– La controperizia di cui a pagina trecentosedici…
Meglio non correre rischi. Meglio non farsi cogliere impreparati.
Meglio fotocopiare tutto in ordine di numero.
– Maresciallo, pensavo che, forse, anche l’ordine numerico può essere utile.
Centofanti abbozzò un sorriso.
Anche il gelato passava in cavalleria. Considerato che i faldoni erano trenta, e che in ognuno di essi erano contenuti tre, quattrocento fogli, si può comprendere in quale attività il valido maresciallo sarebbe stato impegnato tutto il giorno: la difficile arte di eseguire fotocopie.
Deglutì e tornò al suo angolo.
Appoggiò i faldoni da fotocopiare sopra il tavolino basso sbilenco, privo di una gamba e tenuto in piedi alla bell’e meglio da un sistema di contrappesi. Essendo la cassettiera collocata in posizione opposta alla gamba mancante, il tavolino restava in piedi. Ma doveva prestare attenzione a non sbilanciare il peso, perché anche un piccolo mutamento avrebbe potuto essere fatale.
Infatti ogni volta che levava un po’ di fogli dalla cassettiera per rifornire la fotocopiatrice, levando così sostanza al contrappeso e, soprattutto, ogni volta che aggiungeva un nuovo foglio, quello appena fotocopiato, alla pila posta sopra il tavolino, alterando così il rapporto di forza e contro forza, poteva accadere che l’equilibrio andasse a farsi benedire e il tavolino prima si inclinasse su un lato e poi si ribaltasse. Così, tolto il foglio appena duplicato dall’alloggiamento in plastica del macchinario, si divertiva a farlo planare con delicatezza, mollandolo dalla pinza di indice e pollice con cui lo aveva afferrato e guardandolo volteggiare mentre si posava sugli altri.
Sospirò prima di ricominciare. L’ossigeno portò al cervello nuovi ricordi.
…se non che, un giorno, appena terminata la maturità, lui, Luigi, si mise in testa che avrebbe dovuto mantenersi da solo e si determinò a cercare lavoro. Era luglio e centinaia di lavoretti attendevano persone di buona volontà per essere svolti: consegnare le bibite sulle spiagge, ad esempio, oppure i bomboloni caldi e, perché no?, i gelati.
Fu assunto a giornata.
La sabbia infuocata levigava i suoi piedi, costringendolo, quando poteva, a percorrere la striscia fresca e umida sul bagnasciuga, ma ora una voce lo chiamava a ridosso di un ombrellone, ora un’altra lo spingeva a condursi verso il muraglione infuocato che delimitava l’arenile, ora bambini capricciosi gli giravano attorno rischiando di farlo inciampare. Quand’ecco che, zigzagando tra gli asciugamani e i teli da sole, il suo sguardo fu rapito dal bagliore bianco lucente di uno scafo che conosceva bene: la barca dei De Finzi.
Ricordava quel nome, Agata, che spiccava nero sulla fiancata e quella vela maestosa sull’albero maestro. Il signorino Amedeo, nella sua magnificenza, lo aveva reso degno di salirci sopra alla fine delle elementari, invitandolo a una mini crociera. Era stato soltanto perché altri suoi compagni di giochi per quell’estate avevano scelto mete diverse. Il figlio dell’ingegner Saviani era andato alle Lipari, Ugo, il prediletto della famiglia Notari, si era recato in Sardegna e Amedeo, trovandosi da solo a Bergeggi, in luglio, aveva chiesto a suo padre, chiesto con un pianto perentorio e la minaccia di saltare i pasti, di andare a recuperare Luigi a Mallare, per ospitarlo un paio di giorni. Ma questo Luigi non lo sapeva.
Quando il conte De Finzi in persona si presentò alla porta di suo padre Celso, si trovò di fronte un grugno che era peggio di un portale in legno, serrato, una mascella scolpita digrignata di chi non accetta che la sua povertà, la povertà di chi produce la ricchezza di gente come quella che aveva di fronte, potesse essere ulteriormente umiliata, con la richiesta assurda di cedere in prestito il suo figliolo per fare compagnia all’altrui rampollo.
Nemmeno la promessa di danaro lo smosse, nemmeno la lusinga di una ricompensa lavorativa (il mio autista sta per andare in pensione e lei potrebbe sostituirlo). Soltanto la carezza sulla nuca di sua madre Rosina poté compiere il miracolo. Sua madre che vedendo i lucciconi sgorgare dalle palpebre di Luigi per l’occasione perduta (quando mai gli sarebbe ricapitato di poter passare un intero fine settimana su una barca a vela) lo strinse al suo fianco e gli asciugò le lacrime. Poi, senza guardare suo padre, ma con lo sguardo lontano, perduto nel vuoto, in un vuoto che solo le mamme sanno dove si trovi e forse per questo è veramente distante, disse al marito, senza rancore, né rimprovero, semplicemente con la voce roca di chi non rinfaccia ma constata, “che almeno lui abbia le gioie che noi non abbiamo mai avuto”, abbottonando sul collo la maglietta del figlio e sistemandogli i capelli. Li pettinò nel modo più dolce che esista, spostando qua e là le ciocche con le dita, con un tocco leggero (che ancora adesso, pensandoci, gli vien da credere che forse c’era un po’ di magia in quei polpastrelli e ora – ma sono passati così tanti anni che nemmeno può dirglielo alla sua mamma, e quando avrebbe potuto farlo qualcosa lo aveva sempre trattenuto – ora ne è certo: quella magia aveva un nome soltanto e si chiamava tenerezza) quindi, così risistemato, lo allontanò con un buffetto sulla guancia e una pacchetta nel sedere come a dirgli “vai”, e lui era corso nella sua stanza a prendere il costume e l’asciugamano (la maschera e le pinne gliele avrebbe prestate Amedeo), sentendo soltanto, mentre saliva la scala in pietra, l’eco della voce di suo padre che borbottava “sempre vinte gliele dai a tuo figlio” e lei che lentamente si adoperava a stendere il bucato.
Un’altra risma di carta era finita. Centofanti tirò su col naso, cercando di far rientrare la commozione da dove stava uscendo, ossia dalle narici, perché è quello il punto in cui si condensa, trasformandosi da stato emotivo a cosa liquida, appiccicaticcia come carta moschicida in cui restano impigliati i ricordi.
… così, quando riconobbe il nome della barca, “Agata”, e ormai erano passati otto anni dall’ultima volta in cui aveva visto Amedeo, che adesso, come lui, doveva essere un giovanotto, si fermò sulla riva del mare, con l’espositore dei bomboloni sospeso a mezz’aria e lo sguardo immobile su quella plancia, concentrato a scorgere le sembianze dell’amico.
Restò in quella posizione diversi minuti, sino a che lo schizzo gelido dell’acqua gli percorse la schiena cotta dal sole. Un bambino, colpendo un pallone, aveva alzato una parabola d’acqua bagnandogli tutti i krapfen.
Luigi sollevò il telo di lino che li copriva per constatarne lo stato.
Fradici. Tutti da buttare.
Un’intera giornata di lavoro persa. Avrebbe dovuto rimborsarli. Si tolse la tracolla dalle spalle e lasciò cadere il vassoio sulla sabbia.
Guardò ancora verso la barca. Un ragazzo magro, ossuto, con i capelli biondicci, stava appoggiato all’albero fumando una sigaretta.
Strinse gli occhi contraendoli in una sottile fessura per cercare di focalizzarlo al meglio.
Ma sì, non poteva essere che lui!
– Amedeo – gridò.
Quello non si voltò.
Allora si tuffò in acqua. Persa per persa la giornata, tanto valeva farsi un bagno.
Con ampie vigorose bracciate raggiunse l’imbarcazione. Gli ultimi metri li percorse sott’acqua. Era sua intenzione sbucare fuori all’improvviso, a ridosso dello scafo e cogliere di sorpresa il suo amico.
Così fece. In un sussulto di ingenua emozione.
Quando adocchiò la sagoma della prua, riemerse con uno sbuffo d’acqua dalla bocca.
– Ciao, Amedeo – disse – ti ricordi di me?
Il ragazzo lo squadrò con sdegno e un volto imperturbabile.
Aspirò una lunga boccata di fumo poi gettò la sigaretta ancora a metà in acqua.
– No.
– Sono Luigi. Luigi Centofanti.
Amedeo non mutò espressione. Non si ricordava di lui oppure non gli importava nulla vederlo.
– Luigi – ribadì Centofanti – siamo cresciuti insieme. D’estate, per lo meno – si affrettò ad aggiungere.
– Ah, sì – si limitò a rispondere Amedeo.
Non aggiunse altro, infastidito. Non gli chiese come stai, né sì mostrò cordiale.
Possibile? Possibile che fosse così freddo, come se avesse cancellato completamente dalla memoria quei cinque anni della loro infanzia estiva? Non lo invitò nemmeno a salire sulla barca.
– Ciao – lo salutò allontanandosi. E sparì sotto coperta.
Luigi rimase a galleggiare.
Come uno stronzo.
Erano le nove di sera. Centofanti riemerse dai ricordi e si allontanò dalla fotocopiatrice per respirare un po’ d’aria non viziata. L’aria fresca era un’altra cosa. Provò a sporgersi dalla finestra di anodizzato ma il caldo afoso di agosto, a quell’ora, era diventato insopportabile. Allora andò in bagno a rinfrescarsi il viso. Di lì a poco sarebbero esplosi in cielo i fuochi d’artificio. E lui voleva andarsene prima. Il lavoro era quasi terminato.
C’era un motivo per cui Centofanti detestava i fuochi d’artificio. Gli pareva, ne era convinto, che simboleggiassero il trionfo dell’apparenza, la vacuità finalizzata soltanto a impressionare. Come certi tromboni (tanti) che aveva conosciuto nella vita. Diciamo che il suo lavoro certo non lo aiutava a tenersi lontano da persone di dubbia moralità e senza scrupoli. Elencarli tutti sarebbe stato impossibile, eppure alcuni gli tornavano in mente. Tempo prima aveva conosciuto un agente immobiliare… o meglio un truffatore che millantava agganci nel settore edile. Si chiamava Garneca, Annibale Garneca. Viaggiava in Mercedes ed era sempre vestito in modo impeccabile. Vendeva case in Romania. Riportando testualmente le sue parole, “proponeva investimenti vantaggiosissimi all’estero”. La vendita avveniva sempre “sulla carta”, ossia prima che l’immobile venisse costruito. “Questo” asseriva Garneca “permetteva all’investitore (lo chiamava proprio così, non truffato o allocco, ma investitore e c’è da dire che il poveraccio abbindolato si sentiva altamente compiaciuto di tale investitura) di risparmiare sino al 40%”. Mica poco, sino al 40%.
Botti, luci, lampi di colore. Basta nulla a frodare. È sufficiente noleggiare una Mercedes, comperare un abito buono, condire con giuste parole il vuoto ed è fatta. Proprio come accade nei fuochi d’artificio. Colori, fontane luminose, e il nulla si trasforma in festa.
Ci vuole proprio poco a ingannare la gente.
A volte si sorprendeva a pensare che sbirri e carabinieri devono possedere una dose innata di lealtà. Con tutto quello che sono costretti a vedere durante l’arco lavorativo, con tutto quello che, volenti o nolenti, imparano… sono come apprendisti stregoni di fronte a maghi provetti, passando il tempo accanto a quei maestri finiscono in tal modo per carpirne i trucchi. Solo la congenita onestà impedisce loro di replicarli.
Anni addietro aveva conosciuto uno strano venditore d’auto. Non possedeva né un autosalone né veicoli in esposizione. Aveva semplicemente affittato uno spazio espositivo all’interno di un centro commerciale. Si era installato lì con un banchetto e grossi album di foto. Auto da sogno scontate del 50%. Questo era il suo slogan. La gente si avvicinava, guardava le foto, s’informava. Il provetto venditore asseriva che le auto fotografate erano tutte provenienti da leasing non pagati. Auto di pochi mesi di vita che lui, grazie al suo giro, riusciva ad acquistare all’asta. Piaceva quella BMW? Bastava versare un anticipo e in poche settimane l’affare era concluso. Il saldo al momento del passaggio di proprietà. Piaceva quella Ferrari da novantamila euro? Quella? Proprio quella? Un affarone. Trentamila euro anticipati in contanti ed era fatta.
Ci sarebbe da domandarsi: ma chi vuoi che ci caschi? Possibile? Nessuno così astuto da pensare che quelle mostrate in foto potevano essere auto fotografate ovunque, in mezzo alla strada, tanto più che non si leggeva la targa. Chi vuoi che sia così sciocco o sprovveduto da versare trentamila euro a uno sconosciuto solo perché ti ha mostrato una foto?
La conclusione? Fu necessario per la Procura pagare l’intera pagina di un quotidiano per avvertire tutte le persone offese, ossia i truffati, della data dell’udienza a carico del truffatore.
Chissà che fine aveva fatto Amedeo?
Ritornò alla fotocopiatrice. Inserì un’altra risma di carta nel cassetto. Prelevò uno dei tanti sottofascicoli dal faldone, levò le graffette e riaprì il coperchio.
Alle ventidue, all’ultimo rintocco della campana, fu soddisfatto nel considerare che ormai, qualunque criterio di formazione di quei sottofascicoli poteva considerarsi esaurito. Per quanto fantasioso, Toccalossi non avrebbe potuto escogitarne nessun altro. Saltata la cena a casa dell’amica già si gustava la focaccia al formaggio che, per compensare i sacrifici della giornata, avrebbe consumato insieme al suo amico giornalista Barto. Eh sì, perché quell’anno, per sfuggire alla tradizione, aveva deciso di frapporre almeno un centinaio di chilometri tra lui e Savona. Si sarebbe fiondato sino a Recco per un impegno imperdibile: una sfida di pallanuoto. A mezzanotte. Un classico a cui non poteva sottrarsi.
Doveva ancora percorrere in auto il tragitto Savona-Recco. Fermarsi oltre significava fare tardi.
Collocò a posto l’ultimo incartamento e pensò alla borsa con l’accappatoio e il costume che lo attendeva nel bagagliaio dell’auto.
Prese il pacco delle fotocopie e lo portò nell’ufficio di Toccalossi.
– A quanto pare abbiamo terminato, Procuratore! – esclamò.