II
Lamont alzò il capo quando la snella figura si avvicinò al tavolo del tè dove lui era seduto accanto alla padrona di casa. Era di sicuro qualche altra scervellata. Non l'aveva vista bene prima, aveva solo notato che sul sofà c'era una ragazza, niente altro.
No, non era una delle solite bambole, non aveva quell'aria sfacciata e puerile da esperta esibita dalle altre. Poi era vestita in maniera dignitosa, la gonna le arrivava al ginocchio.
E non era neanche truccata: solo una velatura di cipria, e le sue labbra non conoscevano la matita rossa. David Lamont era di manica larga: non aveva da ridire sulle labbra ritoccate ad arte, sul belletto, sul nero che cerchia gli occhi, quando tutti quegli artifici potevano essere usati come un tipo di restauro. Per lui una ragazza doveva presentarsi com'era, e quella che era ora davanti a lui non aveva bisogno di trucco.
Sì, chiunque fosse, era proprio una creatura incantevole, pensò subito, e non provò ritrosia durante l'inevitabile presentazione.
Ma Laline era contrariata, non analizzò l'impressione che provava, che era quella di avere forse incontrato qualcuno interessante, qualcuno che scatenasse in lei qualche vibrazione.
Il nuovo arrivato le aveva messo addosso una certa agitazione, ma la sua tattica con gli uomini era di mostrarsi indifferente, cosa del resto che non le era molto difficile perché non aveva mai provato nulla per un maschio. Ora, anche sentendo di non essere indifferente, voleva comportarsi come sempre. Il caso insolito la rendeva solo più nervosa, e così scambiò con Lamont solo poche parole di convenienza, alle quali lui rispose con lo stesso tono, anche se la osservava con attenzione.
I suoi occhi neri sapevano scrutare le persone e subito si accorse che lei era nervosa, e non stupida, per cui cercò di capire da che cosa potesse dipendere quel suo stato d'animo alterato.
Qualcuno parlò della traversata dell'Atlantico, e Laline si rivolse a lui.
— Mercoledì prossimo, — gli disse — m'imbarco sull'Olympic per la mia prima visita in Europa. E una cosa che mi eccita tantissimo!... —
Avrebbero fatto quella traversata insieme.
Ma lui non le disse assolutamente nulla.
— Andrete a Parigi, naturalmente.
— Sì, ma perché naturalmente?
— Ogni buon americano, e più ancora ogni bella americana, va a Parigi nel fiore degli anni... non quando ormai è vecchio e decrepito. Parigi è la Mecca per la moda. —
Laline fece il muso: c'era qualche cosa di sprezzante... o per almeno di beffardo nel tono di lui.
— Io voglio vedere le gallerie.
— Ma davvero?
— E perché no? —
Sorrise: capiva che si infastidiva.
— Scommetto quanto volete che in mezz'ora avrete visto il Louvre, che passerete un pomeriggio in gruppo a Versailles, senza avvicinarvi nemmeno al Palazzo, e che il tempo che vi rimarrà lo spenderete alle corse, o alle partite di polo, o a provare i vestiti nelle sartorie... poi passerete le notti a ballare Montmartre. —
Gli occhi di Laline fiammeggiarono tra le morbide ciglia.
— Se si fa così a Parigi bisognerà che anch'io lo faccia... non vorrò mica rimanere indietro! E voi lo spendete così il tempo a Parigi?
— Secondo con chi sono. —
Girò lo sguardo su tutti quei bei visi insipidi che gli stavano intorno, e rise piano piano, come tra sé e sé.
Laline non si era sentita mai sentita così offesa in vita sua. Lui non aveva detto nulla d'impertinente, ma era il tono disinvolto e canzonatorio con cui aveva parlato, senza dire della confidenza che si era preso. Ecco il primo uomo che non rimaneva abbagliato da lei, e che la metteva in mezzo a tutte le altre ragazze, confondendola con il genere delle più insulse.
— Prendete una sigaretta, — suggerì lei per nascondere la sua rabbia, e aprì il portasigarette, che si accompagnava alla scatola delle vanità, di lapislazzuli, con le iniziali di brillanti.
— Non fumo quasi mai, — rispose lui. — Un sigaro di tanto in tanto.
— Non approvate chi fuma? —
Invece di rispondere lui domandò :
— Come mai fumate? —
Laline non ne poteva più: e poi, cosa ne sapeva lei del motivo perché lo faceva?
— Si prova un certo benessere a fumare. Io non riesco a fare nulla se non ho la sigaretta — rispose tanto per dire.
— Povera la mia schiava! —
Laline sentiva crescere la sua irritazione.
— Non sono per niente una schiava! Non ne fumo più di dieci al giorno.
— Ma se l'avete ammesso dicendo che non potete far nulla se non avete la sigaretta... È lei la padrona, non Laline!
— Potrei smettere domani se volessi.
— Allora io lo farei: così imparereste a sapere che cosa vuol dire dominare. —
Questa poi passava tutti i limiti. Imparare che cosa vuol dire dominare? Ma se aveva sempre dominato su tutti da quando era nata!
Lo disse anche a lui, ma vide un risolino nei suoi occhi, e quel risolino fece accrescere la sua irritazione.
— C'è però una persona che sono sicuro non siete mai riuscita di soggiogare... —
Non guardava la ragazza mentre lo diceva, ma, astrattamente, la splendida piuma d'uccello del paradiso sul cappello della zia. Lei seguì il suo sguardo e sorrise.
— La zia? Questa è bella! Con lei posso fare proprio tutto quello che mi va. —
Allora David si girò, e i suoi occhi neri parvero afferrare ciò che vedevano al di là della testa dorata di lei.
— La zia? Ah, quella signora con l'uccello del paradiso ! No, no, non pensavo a lei.
— E allora che cosa volevate dire? — fece Laline con un'aria di sfida.
— Dato che me lo domandate... parlavo di voi stessa. —
Laline scattò:
— Mi pare che siate stato un po' duro.
— Mi spiace ma ve la siete cercata. —
Poi si rivolse di nuovo alla signora Longton, e a Laline sembrò di essere sul punto di piangere. Non aveva mai odiato nessuno così.
Lamont si era alzato per andarsene, aveva capito che sarebbe ritornato subito a New York: probabilmente non l'avrebbe mai più rivisto... Era una fortuna... Forse...
— Saremo al Ritz-Carlton fino al momento d'imbarcarci; se volete essere ancora più duro con me potete venire o telefonarmi, e... —
Lui sorrise e nei suoi occhi passò qualche cosa di allegro. Non disse se sarebbe andato o no.
La signora Greening aveva parlato con lui prima che Laline entrasse nella stanza, e ora lo salutava con molto calore.
— Quel ragazzo mi ha fatto un effetto straordinario, Laline, — disse sull'automobile che le riaccompagnava a casa. — E a te?
— No, a me no! — borbottò la nipote. — Mi pare che sia un tipo troppo rude. —
Lamont arrivò presto allo scalo, il mercoledì dopo, e s'imbarcò sull'Olympic prima che cominciasse la coda. Stava fumando placidamente un sigaro sul secondo ponte dove nessuno lo aveva osservato, quando, col perfetto arredo di due ricche americane che partivano per l'Europa, Laline e la zia, accompagnate da Jack Lumley, attraversarono il pontile.
«Ma, guarda, rimorchiano l'amico Jack!» pensò David nel vederle. «Secondo me quella ragazza si diverte un po' con tutti» e si meravigliò che quel pensiero lo irritasse.
Laline si era sentita prendere sempre più dalla noia via via che passavano i giorni al Ritz-Carlton e Lamont non si faceva vedere. Non era arrivato? Era molto occupato? Non era voluto venire? Era un pensiero troppo increscioso, lei lo accantonò subito: non era mai accaduto che un uomo non avesse voluto venire a trovarla.
David si tenne in disparte in tutto quel primo pomeriggio, e stava pranzando in un angolo della sala quando, era già tardi, entrò la comitiva Greening. Laline lo vide subito con la coda dell'occhio: né Jack né la zia si erano accorti che c'era.
Lui sapeva di certo che avrebbe fatto la traversata con loro, e tuttavia a Washington non l'aveva detto a nessuno. Ci voleva poco a capire che ora lei cercava di sfuggirli. Le sue guance bruciavano di rabbia.
Dal posto dov'era seduta (gli altri erano di spalle) poteva vederlo di profilo senza che lui se ne accorgesse: un gran bel profilo, niente da dire, e cera in lui anche qualche cosa di molto distinto. Niente dell'aspetto di tutti quei ragazzini che le giravano attorno, con cui lei ballava, che facevano pensare al sonno arretrato o a troppi cocktail. La sua pelle olivastra era un po' abbronzata, ma aveva la freschezza della salute: non era magro, era semplicemente perfetto. Ma a che cosa poteva pensare così profondamente da non voltarsi mai né guardarsi intorno? E che cosa mangiava? Pollo e insalata. Che cosa beveva? Mezzo litro di champagne. Di certo avrebbe finito di mangiare molto prima di loro. Ma perché la zia ci aveva messo così tanto tempo a vestirsi?
— Cara Laline, non hai capito una parola di quanto ho detto, — brontolò la signora Greening.
— Ma sì zia... uffa... ho capito... pensavo solo ad altro. —
Anche Jack Lumley s'era meravigliato del suo silenzio, benché fosse abituato al suo umore e sapeva che era meglio non farci troppo caso. Accidenti, Lamont si alzava già da tavola e loro non erano nemmeno al gelato. Aveva preso quella porta per... forse per andare sulla veranda a bere un caffè? L'avrebbe bevuto lì, e anche loro, fra poco. Era meglio che parlasse, tanto non c'era molto da aspettare.
— A proposito, Jack, volevo sempre domandarti chi era la persona con cui ti ho visto parlare mentre ero alla finestra di casa Longton, che poi entrò in casa, mi pare si chiamasse maggiore Lamont.
— Ah, il mio amico David? L'hai conosciuto? Siamo intimi amici... per un po' di tempo abbiamo combattuto insieme. Prima non era soldato... è uno dei più bravi ragazzi che io abbia mai incontrato. L'ho cercato a New York, era sempre occupatissimo. Doveva partire anche lui per la traversata ma se non sbaglio non è partito, a bordo non l'ho visto. — Laline fece fatica a trattenersi: «Sì, è sulla veranda». Abbozzò un sorriso e poi cambiò discorso. Ma perché alla frutta la zia non la smetteva più di mangiare fragole? Era un quarto d'ora che Lamont aveva finito di mangiare, era una cosa ridicola metterci così tanto a mangiare. Finalmente si mossero, ma quando arrivarono sulla veranda David non c'era già più: era uscito dall'altra porta. Laline provò una bizzarra sensazione di rabbia, e subito, con una scusa, portò i suoi compagni in giro per tutte le sale... Ma quella sera Lamont non si fece vedere.