Toccalossi non rispose. Un punto imprecisato del pavimento era l’obiettivo del suo sguardo. Forse stava mettendo a fuoco un moscerino, o una mosca posatasi sul marmo…
Quel suo silenzio non lasciava presagire nulla di buono. Non stava mica pensando a un nuovo criterio di classificazione dei sotto-fascicoli?
Meglio distrarlo.
Mancava poco all’ora fatidica. A partire dalle ventitré, migliaia di persone si sarebbero ammassate sulle spiagge, nelle strade e, soprattutto, sulla roccaforte del Priamar, la fortezza cittadina, per assistere allo spettacolo più triste e paesano che mente umana abbia mai concepito e che l’amministrazione comunale da anni non faceva mancare mai ai suoi cittadini: lo spettacolo osceno dei fuochi artificiali. Cani, gatti, uccellini, terrorizzati da quelle esplosioni improvvise, si sarebbero dileguati scappando senza una meta, smarrendosi o rimanendo uccisi nella fuga, assaliti dalla paura, schiacciati dalle ruote di qualche auto. Ma tant’è! Ogni ferragosto la gente si ammassava sul Priamar per godersi quello scempio di soldi e di polvere da sparo lanciata in aria per festeggiare chissà cosa. Doveva fuggire prima.
Centofanti si sorprese a pensare alla storica rivalità tra Genova e Savona, alla conquista di Savona da parte dei genovesi, alla prigionia all’interno di quella fortezza, il Priamar, appositamente costruita. Quel monumento adesso, a distanza di secoli, era il bello della città. Un regalo di non poco conto. Ma questa rivalità era nulla in confronto alla competitività sportiva che si era creata tra altre due cittadine: Savona e Recco. Da anni la Rari Nantes, squadra di pallanuoto savonese, contendeva il campo alla più blasonata Recco, nelle cui file aveva militato nientepopodimeno che il mitico Eraldo Pizzo, il Caimano. Quella partita di pallanuoto a cui avrebbe partecipato era quindi molto più di una semplice competizione sportiva: era una sfida, una prova di supremazia, un duello d’altri tempi, una tenzone atavica all’ultimo sangue. Il fatto che fosse un’amichevole tra vecchie glorie era un dettaglio assolutamente insignificante.
… sul marmo. Il cono di luce formato dagli occhi di Toccalossi si allargò. Ora non fissava più un punto indefinito del pavimento. Si sollevò. Si ampliò. Diventò un cerchio giallo sospeso a mezz’aria. Inesorabile.
– E se sistemassimo i sottofascicoli anche in ordine d’importanza?
Ora non v’è dubbio che per assurgere al grado di Procuratore della Repubblica siano necessarie doti fuori dal comune, qualità morali e professionali di carattere eccezionale, e tra queste trova indubbiamente spazio anche la fantasia: come potrebbe un magistrato elaborare spunti investigativi, intuire disegni criminali, predisporre azioni d’intervento se non fosse dotato anche di genialità e inventiva? Ma Toccalossi possedeva una virtù rara: l’imprevedibilità.
Centofanti guardò l’ora sull’orologio a parete: le ventidue e cinque.
Mezz’ora, non di più – bisbigliò pensando all’impegno che lo aspettava. Pensiero a cui aggiunse una piccola postilla: – Porca sozza!
– Come ha detto?
– Dicevo che non c’è più carta per le fotocopie – improvvisò Centofanti vedendo la lucina accesa nella macchina.
Era ferragosto, era sera, non aveva pranzato, il contatore indicava millecinquecento fotocopie effettuate, il display della carta nel cassetto lampeggiava scarico e quello dei suoi coglioni, nella testa, stava facendo altrettanto.
– Provi a guardare nel cassetto.
– Già fatto!
– Guardi se trova un po’ di carta negli altri uffici.
– Sono chiusi.
– Dovrei averne una risma, nel cassetto della mia scrivania.
Centofanti si avvicinò per rovistare nei cassetti.
– Posso?
– Certo.
Nulla nel primo. Soltanto qualche chiave, la pinzatrice, i punti della pinzatrice, lo scotch e dei cioccolatini.
Nulla nel secondo: delle agende, un altro mazzo di chiavi, delle buste e dei fazzoletti di carta.
Stava già per cantare vittoria quando aprì il terzo cassetto.
Al suo interno, sotto una pila di cartacce, dentro un porta documenti trasparente, trovò una foto: una foto che non poté fare a meno di prendere tra le mani.
Era una foto che ritraeva Toccalossi giovane. Un Toccalossi mai visto prima: i pantaloni a zampa di elefante, la camicia con il bavero lungo, aperta sul torace, un crocifisso d’oro sul petto, i lunghi capelli nerissimi e l’immancabile barba sul viso. Se non fosse stato per la barba sarebbe sembrato John Travolta ne La febbre del sabato sera. Ma anche con la barba la somiglianza era incredibile.
Alla foto era attaccata con un fermaglio una lettera:
“Per il mio compleanno voglio farmi e farti un regalo, oggi io mi libero di te.
Non ti ho mai chiesto niente e non ho mai voluto niente, neanche il tuo tanto dichiarato amore, che poi amore non è, è la sorgente del tuo rancore per me, un torto inaccettabile, il mio rifiuto per il tuo ego senza confini. Penso che un bel bagno di umiltà farebbe di te una persona migliore, sicuramente più amabile, ma tu non vuoi essere amato, vuoi solo essere ammirato…”.
La lettera proseguiva ma Centofanti smise immediatamente di leggere. Non era corretto. Anzi, era proprio irrispettoso. Eppure quel fatto lo incuriosiva, quella lettera soprattutto. E, dentro quella che doveva essere stata in origine la busta della lettera, altre foto. Dal peso, una decina almeno. Forse di più.
Decise di attirare l’attenzione del suo capo.
Toccalossi e Centofanti passavano praticamente le giornate braccio a braccio. O meglio, le notti. Perché il loro lavoro si prolungava sino a tardi, quando gli uffici chiudevano e tutti gli impiegati erano andati via da un pezzo.
Benché lavorassero assieme neppure da un anno, si era creata una sorta di complicità, un’affinità che oltrepassava i ruoli e le gerarchie. Tra loro era nata una profonda e sincera amicizia, basata sulla lealtà, sul rispetto reciproco e sulla fiducia. Per cui Centofanti non fu affatto incerto quando, con un tono leggermente canzonatorio, chiese:
– Ma lei recitava, Procuratore?
…Il cerchio di luce si estende, diventa chiarore, alba di un rinato interesse.
– Diceva, scusi?
– Parlavo di questa, Procuratore.
E gli allungò la foto.
Il Procuratore la guardò stupito.
– Dove l’ha trovata?
– Nel terzo cassetto.
– Dove, per esattezza?
– Sotto una pila di fogli.
– Ecco dov’era finita! Pensavo di averla persa. Grazie, maresciallo.
E troncò il discorso.
Come “grazie maresciallo”? Tutto lì? Nessun altro commento? L’atteggiamento di Toccalossi destò così tanta curiosità nel maresciallo Centofanti che quest’ultimo si scordò persino dell’impegno preso con il suo amico Barto a Recco.
Era tutto quello che aveva da dire? Quando era stata scattata quella foto? E chi aveva scritto quella lettera? Possibile che non volesse sbottonarsi?
Riaffiorò in lui l’animo dell’investigatore. Un fatto del genere meritava almeno un po’ d’indagine.
– La rimetto a posto?
– No, faccio io, dopo.
Di nuovo sulle carte.
La pesantezza del silenzio.
Un metro, neanche, tra loro. Eppure era come se ci fosse un muro. Un muro di cose non dette. Centofanti riprese il plico tra le mani. Lo rigirò un po’. Sbirciò nella busta. Altre foto, scattate di notte, nei vicoli. Ma dove? Quando? Riguardò la foto di Toccalossi giovane. Sorrise. Tra sé. Quel muro andava scalfito. A poco a poco. Con il piccone delle domande.
– Bella come foto. Di che anno è?
– Uhm?
– La foto, dicevo. Bella.
– Già!
Dialogo tra sordi. Peggio, tra inquirenti.
Nessuno dei due è così sprovveduto da cadere nel tranello teso dall’altro.
O meglio: entrambi sufficientemente scaltri da tentare di portare l’interlocutore sull’argomento prescelto.
In savonese si dice “portarlo nel proprio carruggio”.
– Di che anno è?
– Cosa?
– La foto, Procuratore.
– 1977.
Sfidanti che si studiano.
Chi azzecca questa mossa ha vinto.
Centofanti inizia a fischiettare. La curiosità lo sta divorando.
Toccalossi continua a leggere impassibile.
Poi l’azzardo. Centofanti parte con il gancio sinistro.
– Comunque carta nei cassetti non ce n’è più.
Ma è una zampata sbagliata, un colpo a vuoto. Mancato! Clamorosamente.
Toccalossi non replica. Attende ancora.
È un fuoriclasse. Viso immerso nella lettura.
– Sa cosa pensavo, Procuratore?
Eccola la domanda trabocchetto, il classico quesito ambiguo a risposta multipla, tipico degli investigatori. Centofanti si attende una contro-domanda, del tipo: riguardo alla foto o al fascicolo?
Nessuna risposta. Solo attaccaticcia indifferenza.
– Anche se non ci vado, a Recco, non sarà la morte di nessuno. E poi mi è venuta in mente una cosa.
TREMENDA.
Anche a Recco, stasera, ci sono i fuochi d’artificio.
Ta Ta!
Stretto all’angolo. Si è messo alle corde da solo.
Poverino. Un rigurgito di pietà per il povero collaboratore dilettante.
– Anzi, guardi qua. Sa che faccio? – continua il maresciallo – Prendo nell’armadio blindato le chiavi dell’archivio. Là la carta c’è sicuramente. Così andiamo avanti con il lavoro.
Sorriso ampio, da Procuratore clemente.
O da campione. Ma un campione non vuole stravincere.
– Se resta, le racconto la storia di quella foto.
Decisero di frapporre una pausa al lavoro che stavano terminando. Si accomodarono, uno accanto all’altro sul divano di fronte alla vetrata. La notte alle loro spalle sembrava il cielo di un presepe appiccicato al muro. Loro statuine immobili, con la magia della voce. Bambole parlanti.
Toccalossi rigirò per un po’ la foto tra le mani come a riordinare i pensieri.
Erano passati ventisette anni! Ventisette anni in cui era successo di tutto: la sua carriera, il matrimonio, i figli e poi la noia, il male più incurabile, quello per il quale non ci sono rimedi. O forse ce n’è uno solo, rischiosissimo. Perché la noia ti uccide lentamente, cambia con la rapidità di un virus: diventa nausea, fastidio, disagio esistenziale e poi depressione. Ma gli uomini non si rassegnano. Prima di farsi travolgere si consultano tra loro, intervengono gli amici, studiano il da farsi, propongono un rimedio. E il placebo, in questi casi è uno soltanto: l’amante.
L’amante con la sua allegria, il sesso sfrenato, le fughe nei weekend. E le bugie! Solo per combattere la monotonia, il tedio. Le menzogne! Le frottole per mascherare, per nascondere fuori ciò che, invece, all’interno, ti sta corrodendo. Come dare una mano di vernice a un muro che si sta sgretolando. Così, dopo un lungo periodo felice aveva cominciato a tradire sua moglie Arlette e si era fatto l’amante: Carlotta.
Ricordi che si condensano.
– Nel 1977 svolgevo funzioni di Giudice Istruttore a Genova. Quella è la foto che mi scattò…
La voce che s’interrompe, gracchia, incespica. Una leggera commozione. Lo sguardo del maresciallo che gli sorride per non mettergli fretta. Un invito a prendersi il tempo che ci vuole.
Il tempo che ci vuole! Quanto tempo ci vuole a dimenticare?
Arlette non si faceva certo ingannare dalle bugie. Erano una cortina di nebbia, sintetica, fumogeni da palcoscenico. Lei conosceva a naso quello che ci stava dietro, abituata col tatto, come un cieco. Avezza da sempre alla sua pelle, al suo respiro. Solo una cosa le faceva tristezza: quella patina sugli occhi, lo sguardo spento dell’uomo che aveva amato. E che amava. Lei che non si rassegnava a vederlo infelice, pur non conoscendo in quali ambizioni avrebbe trovato la serenità. Sapeva però che erano solo miraggi quelli che lui vedeva, ingannato dalle sue stesse bugie, incapace ormai di percepire la realtà.
Ritorto su se stesso, mentre tentava di ricomporre i pezzi di quel muro che si stava frantumando. Concentrato sul dentro mentre fuori tutto stava crollando.
L’amore degli amanti sovente è un inganno, la suggestione di parole che suonano vere, più vere delle realtà e invece sono solo fandonie, un teatrino di menzogne, verosimile come tutti i teatrini, forse anche plausibile, ma fasullo. E destinato a terminare, come tutte le rappresentazioni. Un giorno lo spettacolo finisce. E le parole restano, risuonano ancora, echi in un teatro vuoto. Dentro le pieghe dell’anima. Non hanno più lo stesso effetto.
A volte sono parole scritte. Rileggerle è come… COME… perché necessita sempre un paragone? Una comparazione, un rafforzativo?
Quella lettera! Segnava la fine di un amore clandestino! E non era neppure indirizzata a lui, ma a un malavitoso su cui aveva indagato, ventisette anni prima, un certo Vito.
Scritta dall’amante di quest’ultimo, Riccarda, per troncare definitivamente quell’insana relazione giunta ormai al capitolo finale.
Toccalossi l’aveva conservata, non sapeva nemmeno lui il motivo, forse come un monito o più semplicemente perché, che ci si creda o no, la vita concede premonizioni, salti temporali e visioni di come sarà il futuro. Limpide, nitide, le immagini di come diventeremo ci appaiono talvolta per puro miracolo, come se nel flusso temporale si aprisse uno squarcio e noi potessimo vederci invecchiati, maturi, consapevoli. E di quell’attimo conserveremo un ricordo inalterabile, indelebile: attoniti, smarriti, mentre assaporiamo quella scheggia di tempo ancora da venire che ci cambierà per sempre, incapaci di darci alcuna spiegazione, ma con la convinzione certa che quell’attimo, prima o poi, si verificherà. Ineluttabilmente.
Ecco. Ora ne aveva la prova. Gli era successo. Ciò che aveva visto, in quel tempo lontano della sua giovinezza, si era ora verificato in maniera inquietante: se stesso cinquantenne, in un buco come Savona, lasciato dalla moglie, dall’amante e anche dai figli, ad affogare la noia con la scusa del lavoro, solo, come una pallina di gelato dentro una coppa di sciroppo all’amarena, dolcezza a parte. Invischiato in una scena da cui non sapeva districarsi e della quale conosceva ogni dettaglio per averlo già vissuto nell’anticipazione del vaneggiamento tanto che adesso, buffo, no? gli sembrava… gli sembrava un déjà vu.