressione visiva di chi al riparo del porticato osservasse il cortile inondato dal sole. Mi ricordai allora del gioco proibito da mio padre e che noi facevamo di nascosto da lui e che consisteva nel gettare sassolini nella piscina: guai a chi ne avesse rovinato il fondo e fatto lavorare i servi oltremodo per farli rimuovere.
Mi trattenni ancora un poco sotto quelle volte in contemplazione dei miei ricordi, poi fui destato come all’improvviso da Amulio che mi invitava nuovamente a proseguire. Il sole del meriggio estivo mi fece ritornare al mio presente e alla ragione della mia presenza in quel luogo.
***
“Gaio, carissimo!” Sulla porta dello studio apparve mio padre, che mi sorrise mentre si copriva con la mano destra gli occhi feriti dal sole.