Ed era soltanto il suo crudo presente.
Emise un grosso sospiro, uno sbuffo sarcastico a suggellare la sua impotenza di fronte a quel tempo dispettoso. Ma sbuffò senza astio, quasi a dire: hai vinto tu, perlomeno mi avevi avvisato. Anche se si sentiva come un topo in trappola. Se quello era il suo destino, qualunque cosa avesse fatto precedentemente, prima o poi, si sarebbe realizzato.
Sentiva vibrare le parole di quella missiva come lame dentro la sua anima, nemmeno fossero rivolte a lui. Ma c’era un perché: le lettere dell’amore clandestino si assomigliano tra loro provenendo tutte dallo stesso conio. L’identico cliché. Una matrice molto simile all’originale ma imperfetta, fasulla.
Banconote false, capaci d’ingannare solo nel caso in cui sparissero del tutto, per sempre, quelle autentiche.
Quella lettera sanciva la fine. La fine della recita, dell’illusione, del gioco. Crudele. Perché svela l’inganno. Era tutto finto, illusorio, fittizio, immaginario, apparente.
Uno sbrodolo di sinonimi.
Anche lui aveva ricevuto una lettera simile. Da Carlotta, la sua amante. Atto conclusivo della farsa. Quando Arlette aveva scoperto la tresca anche Carlotta se n’era andata via liquidandolo con una missiva.
Quanto tempo ci vuole a dimenticare?
Il pensiero confluisce sempre lì. Pantano, palude, sabbia mobile. Ancora non ne è uscito fuori.
La terraferma si chiamava Arlette. Si chiama ancora così, sua moglie. Ma è lontana.
Un oceano in mezzo. Burrascoso.
La sera era scesa lentamente e si stava tramutando in notte. Una leggera brezza proveniente dal mare lasciava presagire un repentino cambiamento del tempo all’indomani.
D’altronde è sempre così: passato ferragosto l’estate scema, le giornate si accorciano e l’autunno si presenta alle porte con tutto il suo bagaglio di malinconia.
Un bagaglio che non dispiaceva affatto a Toccalossi che in quel mutamento climatico ravvisava qualcosa di molto simile al suo stato d’animo. “Ecco sì, l’autunno…” pensò.
… l’autunno! La stagione più bistrattata di tutte perché ha un solo difetto: presentarsi dopo l’estate. L’effimera estate. L’estate degli amori da spiaggia, dei “non ti dimenticherò mai”, delle notti a bighellonare, dei bagni notturni, nudi, sotto un cielo di stelle, dei cocomeri mangiati nei chioschi ai bordi delle strade e dei semini “vediamo chi li sputa più lontano”, l’estate dei sandali di cuoio e dei piedi delle donne abbronzati e sensuali dentro quegli zoccoletti di legno e quelle gonne corte corte, ma cosa te la metti a fare la gonna così corta? No, anzi, mettitela pure, lasciami immaginare il tuo cespuglio umido che spunta fragrante attraverso le trasparenze, quei viaggi in auto con i finestrini aperti sull’Aurelia di notte, nei tratti a picco sul mare, l’odore selvaggio degli scogli che entra nell’abitacolo e ne esce fumo dalla tua bocca sensuale ormai priva di rossetto tutto sbavato, mangiucchiato, quel tuo modo di morderti le labbra come stessi riflettendo, rimuginando.
– A cosa pensi?
– Cosa?
A nulla, pensava, a nulla, era solo un modo di fare, sapeva di essere guardata, si ammirava nello specchietto retrovisore.
E come puoi scordartela un’estate così? Come la puoi cancellare? Un’amante, un’estate così, ti si infila dentro ma poi… poi un giorno arriva l’autunno.
E ha il suo perché, l’autunno. Un perché che mica lo capisci subito, quando arriva. D’impulso, in un primo momento, vorresti prenderlo a pugni un dispettoso essere che ti porta via un’estate così. Vorresti afferrarlo per il colletto e tirarlo su con una mano e con l’altra a menargli il dito innanzi al naso a redarguirlo, vattene via, sparisci, non farti più vedere, con i suoi piedi, le gambe, che si agitano sollevate da terra, sospese nel vuoto e lui bianco per la paura, con quella faccia spaventata, l’autunno…
Ma è soltanto un momento. Ti volti e vedi che non può certo durare a lungo il viaggio sull’auto che sfreccia nella notte, lambendo il parapetto, i fari che illuminano a ogni curva quel mare nero nel quale potresti precipitare, prima o poi dovrà finire, all’alba, esausti, i sedili reclinati all’indietro, la bottiglia vuota, il sole che s’infila tra le fessure degli occhi, la bocca impastata di te che dici andiamo e lei nemmeno ti risponde, fa uhmm, semplicemente uhmm e sì con la testa, ma dorme ancora.
Non potrebbe durare nemmeno un momento di più quel viaggio. Anzi, è già durato abbastanza. C’è ancora tutto il ritorno che non vedi l’ora di arrivare, levarti le scarpe attaccaticce, farti una doccia, stenderti nel letto. Lo rifaresti? Forse sì, forse no. Sicuramente non domani. Poi domani passa e anche dopodomani. Passano tutti i domani appresso a quel dopodomani, in fila come pietruzze in una collanina appesa al collo che ora che la riguardi ti sembri proprio scemo, allo specchio, con quelle pietre azzurre e blu che non hanno più senso e ti osservi e dici: io? E non ti riconosci più. Così arriva l’autunno. L’autunno che adesso gli chiedi scusa, per prima, non volevo sai?, quando ti ho sollevato… ma non ti porta mica il broncio, lui, per niente, finge di non ricordare, tu invece ricordi tutto. Ed è proprio così che capisci che l’estate è finita, quando ti volti e vedi che è tutto un ricordo, ti sembra quasi un racconto, un avvenimento capitato a qualcuno che non sei tu, non sei più tu, quel ragazzo con la collanina al collo, i piedi scalzi di lei sul cruscotto, la sua bocca ormai priva di rossetto e quel suo dire “uhmm” e “sì” con la testa mentre dorme ancora.
Bacio.
Non c’era dubbio: aveva agito bene fingendo di non vedere Esmeralda, il giorno prima. Esmeralda, la ragazza spagnola con cui aveva trascorso un’estate indimenticabile, l’estate dei suoi diciotto anni. Il suo primo grande amore, quello che non si dimentica, quello che ti marchia a fuoco tutta l’esistenza perché, dopo, eh sì, dopo… cerchi qualcosa per dimenticarlo, per superarlo, per sublimarlo, per rigurgitarlo, per riacciuffarlo, per riviverlo, per completarlo… qualunque cosa farai dopo, tutto gira intorno a quel primo amore, diventato suo malgrado pietra di paragone. Ed è così che ti rovini l’esistenza, inseguendo il miraggio di qualcosa di esplosivo che non può più tornare, la miccia si è consumata tutta, eri tu la carica deflagrante, era la tua giovinezza, e quella, puoi bruciarla una volta sola.
A Capodanno Toccalossi, ormai lasciato da moglie e amante, complice il magone e la tristezza per le feste, si era sorpreso a ripensare ad Esmeralda ma anziché limitarsi a ricordarla, l’aveva cercata, spedendole una lettera, con la quale si era pure azzardato a invitarla a Savona. Una follia! Un tentativo senza speranze, non sapeva più nulla di lei, dove abitasse, se fosse sposata. Ne aveva perso completamente le tracce. Ma dal momento in cui gli era tornata in mente non s’era dato più pace. Voleva rivederla, sapere come stava. Non solo: voleva rendersi conto di ciò che poteva essere e non era stato, verificare la possibilità non colta, ricucire l’esistenza laddove si era lacerata trentadue anni prima. Anzi, trentatré. Forse riesaminare l’intera sua vita sentimentale alla luce di quella pietra di paragone poteva servire a capire i suoi errori, magari a medicarli. FORSE!
Con l’età i punti fermi tendono a sparire.
Come in una favola, Esmeralda aveva ricevuto la lettera, l’aveva letta. E ora si era presentata. Era giunta dalla Spagna sino a Savona. Per rivedere lui. Lui che, (diamine era soltanto ieri e già sembrava passata una vita) camminando per le strade del centro, inaspettatamente, aveva sentito alle sue spalle riecheggiare quella voce melodiosa, simile al suono di una fisarmonica, la voce di una donna che conosceva bene. Una donna che domandava a un passante:
– Disculpe. Dónde se encuentra la Plaza de la vieja estación?
Per alcuni attimi era rimasto incerto sul da farsi. Non era sicuro che non fosse uno scherzo della sua fantasia…
Il giorno prima
Poi si voltò.
E in quel voltarsi riconobbe tutta la grandezza e la maestosità dell’autunno. Tanto da inchinarsi, prostrato al suo manifestarsi senza indulgenza. Come un re, sulle carte da gioco.
Si nascose dietro una colonna dei portici.
La guardò. Era ancora bellissima. La pelle liscia, olivastra, gli occhi luminosi, la voce soave e immutata. Sono questi i fili sottili che ci legano alla felicità. L’aveva immaginata proprio così la scena di quell’incontro, come se non avesse atteso altro nella vita, come se avesse saputo, in maniera inconscia, da sempre, che lei sarebbe apparsa, l’aveva descritta esattamente in quel modo, nello stupore candido dell’immaginazione, con tanta dovizia di particolari, che quell’incontro non gli sembrava nemmeno reale, piuttosto un ricordo, lontano e avvolgente, preciso e sfumato, nitido e distante. L’aveva vista così nel suo sogno, mentre le baciava le caviglie morbide e delicate, come le zampe di un gatto, mentre giocava con lei, baciami qui, e baciava, mordimi là, e mordeva, più su, più su, saliva, più giù più giù, e scendeva. Solo così dovrebbe essere l’amore, solo un ricordo di qualcosa che è dentro da sempre.
E allora perché non le corse incontro? Perché restò nascosto dietro la colonna del porticato a spiarla mentre lei cercava il Palazzo di Giustizia? Perché non sbucò fuori da quel rifugio improvvisato a dirle: “Ti ho pensato, magari inconsapevolmente, per anni. Ricordo ogni tuo gesto, ce l’ho stampato in mente a lettere di fuoco. Se chiudo gli occhi sento ancora l’odore della stella marina che ti regalai”.
Perché fuggì dando disposizione in ufficio affinché dicessero a chiunque lo domandasse che era partito? Perché non la incontrò come il cuore gli suggeriva di fare?
Perché, per puro caso, sicuramente un altro scherzo del destino, girandosi, il suo corpo rimase imbrigliato nel riflesso di una vetrina come in uno specchio. E guardandosi Toccalossi provò pena per se stesso. Istintivamente paragonò quella figura alla parvenza che aveva negli occhi. Un fotogramma spezzato, diviso in due metà: da una parte se stesso a cinquant’anni, quasi cinquantuno, e dall’altra un ragazzino di diciotto. Un ragazzino che non c’era più e che, eppure, adesso lui vedeva, per un rifrangersi di onde temporali sulla battigia immaginifica della suggestione.
Quante vite abbiamo vissuto? Quante, ciascuno di noi, all’interno di una stessa vita? E dove sono finiti quei tanti noi, quei tanti frammenti della nostra esistenza che, a vederla da distante, sembra un tutt’uno e invece, a scavare, si mostra per quello che è, nella sua essenza, strati sovrapposti, anelli accostati ma non saldati, parti mancanti. Qualcuno di quei tanti noi è volato via, senza lasciare traccia, qualcuno, invece, ci è rimasto proprio impresso, come un buon amico, a cui dare del tu, come un conoscente a cui guardare con bonarietà.
Oltre il riflesso del vetro, Toccalossi distinse l’ingombrante presenza dell’autunno. Accanto a lui, dietro di lui, come un fantasma, lo avvolgeva con compassione, gli parlava.
– Non avere paura – gli diceva con tono rassicurante – devi fidarti di me.
Stava bussando alla porta del suo cuore.
Toc, toc!
– Chi è?
– Sono io. L’autunno.
Era lì con la sua valigia. Un bel campionario di momenti importanti.
– Vedi, – gli diceva come se niente fosse, aprendo la valigetta – qui c’è tutto, tutto quello che non riuscivi a capire tanti anni fa, quello che avresti voluto sapere senza avere le idee chiare, quello che credevi di essere capace a dimenticare.
E lasciò tutti quei momenti, accanto a lui, mezza dozzina di piccole ampolline di vetro, non di più, con dentro ciò che gli era stato più caro.
– Guarda, quello sei tu, con la toga addosso, il giorno che ti sei laureato, e qui, osservati qui, il tuo primo giorno di lavoro, guarda che spocchia avevi dipinta sul viso… e nell’ampollina di fianco stai parlando con una persona. è una donna. Te la ricordi? Quante notti insonni hai passato per lei? Si chiamava Arlette. L’hai anche sposata. Non lo sapevi, allora, che era importante? Non te ne eri accorto? Eri così indaffarato? Dovevo arrivare io per fartelo capire?
Toccalossi con gli occhi sbarrati di meraviglia, allungò la mano, per toccarli, per prenderli quei momenti, per farli suoi per sempre. Avvicinò la mano all’ampollina ma...
– No, – disse l’autunno fermando la sua mano – non puoi. Non puoi toccarli. Non c’è più niente che tu possa fare ormai. Sono passati troppi anni. Non sei più tu quel bel giovine dentro l’ampollina e neanche lei è più lei. Sono solo immagini, alcune delle tante immagini di voi, sigillate dal tempo, sottovuoto. Intorno tutto è cambiato e anche dentro il vostro animo. Non cercare mai di rompere quell’ampollina. I ricordi sono creature fragili e vanno tenuti sotto vetro. Se escono fuori si trasformano in mostri delle tenebre, capaci di divorarti. Puoi soltanto guardarli, guardarli e guardarli. Come si guarda un vecchio film. Alla sera, nel silenzio, quando si accenderanno, come lampade fluorescenti, tutte le piccole ampolline, resterai rapito dalla magia dei tuoi ricordi. Con la bocca spalancata li guarderai incantato. Ogni volta ti sembreranno un po’ diversi, ulteriormente definiti. Più passerà il tempo, più ti sembreranno vicini. Finiranno per non sembrarti nemmeno dei ricordi. Li vedrai pulsare, li sentirai sussurrare. Ti faranno compagnia nel mistero della sera. Capirai qual è il loro segreto, la loro magia. Perché i ricordi più belli vivono sempre, e sempre al presente indicativo.