Mio padre, il senatore Gaio Calpurnio Pisone-2

2016 Words
“Padre!” “Amulio,” soggiunse autoritario come di suo consueto al servo che mi seguiva, “del vino fresco per dissertare mio figlio e fa’ preparare un pasto! Subito!” Mio padre conoscendo la sordità del vecchio accompagnò l’ordine con un gesto della mano per favorire la comprensione delle sue disposizioni. Poi rivolgendosi a me, disse: “Avrai fame, figlio mio, immagino.” Accettai di buon grado l’invito a mangiare e debbo dire che la calura di quel giorno non mi aveva impedito di sentire appetito, vista l’ora, oltre che l’inevitabile arsura dovuta al viaggio e alla polvere che avevo mangiata, mio malgrado, percorrendo al galoppo la strada romana. L’idea di bere il vino fresco delle cantine di mio padre, accompagnato dalla sua cortese ospitalità, mi rinfrancò e mi fece dimenticare per un momento le ragioni di ansia che avevo provato fino a quel momento per l’improvvisa convocazione. “Fatti abbracciare, Gaio!” disse poi mentre Amulio si allontanava con passo stentato e lento per recarsi nelle cucine e disporre ordini per il mio pranzo. Era mio padre un uomo di parecchie primavere e, se anche ai miei occhi di figlio il suo aspetto non era mutato, molto (e lo sapevo bene) egli era cambiato soprattutto negli ultimi tempi. Grosso il ventre come accade agli uomini che raggiungono una certa età, la statura ne risentiva facendolo apparire più basso, ma non minuto. Le braccia e le gambe nude che apparivano da sotto la tunica avevano perso la tonicità della gioventù, e il tono muscolare appariva molle e notevolmente diminuito rispetto a un uomo di trent’anni più giovane. La testa ormai per lo più calva appariva tonda, come un uovo che fosse incorniciato sulla nuca da una corona di capelli bianchi, ma il sorriso ne rallegrava i lineamenti, facendolo apparire gioviale e gentile. Un occhio aveva perso lucidità e vigore tendendo ormai allo strabismo, aspetto triste negli anziani che appaiono così più deboli e incerti nello sguardo. Le mani che sempre mi erano parse tozze, ma muscolose e forti, avevano perso d’intensità e la presa era un poco più debole. Egli era tuttavia l’uomo che riconoscevo padre e continuavo ad amare con pietà filiale. “Padre, ora che ti vedo così allegro, mi sento più sereno: non ti nascondo di aver provato viva preoccupazione per la tua chiamata inaspettata,” dissi solenne, ma predisponendo il viso al sorriso più benevolo che potessi, poiché sapevo quale abile politico e perciò grande dissimulatore di pensieri e umori, sentimenti e intenti fosse il genitore. E infatti, non ottenni risposta alcuna, risposta che mi avrebbe almeno confermato nelle mie speranze e confortato. Invece di parlare egli mi prese per le spalle come abbracciandomi e mi invitò a entrare nella stanza dandomi con la mano una leggera pacca accompagnata da un lungo sospiro che riaccese la mia più viva preoccupazione. “Padre che succede? Perché non parli? Cosa ti angustia?” incalzai nella ferma volontà questa volta di ricevere una spiegazione. Ma egli non rispose e mi invitò, una volta entrati, a prendere posto su uno sgabello che si trovava davanti al suo tavolo di lavoro. Conoscevo molto bene quel tavolo: esso era il luogo di lavoro di un uomo che amministrava i propri beni e le attività della fattoria. Fogli sparsi e appena vergati di cifre, conti e annotazioni coprivano in disordine la superficie del mobile e impedivano di vedere perfino il colore del legno dipinto sottostante. Si sedette su una sedia dietro lo scrittoio e io mi accomodai dalla parte opposta: il tavolo era una barriera che non mi sembrava solo fisica, ma esso rappresentava qualcosa che andava oltre lo spazio e che mi allontanava da lui, a ben guardare anche nel tempo, quasi il suo tempo avesse i giorni più contati di quelli già dovuti all’età avanzata. Non osai parlare, intimidito da quell’atteggiamento scostante e dal viso cupo di un uomo che quasi stentavo a riconoscere. Fu lui infine a parlare togliendomi dall’impaccio che mi angustiava: “Gaio,” cominciò, “ti devo parlare di cosa molto grave e estremamente riservata. Ho deciso di parlartene solo perché non posso rimandare oltre e in quanto…” “Sei malato? Qualcosa è successo alla tua salute?” lo interruppi ansioso, ma egli con un gesto calmo della mano destra alzata lentamente accompagnandosi con tentennamento grave del capo mi invitò all’ascolto. Tacqui in attesa. “…in quanto,” riprese da vero oratore del Senato quale egli era, come se non l’avessi interrotto, “…in quanto le vicende luttuose che hanno colpito il Popolo Romano ultimamente devono essere fatte risalire alla mia persona.” “A te, o padre? Ma che dici?” “Ascolta e capirai!” “Ti riferisci al rogo di Roma? Oppure…” “Sì, mi riferisco al rogo dell’Urbe!” “Tu? Tu che c’entri con l’incendio?” “È una vicenda lunga e che per molti aspetti ha dell’incredibile, ma con un po’ di tempo capirai.” Parlava calmo come a contenersi da un lato quasi declamasse un lascito o le ultime volontà di fronte a un pubblico ufficiale che ne dovesse prendere nota e dall’altro emettendo ogni tanto un lungo sospiro che mi innervosiva, non ottenendo altro che di affollare la mia mente di dubbi e di domande. Mentre lo incalzavo a proseguire invitandolo a non lasciarmi in sospeso, entrò un servo con il mio pranzo. Dietro, silenzioso e accompagnato come sempre dal ticchettio della punta del bastone che colpiva delicatamente il pavimento scivolava attraverso la porta Amulio. Il servo mi pose su un tavolino il vassoio e l’anziano servitore di mio padre, come se fosse stato invitato, si mise a sedere all’estremità del tavolo opposta all’ingresso dello studio, ricevendo un silenzioso e delicato assenso con il capo da parte di mio padre. La cosa mi stupì e cioè che un uomo del seguito assistesse a un dialogo così privato fra il padrone di casa e suo figlio, quantunque si trattasse dello stesso Amulio. “Immagino ti chiederai perché Amulio sia presente al nostro incontro,” disse allora mio padre interpretando i miei pensieri. Non risposi per evitare di ferire la sensibilità di un uomo anziano che, seppur servo, amavo come un secondo padre. Devo confessare che pensai malignamente che qualunque cosa detta da me in quel frangente, se non urlata, non sarebbe mai stata sentita da Amulio e, fra me e me, ammetto di aver sorriso pur nella drammaticità apparente della situazione. Decisi quindi di non rispondere e abbozzai un sorriso divertito che il velo di cataratta sugli occhi del servo senz’altro non avrebbe permesso di cogliere. “Amulio è qui perché è parte della vicenda che ti sto per riferire.” Poi girandosi verso il servo anziano, gridò: “Vero, Amulio, che sei parte della storia?” “Coda dici?” ebbe in risposta mio padre. Non mi tenni e risi di gusto assistendo per l’ennesima volta a un dialogo che aveva sempre dell’assurdo. “DICO…” urlò mio padre sporgendosi sulla sedia e appoggiandosi a un bracciolo di essa come su un trampolino per raggiungere la sordità dell’uomo e appoggiando sotto il mento i palmi delle mani allo scopo di aumentare l’acustica come si fa con un cono di carta. “DICO CHE SEI PARTE DELLA VICENDA CHE CONOSCI E CHE DOBBIAMO RACCONTARE A GAIO!” “Ah, tì, codì!” disse avendo egli compreso solo allora e muovendo la testa, come era uso fare quando era d’accordo con il suo interlocutore, potendo vantare finalmente con orgoglioso senso di trionfo di aver sentito il messaggio. Combattuto com’ero da un lato fra l’ansia e l’angoscia che ormai non mi abbandonavano per quanto mio padre si era lasciato sfuggire e il divertimento sincero dall’altro di essere come a teatro ad assistere a quanto neanche Plauto era riuscito a ottenere rappresentando i tipi dei suoi personaggi, mi accinsi a prestare ascolto ai due attori che riprendevano a recitare la loro parte. “Allora,” riprese mio padre alzando gli occhi al soffitto e sbuffando senza neanche tanto nascondersi, “vorrei iniziare con una storia che risale a molti anni or sono e che, forse, non ti ho mai raccontato bene non avendone mai avuto modo se vuoi, oppure non avendo io giudicato la cosa di un qualche interesse da parte tua ma che ora purtroppo ci coinvolge tutti.” Quindi tacque per pensare fra sé e sé. *** “Avevo, come saprai, un fratello di nome Marco e che tu, figlio mio, non hai mai conosciuto: egli morì più di trent’anni or sono nell’ultimo anno di regno dell’Imperatore Tiberio. Marco era stato inviato da questi in terra di Giudea al tempo del Procuratore Ponzio Pilato.” “Conosco poco della storia di mio zio e ho sentito solo parlare di questo Pilato…” “Sì, purtroppo: egli, come fra poco capirai, fu deposto da Tiberio stesso ed esiliato a Lugdunum dove morì l’anno successivo quando anche Tiberio morì. Mi segui ora?” Mentre mio padre parlava, Amulio cercava di seguire il discorso e a volte muoveva la testa, e io non capivo bene se per il fatto che non capisse, oppure perché le poche parole che afferrava gli dicessero qualche cosa di significativo. “Come del resto sai, mio fratello Marco non tornò più da quella terra e una mattina di fine novembre di circa trent’anni fa, un anno avanti la morte dell’Imperatore Tiberio, ci venne comunicato da un messo di Tiberio stesso, il quale giungeva da Capri, che mio fratello era morto in quella missione e adduceva, come si fa di solito, le consuete note di merito del Legato imperiale e del servitore di Roma che era caduto nell’adempimento dei propri compiti a servizio dello Stato.” “Non era vero? Vuoi dirmi questo?” domandai. “Non ho motivo di dubitare del fatto che fosse morto nell’adempimento del proprio dovere né che mio fratello avesse avuto grandi meriti: certo la regione non è delle più sicure e, come saprai anche tu, ora il generale Tito Flavio Vespasiano di istanza laggiù non si trova in acque tranquille, e si dice che si stia preparando una rivolta da parte dei Giudei.” “Sì, mi è giunta voce.” “Bene: ciò che mi lasciò senza parole fu la fretta del messo, il quale non ottenne altro che di insospettirmi, anche se non troppo, visto che vicende di questa natura sono all’ordine del giorno per un soldato che milita nella legione ed è in missione speciale.” “E allora?” “Quello che ci lasciò tutti allibiti fu…” “Fu,” interruppe Amulio che aveva fatto di tutto per seguire il discorso fino a quel punto e che spesso sembrava più stordito di quanto in realtà non fosse, “fu che il corpo non fu più ritrovato, coda che metta codì ci intospettì molto e ci fece tentire più dolore perché non ci fu permetto di dare degna tepoltura al corpo e di fare le tante libagioni agli dèi dei morti!” “Capisco,” mentii in quanto a dire la verità non avevo capito granché non tanto della vicenda, ma del perché venissi informato di quegli avvenimenti solo allora dopo appunto trent’anni dai fatti! Quindi, dissi: “Continua, padre.” “Appunto il corpo non fu trovato e ci venne detto che egli era stato ucciso in un agguato e che nessuno ne sapeva più nulla. Tuttavia…” “Tuttavia?” “Dopo un paio d’anni da quell’incontro ne seguì un altro di ben diversa natura,” proseguì mio padre. “Tì, proprio diverta!” confermò Amulio. “E codì in questo cado c’entro anche io!” “Tu?” mi stupii. “Tì, io pertonalmente! Adesso tono un po’ balordo, ma all’epoca ci tentivo molto meglio! E capii tutto! Anche se nella vita, figlio, spesso è meglio non capire proprio tutto!” A questo punto debbo confessare che risi perché sentire Amulio parlare in quel modo di un fatto drammatico aveva del tragicomico. “Cioè coda?” chiesi, dunque, facendo al servo il verso e trattenendo le risa a fatica. “Ti presentò alla nostra casa un uomo avanti con gli anni, il quale faceva parte di una legatione di Giudei che era venuta per parlare con l’imperatore Caligola, da parte di un loro filosofo: un uomo di Alessandria in Egitto di nome Filone. Egli, come ci raccontò, aveva partecipato perché era giudeo, ma anche perché aveva una committione da fare da parte di Gaio Pidone tuo tio!” “Mio cosa?” non potei far altro che chiedere, rimanendo sospeso come un tonto insieme al boccone che stavo portando alla bocca. “TIO…! Ho detto TIO!” “Zio!” disse mio padre sospirando e interrompendo quel ingarbugliato discorso di Amulio. “Tì, di Marco Calpurnio Pidone, intomma,” riprese il servo. “E chi era e cosa voleva costui?” domandai. “Ti chiamava Taccheo!” “Zaccheo!” fu corretto con sufficienza da mio padre il quale cercò di recuperare la conversazione: “Sì, giunse quest’uomo, di statura infima, piccolo e gracile, anche nella voce: squittiva come un topo. Si presentò alla nostra porta e trovò fortunatamente Amulio ad accoglierlo, altrimenti sarebbero stati guai ulteriori.” “Quindi, quanto voleva qui nella nostra casa avrebbe costituito un problema?” obiettai temendo di avere ragione. “Beh, non lo so: non sono mai stato in grado di capirlo fino ad oggi ed è per questo che ti ho convocato.” “Ma cosa voleva questo Giudeo?” Ero veramente impaziente: non capivo assolutamente più nulla e la confusione a furia di interruzioni regnava sovrana. “Mi portò un manoscritto,” disse finalmente mio padre. “Un manoscritto il cui autore era proprio mio fratello Marco. E il manoscritto,” aggiunse poi con un gesto solenne e quasi timoroso, “è quello laggiù!”
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