Mi sveglio trovandomi un bagliore che mi fa bruciare gli occhi. Cerco di coprirli con la mano, mentre massaggio le palpebre per far passare il bruciore, ma non appena alzo il braccio avverto un dolore che mi fa sfuggire un sonoro lamento.
Sento il rumore di qualcosa che si sposta, e poco dopo qualcuno che afferra l'altra mia mano. Solo dopo essere stata con gli occhi chiusi per qualche secondo, riesco ad aprirli. Continuano a bruciare ancora, e mi sento come se qualcosa di estremamente pesante fosse passato sopra ogni parte del mio corpo; avverto dolore ovunque, posso dire dalla punta delle dita dei piedi alla testa, e qualsiasi movimento io cerchi di fare mi sembra di dover alzare un qualcosa di estremamente pesante.
Mi ci vuole un po' per riuscire a mettere a fuoco, e quando le immagini cominciano a essere più nitide, mi rendo conto di essermi svegliata e di essere in camera mia. Per un secondo ho pensato di aver soltanto dormito male, e di sicuro di aver fatto qualche incubo... Ma un attimo dopo devo ricredermi quando, cercando di alzarmi, avverto di nuovo quel dolore ma dieci volte più violentemente di prima, per poi vedermi spuntare a fianco Ally che mi aiuta ad alzarmi per sedermi.
«Quando sei venuta?» Le chiedo, e mi rendo conto di aver sentito una voce che sembra non essere affatto la mia. Poi tossisco, e mi rendo conto di avere anche la gola arsa e dolorante, e che non c'è nessun altro in camera oltre me e lei.
E questo basta ad azzerare le possibilità che qualcun altro abbia parlato al posto mio.
«Come ti senti?» Mi risponde invece, e conoscendo la mia migliore amica so che non è mai un buon segno quando risponde alle mie domande con altre domande.
Porto una mano a massaggiare una tempia, perché ho la testa che mi fa veramente un male cane, ma, ogni volta che provo a muovermi, sembra sempre peggio perché sento un dolore acuto spargersi ovunque. E le costole sono ritornate a darmi il tormento.
«Uno schifo», rispondo con un lamento che cerco di affogare. Poi però tossisco di nuovo, e toccandomi la gola le chiedo, invece: «hai dell'acqua nella borsa?»
Annuisce. «Sì, è qui, sulla tua scrivania.»
La vedo alzarsi per portarmi una piccola bottiglietta d'acqua che è stata aperta in precedenza, e mi acciglio: io non porto mai l'acqua in camera neanche per dormire la notte, perché semplicemente è raro che io mi svegli e quindi non bevo mai in quel momento, mentre quando studio, invece, preferisco una tazza di camomilla o un lungo espresso se si tratta di ricerche ed esami imminenti.
«Questa non è mia», le faccio notare, e lei acciglia le sopracciglia folte.
«Com'è possibile? Era sulla tua scrivania.» Mi rispiega, ma io scuoto la testa e insisto.
«Fidati, io non porto mai l'acqua in camera.» Le spiego. Alzo le spalle, e la bevo nonostante tutto senza indugiare perché ho la bocca e la gola che sembrano più asciutte del deserto.
Prendo un respiro profondo quando, finalmente, riesco a smettere di bere e poi guardo di nuovo Ally, che nel frattempo mi ha tolto e adagiato premurosamente la bottiglietta sul comò al mio fianco.
«Ally, non offenderti, ma... Perché sei qui?» E sul serio non voglio offenderla, ma non ci sto capendo niente.
Ricordo che ero a scuola, e poi d'un tratto mi sono svegliata nel mio letto, dolorante - ch'è più un eufemismo descrivermi dolorante - e con lei al mio fianco.
Ally mi guarda con uno strano sguardo serio e duro, decisamente uno sguardo che raramente mi è sembrato di vederle addosso, e la voce è tagliente quando mi chiede: «non ti ricordi niente?»
Mi sforzo per pensarci, ma ho la testa che mi fa veramente male, e sinceramente non riesco a pensare a nient'altro che non sia questo dolore acuto e fastidioso. Scuoto la testa e, nel farlo, avverto delle vertigini.
Sento Ally sospirare al mio fianco ma, nel momento in cui apre la bocca per parlare, qualcuno bussa alla porta e subito dopo questa si apre. E, per mia somma sorpresa, vedo entrare Harry.
Harry, in camera mia, in casa mia.
«Ma che sta succedendo?» Chiedo e stavolta senza nascondere la confusione che sto provando.
Vedo Ally, la mia migliore amica, scambiarsi un'occhiata con Harry. Con Harry! E mi chiedo quando siano entrati in confidenza, se a malapena conosco io Harry, figuriamoci Ally che, non solo non frequenta il nostro stesso liceo, ma non lo ha mai visto fino ad ora. O almeno, credo. Perché in questo momento non sono più sicura di niente.
Guardo di nuovo Ally, ma poi sento qualcuno tossire, e capisco che si tratta di Harry, che ora è venuto a sedersi ai piedi del mio letto.
«Come stai?» Mi chiede, mentre io vorrei urlare per la frustrazione per tutto questo caos che ho nella testa.
«Sono già due volte che mi chiedete come sto, e adesso la cosa sta cominciando a darmi ai nervi», sbotto, ma Harry non sembra minimamente toccato dal mio atteggiamento.
Sospira. «Hai dormito per tre giorni, Camz», mi dice. E io guardo entrambi.
Scoppio a ridere. «È uno scherzo? Perché, se è così, vi avverto che non è affatto divertente.»
Ma mi raggelo quando vedo sia lui che Ally scuotere le teste.
«Insomma, ma si può sapere che sta succedendo?» Urlo, e adesso comincio a sentire il nervosismo crescere a dismisura. «Mi sveglio, e mi ritrovo come se fossi stata investita da un camion e due miei amici, che non si sono mai visti fino ad ora, scambiarsi occhiate come se invece si conoscessero da chissà quanto e che, per giunta, mi dicono che sono in questo letto da tre giorni quando io ricordo che...» Ed ecco che un lapsus attraversa la mia mente.
Mi rivedo a scuola, come ricordavo, ma non mi rivedo più in classe. Mi rivedo nei giardini principali della scuola, mentre sto parlando con Lauren.
Lauren...
Sento il sangue raggelarsi.
«Dov'è Lauren?» Chiedo d'un tratto, e subito noto l'espressione di Harry trasformarsi. Completamente.
Mi guarda, con l'espressione più terrificante che abbia mai visto. «Perché vuoi saperlo?» Mi chiede invece lui, evitando di rispondermi.
«Ho detto...» Prendo un profondo respiro, per non urlare. «Dov'è Lauren?»
Harry non mi risponde, ma, anzi... Si alza, dandomi le spalle e incamminandosi verso la finestra della mia camera. E subito mi riaffiorano vecchi ricordi, di quella notte in cui mi hanno fatto saltare dal cornicione. Lo guardo mentre con le mani si appoggia alla scrivania, che è situata proprio sotto la finestra, e la vedo come incurva la schiena con quella sua figura alta e magra. E mi dà l'impressione di una persona esausta.
«Camz...» Sento richiamarmi.
Mi volto, e guardo Ally, che ora mi sta fissando con uno sguardo quasi colpevole sul viso. O dispiaciuto. Non riesco a capirlo.
Prende un profondo respiro, e abbassa lo sguardo quando mi dice: «Lauren ti ha pestato quasi a sangue.» Poi alza lo sguardo per guardarmi, mentre io avverto una sensazione di gelo addosso. «È stato veramente un miracolo che tu ne sia uscita solo con due costole rotte. E che tu non sia dovuta rimanere in ospedale, soprattutto.»
Sgrano gli occhi, e per poco non mi escono fuori dalle orbite. «Stai scherzando, vero? È uno scherzo!?»
«E invece no.»
Mi volto verso Harry, che ora invece ci sta guardando a braccia incrociate.
«È tutto vero, Camz. Eccoti spiegato come hai detto che ti senti da quando ti sei svegliata, eccoti spiegato perché io e Ally ci conosciamo e come ci siamo conosciuti, eccoti spiegato perché siamo qui, ora.» Si avvicina. «Siamo sempre stati qui, o almeno, la maggior parte del tempo.»
«E mia madre? E le vostre lezioni?» Chiedo, voltandomi verso Ally, che stavolta sorride.
«Ti rendi conto che ti abbiamo appena detto che sei stata pestata e che tu, invece, stai pensando alle lezioni?»
Sento Harry ridere al mio fianco, e poi ricordo un altro particolare che mi fa sgranare di nuovo gli occhi. «La professoressa Sparkle», esclamo, guardando Harry. «Mi aveva detto che lei e tutti i professori stavano valutando da tempo l'idea di ammettermi al diploma in anticipo. È stato per questa che sono uscita fuori, per cercarti. Volevo raccontarti tutto.» Spiego.
Guardo Harry abbassare lo sguardo mentre si passa una mano sul viso, d'un tratto visibilmente stanco. «Mi dispiace...» Sospira. Mentre a me fa male vederlo colpevolizzarsi davanti ai miei occhi, per me.
«Harry, non sei stato tu.» Gli dico, ma lui scoppia a ridere, e noto che ha gli occhi più lucidi del solito.
«E sentiamo, di chi è, allora!?»
«Non sei stato tu a farmi del male.» Ribadisco, stavolta senza preoccuparmi del tono tagliente con cui lo dico. Ma lui non risponde, e per l'ennesima volta si volta a darmi le spalle.
Sto per dirgliene ancora, ma Ally mi afferra la mano, stringendola. Mi fa un cenno di diniego con la testa, e d'un tratto sentiamo Harry esclamare: «devo andare in bagno, scusatemi.»
E se ne va sbattendosi la porta alle spalle.
«Io non lo capisco!» Sbotto, e Ally si siede ai piedi del letto per guardarmi. «Perché cavolo si ostina a comportarsi così!? Che senso ha prendersi delle colpe che non gli appartengono?»
«Si sente soltanto in colpa, cerca di capirlo: eri uscita fuori per parlare con lui, e invece hai trovato Lauren al posto suo. Non puoi biasimarlo.»
«E invece sì, perché non ha senso!» Sbotto. Scosto via le coperte, e in un attimo mi ritrovo Ally in piedi al mio fianco.
«Che stai facendo?»
«Voglio alzarmi. Adesso.»
Allungo la gamba per scendere, ma una fitta acuta mi fa trasalire, facendomi chiudere gli occhi.
«Camz, stai bene?»
Annuisco, anche se sto mordendo le labbra fino a strapparle quasi.
«Sto bene. Aiutami.» Dico, tra un sospiro e l'altro.
«Camz, forse non è una buona idea...»
«Ho detto...» Inspiro, mentre cerco di abituarmi al dolore. «Fammi scendere. Adesso, Ally.»
La sento sospirare, ma per fortuna non aggiunge altro e quasi sospiro di sollievo quando sento le sue braccia attorno alla mia schiena mentre mi spingono in avanti per aiutarmi. Mi ci vuole un po' per abituarmi al dolore quando sono in piedi, e mi ritrovo a chiudere gli occhi e a respirare profondamente mentre cerco di placare le fitte che mi prendono dalle costole e scendono giù lungo tutto il corpo. Muovo dei passi in avanti, lentamente, e man mano il mio corpo si abitua in un certo senso al dolore. Fa un male cane, ma riesco a ignorarlo a ogni passo che faccio. Apro la porta, mentre Ally la tira per agevolarmi il lavoro, e poco dopo sono nel corridoio del piano di sopra. Noto che la casa è silenziosa, e che dal piano di sotto sembra non ci sia nessuno, e quando chiedo ad Ally di mia madre mi risponde che è dovuta tornare a lavoro e che loro sono rimasti qui, per tranquillizzarla.
Annuisco, e subito mi chiedo come farò a scendere le scale: non voglio neanche immaginare il dolore che proverò quando dovrò scendere di sotto.
Scaccio via quel pensiero, e mi dirigo verso la fine del corridoio. Busso alla porta del bagno almeno un paio di volte.
«Harry, apri.»
Forse sarà stata la sorpresa nel sentirmi qui, dietro la porta, ma fortunatamente la porta si apre subito e vedo Harry guardarmi accigliato.
«Che ci fai tu, in piedi?» Sbotta, ma lo ignoro.
«Esci da questo maledetto bagno, e smettila di fare il coglione.»
Sembra sorpreso e, a dire la verità, lo sono anch'io; perché non mi sono mai rivolta a qualcuno in questo modo, né è uso frequente per me avere un linguaggio scurrile. Ma, a quanto pare, sembra servano queste maniere per far riprendere Harry dai suoi crolli emotivi o dai suoi scatti d'ira, perché subito dopo esce dal bagno e subito mi afferra il braccio e me lo avvolge attorno al suo petto, stando attendo a non toccarmi minimamente.
«Te la senti?» Mi chiede, e io annuisco anche se in realtà non ne ho idea.
«Un passo alla volta, ok?» Dice, e io annuisco.
Ci incamminiamo a passo di lumaca verso, appunto, le scale. Ci fermiamo un attimo, probabilmente per farmi riposare, e io prendo un profondo respiro prima di annuire. Muovo una gamba in avanti, e subito avverto un esplosione di dolore partire dal lato destro del corpo. Inspiro, aggrappandomi al corrimano, e Harry mi afferra di colpo dalle spalle.
«Non stai bene. Camz torniamo in camera.» Mi supplica, ma scuoto la testa: posso farcela. Anzi, devo farcela. Non posso restare ancora a vegetare nel letto della mia camera, o altrimenti tutto questo non passerà mai.
Respiro di nuovo profondamente, e stando attenta a non lasciare il corrimano, muovo di un passo in avanti. Scendo lentamente il piede in avanti, e sospiro quando sento il piede toccare il primo gradino.
Sorrido: «andiamo, continuiamo.»
Harry non risponde, ma non si allontana un attimo da me. Scendiamo in questo modo le scale, e dopo quella che sembra un'eternità, finalmente arrivo all'ultimo.
Sorrido: ce l'ho fatta.
«Vieni, andiamo in salotto», dice, e non posso dargli torto minimamente: dopo tutto questo sforzo, sento di dovermi riposare almeno un po'.
Mi reggo sulle sue braccia mentre cerco di sedermi e, dopo esserci riuscita, Harry mi afferra circondandomi un braccio attorno alla vita e uno per sollevarmi le gambe. Mi aiuta in questo modo ad allungarmi con la schiena e, subito dopo, stando sempre attento anche nel mollare la presa afferra un plaid poco più in là piegato su una sedia e me lo adagia sulle gambe.
«Torno subito», dice, e un attimo dopo lo vedo allontanarsi.
Volto uno sguardo, scettica, verso il punto in cui è sparito, ma non riesco a sporgermi oltre perché avverto subito le solite fitte farmi chiudere gli occhi. Poggio la testa sulla testata del divano, e chiudo gli occhi; pochi minuti dopo, Harry viene a sedersi al mio fianco e noto che ha tra le mani un grosso piatto con uova strapazzate, pane tostato, bacon, patate e salsicce.
«Tieni», dice, ma arriccio il naso quando me lo avvicina.
«Non ho fame», mi lamento anche se non è vero: sento i morsi della fame da quando ho aperto gli occhi, ma so anche che tutto quel cibo è troppo, per me, e che correrei subito dopo in bagno a vomitare.
«Camila.» Mi guarda, e capisco semplicemente dal tono con cui mi ha chiamato che non mi lascerà in pace fino a quando non avrò mangiato.
Sospiro, e per la prima cosa rivelo una cosa che non ho mai detto a nessuno, nemmeno ad Ally. «Lo vomiterei.»
Glielo dico con la speranza che così facendo lasci perdere, ma resta impassibile.
«Vorrà dire che continueremo a mangiare fino a quando non ti passa questa nausea. Ora, forza: mangia.»
Sospiro. «Sai che non funziona così...»
Annuisce, mentre mi passa una forchetta. «Lo so, ma so anche che hai bisogno di mangiare e che devi farlo, perché queste stronzate che fai non ti servono a niente. E anche perché tu non ne hai bisogno.»
Afferro la forchetta, e fisso il piatto stracolmo sulle mie gambe. Sospiro e, a occhi chiusi, porto una forchettata di uova strapazzate in bocca: sono al cheddar.
Sentiamo il mio stomaco brontolare, mentre Harry con un gesto mi incita a continuare. Ne porto un'altra e, stranamente, non mi sento male. Non avverto l'istinto di vomitare salire.
Sorrido: «sono buone.»
Vedo Harry per la prima volta da quando me lo sono ritrovata in camera sorridere, mentre io continuo a mangiare.
Mi porta un bicchiere colmo di spremuta d'arancia, e per la prima volta sorrido invece che rifiutarlo.