capitolo 2: l'incontro faccia a faccia

837 Words
Lo guardai ancora per un istante, col fiato sospeso, prima di decidere di rientrare in casa. Ma non feci in tempo a chiudermi la porta alle spalle che il suono del campanello mi fece sobbalzare; sentii un colpo dritto al cuore. ​Aprii. Era lui. Era tornato indietro per capire se fossi davvero io. ​«Leila, che c’è? Fai finta di non riconoscermi?» chiese lui con un mezzo sorriso. ​«Benner... sì, ti ho riconosciuto. Ma pensavo che tu non avessi riconosciuto me. Sono passati così tanti anni dal liceo... ero piccola allora.» ​Lui mi fissò intensamente e scosse il capo: «Come potrei mai non ricordarmi di te?» ​Rimasi immobile. Dentro di me sapevo, o meglio, ero convinta che al liceo lui non mi degnasse neanche di uno sguardo. Invece, a quanto pare, mi sbagliavo. ​«Stasera c'è un party sulla spiaggia,» riprese lui, rompendo il silenzio. «Se ti va di venire, sei la benvenuta.» ​Lo guardai, cercando di nascondere il tumulto che avevo dentro. «Ci penserò,» risposi, cercando di sembrare il più naturale possibile. Quella sera decisi di indossare un abito bianco e accettare la proposta di benner... L'aria della sera era carica di salsedine e del ritmo lontano dei bassi che facevano vibrare la sabbia. Leila arrivò alla festa quando il falò era già alto, illuminando i volti degli invitati con bagliori arancioni. Camminare sulla sabbia con i sandali in mano mi faceva sentire vulnerabile, quasi come se stessi tornando la ragazzina insicura di dieci anni prima. La musica era alta, un mix di risate e onde che si infrangevano a pochi metri da noi. Cercai di darmi un contegno, sistemandomi nervosamente il vestito leggero che si muoveva con la brezza. ​Lo vidi quasi subito. ​Banner era al centro di un gruppo di persone, proprio come al liceo. Teneva una bibita in mano e rideva a una battuta di un amico, ma sembrava distratto, come se i suoi occhi stessero pattugliando il perimetro della festa. Quando i nostri sguardi si incrociarono, smise di ridere. ​Si staccò dal gruppo senza dire una parola e si diresse verso di me. ​«Sei venuta allora,» disse, sovrastando il rumore della musica. Il fuoco del falò gli rifletteva negli occhi, rendendo il suo sguardo ancora più profondo di quanto ricordassi. ​«Avevo bisogno di un po' di aria di mare,» risposi io, cercando di mantenere un tono distaccato, anche se il cuore batteva così forte che temevo potesse sentirlo. Lui accennò un sorriso e si guardò intorno. «Sai, molti di quelli che vedi qui parlavano di te oggi. Dicevano che sei cambiata, che sei diventata... diversa.» Si avvicinò di un passo, abbassando la voce. «Ma io vedo ancora quella Leila che si nascondeva in biblioteca per non farsi notare. Solo che ora non ci riesci più così bene.» Benner mi fece un cenno, indicando la distesa scura della spiaggia dove il rumore della festa iniziava a sfumare nel fragore regolare dell'oceano. «Andiamo a fare due passi? Qui c’è troppa confusione per riuscire a sentire anche solo i propri pensieri.» ​Annuii in silenzio, grata per quella via di fuga. ​Ci allontanammo dal calore del falò e dalle luci stroboscopiche. Man mano che la musica diventava un ronzio lontano, l’aria si faceva più fresca e il silenzio tra noi più denso. Camminammo vicini, i piedi che affondavano nella sabbia umida, finché non arrivammo dove l'acqua sfiorava la riva. ​«Allora,» esordì lui, rompendo l'incantesimo. «Perché pensavi che non ti avessi mai degnata di uno sguardo?» ​Mi fermai, sorpresa dalla sua schiettezza. Guardai l'orizzonte dove il cielo nero si confondeva con il mare. «Perché era così, Benner. Tu eri il capitano della squadra, eri sempre circondato da tutti. Io ero quella che sperava solo di passare inosservata nei corridoi. Eravamo in due mondi diversi.» ​Lui si fermò davanti a me, costringendomi a guardarlo. La luce della luna gli disegnava i lineamenti, rendendoli più duri e malinconici. ​«Mondi diversi?» ripeté con un tono quasi amaro. «Leila, io passavo metà del mio tempo a cercare di capire cosa stessi leggendo su quei libri che portavi sempre con te. Ma ogni volta che provavo ad avvicinarmi, sembravi così... chiusa nel tuo mondo, così felice di stare da sola, che avevo paura di disturbarti. Pensavo che uno come me ti avrebbe solo annoiata.» ​Restai senza parole. L'immagine che avevo costruito per anni — quella di un ragazzo arrogante e indifferente — stava andando in frantumi davanti alla realtà. ​«Avevi paura di disturbare me?» chiesi con un filo di voce. ​Lui fece un passo più vicino, tanto che potevo sentire il calore che emanava nonostante la brezza marina. «Sì. E a quanto pare, abbiamo passato anni a scapparci l'un l'altro per i motivi sbagliati.» ​Allungò una mano, esitando un istante, prima di sfiorarmi una ciocca di capelli spostata dal vento. «Cosa stavi leggendo quel giorno in cortile, all'ultimo anno? Quello con la copertina blu. Non ho mai avuto il coraggio di chiedertelo.»
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