LA DOGANA-4

2315 Words
Laggiù accanto al fuoco il prode vegliardo soleva sedere; mentre il Soprintendente, il quale si assumeva di rado, qualora avesse modo di dispensarsene, il difficile compito d'impegnarlo nella conversazione, amava tenersi in disparte e mirarne il sembiante placido e quasi sonnolento. Egli pareva diviso da noi, sebbene lo vedessimo a pochi passi di distanza; remoto, sebbene gli passassimo accanto alla sedia; irraggiungibile, sebbene potessimo allungar la mano a toccarlo. Può darsi vivesse una vita più reale entro i suoi pensieri, che non nell'ambito improprio dell'ufficio del Collettore. Le evoluzioni della parata; il tumulto della battaglia; la vecchia, eroica fanfara udita trent'anni avanti; scene e suoni di questa specie, forse, rivivevano tutti davanti alla sua mente. Frattanto, mercanti e capitani, azzimati commessi e goffi marinari entravano e uscivano: il viavai della Dogana e del traffico continuava il suo tenue brusio intorno a lui; ma né con gli uomini né con le loro faccende il Generale mostrava di mantenere anche i rapporti più distanti. Era altrettanto fuori posto di quanto lo sarebbe stata una vecchia spada arrugginita, che pure balenò un giorno sul fronte di battaglia, e che recava tuttora sulla lama un riflesso lucente, in mezzo ai calamai, alle stecche per piegare i fogli ed ai regoli di mogano sul tavolo del vice collettore. Un particolare mi fu di grande aiuto a ripristinare e rianimare lo strenuo soldato della frontiera nel Niagara, l'uomo di semplice e schietta energia. Era il ricordo delle sue memorabili parole: “Tenterò, signore!”, pronunciate sul limitare di un'impresa eroica e disperata, e in cui alitavano l'anima e lo spirito dell'intrepido New England, che comprendeva ogni pericolo e tutti li affrontava. Se nella nostra nazione il valore venisse compensato con gli onori araldici, questa frase, che par così facile a dirsi ma che colui, atteso da tanto cimento e tanta gloria, fu il solo a dire, sarebbe stata il motto più bello ed acconcio del suo blasone. Giova assai alla salute morale e mentale d'un uomo allacciare rapporti di cameratismo con individui dissimili da lui, i quali poco si curano delle sue mire e il cui ambito e le cui capacità egli potrà apprezzare soltanto straniandosi da se medesimo. I casi dell'esistenza m'hanno spesso largito questo vantaggio, ma mai più compiutamente o con altrettanta varietà che non durante la mia permanenza in quell'ufficio. Tra costoro, uno specialmente si distingueva, lo studio del cui carattere mi fece conoscere una nuova forma di talento. Le sue doti erano decisamente quelle d'un uomo d'affari: una mente pronta, acuta, limpida; un occhio che penetrava tutte le difficoltà e una virtù di risolverle che le faceva svanire come al colpo d'una bacchetta magica. Allevato nella Dogana, questa era il campo d'attività a lui più confacente; e le molte e ingarbugliate questioni, così tediose per gli estranei, gli si presentavano con la precisione d'un sistema perfettamente compreso. Ai miei occhi costui appariva come l'ideale della sua categoria. Impersonava davvero la Dogana; o comunque, era la molla principale che ne manteneva in moto le varie ruote, dovunque girassero: sicché in un'istituzione come quella, dove si nominano gli impiegati affinché badino ai propri comodi e interessi, e di rado tenendo presente la loro capacità d'assolvere le rispettive mansioni, essi debbono ricercare altrove la competenza che non trovano in se medesimi. E dunque, per necessità inevitabile, come la calamita attira la limatura di ferro, il nostro competente individuo attirava a sé le difficoltà in cui ciascuno di noi s'imbatteva. Con disinvolta condiscendenza, e una sorta di sopportazione per la nostra stupidaggine che, ad una mente del suo stampo, doveva apparir poco meno che delittuosa, costui non aveva che a muovere un dito, e subito l'incomprensibile diveniva chiaro come la luce del sole. I mercanti non lo stimavano meno di noialtri, gli amici iniziati. La sua integrità era perfetta: una legge di natura, piuttosto che una scelta o un principio; ed è giocoforza che un intelletto lucido e preciso a tal segno, sia prima di tutto onesto e accurato nel disbrigo degli affari. Una macchia sulla coscienza rispetto a tutto ciò che entrava nell'ambito del suo mestiere, avrebbe turbato quell'uomo nella stessa maniera, quantunque in misura assai maggiore, d'un errore di bilancio o d'una patacca d'inchiostro sulla pagina nitida d'un registro. A farla corta, ed è un caso raro nella mia esistenza, m'ero imbattuto in una persona perfettamente adatta al posto che occupava. Tali erano alcuni degli uomini con cui ebbi a che fare in quell'epoca. Accettai di buon animo dalla Provvidenza la situazione così poco affine alle mie passate abitudini in cui mi ritrovavo, e mi accinsi seriamente a ricavarne ogni possibile forma di profitto. Dopo la mia esperienza di fatiche e progetti chimerici nella sognante confraternita della Brook Farm; dopo aver subito per tre anni l'influsso sottile d'un intelletto come quello di Emerson; dopo i giorni di sfrenata libertà sull'Assabeth, indulgendo a speculazioni fantastiche accanto al fuoco di sterpi con Ellery Channing; dopo aver parlato con Thoreau di pini e di reliquie indiane nel suo romitaggio di Walden; dopo essermi fatto incontentabile per l'attrazione esercitata su di me dalla cultura superiore e raffinata di Hillard, e imbevuto di sentimento poetico al focolare di Longfellow; era tempo alla fine che io esplicassi dell'altre attitudini del mio carattere e mi nutrissi d'un cibo che sin lì non m'aveva stuzzicato troppo l'appetito. Perfino il vecchio ispettore era desiderabile come cambiamento di dieta, per un uomo che aveva conosciuto Alcott. Considerai come discreta prova d'un sistema nervoso bene equilibrato, cui non mancava nessuna parte essenziale a un organismo completo, la circostanza di poter tutt'a un tratto, pur col ricordo di simili compagni, frequentarne di tanto diversi senza mai mormorare per il cambiamento. La letteratura, le sue manifestazioni ed i suoi fini, erano allora di poco peso ai miei occhi. Non mi curavo di libri in quell'epoca, li sentivo estranei. La natura, quando non fosse la natura umana; la natura che si manifesta sulla terra e nel cielo, mi restava in un senso nascosta; e tutte le gioie dell'immaginazione che l'avevano spiritualizzata, m'erano uscite dalla mente. Un dono, un potere, se non proprio scomparso, era sospeso e inanimato in me. Tutto ciò avrebbe significato qualcosa di triste, d'indicibilmente sconfortante, s'io non fossi stato conscio che dipendeva da me richiamare quanto c'era di prezioso nel passato. Vero è d'altronde, che questa vita non avrei forse potuto viverla impunemente troppo a lungo; altrimenti avrebbe fatto di me un altr'uomo per sempre, senza cambiarmi in una forma che mi valesse la pena d'assumere. Ma non la considerai mai se non come una vita transitoria. Sempre un istinto profetico, un tenue sussurro all'orecchio m'avvertirono che entro non molto, e quando un ulteriore cambiamento fosse divenuto essenziale al mio bene, tale cambiamento si sarebbe verificato. Intanto ero là, Soprintendente Doganale, e fin dove mi fu dato d'appurare, soprintendente non peggiore degli altri. Un uomo di pensiero, fantasia e sensibilità (quand'anche possedesse queste doti in misura dieci volte maggiore del soprintendente suddetto) potrà in qualunque momento essere un funzionario pubblico, sol che faccia tanto di darsene la pena. I colleghi e i mercanti e capitani con cui i doveri d'ufficio mi ponevano in contatto, non mi consideravano sotto altra luce, né probabilmente mi conoscevano in altra veste. Nessuno di loro, immagino, aveva mai letto una pagina di mia fattura, né avrebbe fatto un po' più caso di me se le avesse lette dalla prima all'ultima; e non sarebbe valso menomamente a migliorare le cose il fatto che quelle medesime inutili pagine le avesse vergate la penna di Burns o di Chaucer, che tutti e due, al pari di me, furono ai loro giorni impiegati di Dogana. È una lezione salutare, seppur dura sovente, per uno che ha sognato di conseguire la fama letteraria e di emergere con tal mezzo tra i dignitari del mondo, d'uscirsene per un po' dalla piccola cerchia che riconosce le sue rivendicazioni e scoprire quanto sia spoglio di significato, al di là di questa cerchia, tutto ciò che egli adempie ed ambisce. Ignoro se questa lezione m'occorresse in modo speciale, vuoi come avvertimento vuoi come rampogna; comunque, l'imparai a menadito: e mi fa piacere riflettere che quella verità, una volta che m'ebbe toccato sul vivo, non mi costò una trafitta né richiese di venir discacciata con un sospiro. In tema di discorsi letterari, è vero, l'Assistente del Collettore, una bravissima persona ch'entrò in carica insieme a me e ne uscì un po' dopo, spesso intavolava meco una discussione su uno dei suoi due argomenti prediletti, Napoleone o Shakespeare. Anche il giovane scrivano, un signorino il quale, a quanto si bisbigliava, copriva saltuariamente un foglio di carta da lettere dello Zio Sam con qualcosa che, visto a una certa distanza, somigliava parecchio a dei versi, soleva parlarmi di libri come di questioni in cui forse potevo esser versato. Questo era tutto in fatto di scambi letterari; e lo trovavo più che sufficiente per le mie necessità. Non cercando né curandomi oltre che il mio nome venisse proclamato dappertutto sui frontespizi, sorridevo a pensare che esso godeva stavolta un'altra specie di notorietà. Il marcatore della Dogana lo stampigliava in nero su sacchi di pepe e ceste di curcuma e scatole di sigari e balle d'ogni sorta di merce soggetta a dogana, come testimonianza che quegli articoli avevano pagato la tassa ed eran passati per le formalità regolamentari. Recata da un così rapido veicolo di fama, la nozione della mia esistenza, in quanto la impartisce un nome, giunse dove non era mai stata per l'innanzi, e dove spero non tornerà mai più. Ma il passato non era morto. A lunghi intervalli rivivevano i pensieri che erano parsi tanto vitali ed alacri, ma che pure avevo messo così placidamente a riposo. Una delle circostanze più importanti in cui si ridestò in me l'abitudine dei tempi andati, fu quella che m'autorizza ad offrire al pubblico, sotto l'egida della proprietà letteraria, il bozzetto che sto scrivendo in questo momento. Al secondo piano della Dogana c'è uno stanzone dove i mattoni delle pareti e le nude travi del soffitto, non furon mai coperti di tavolato e d'intonaco. L'edificio, progettato in origine di dimensioni adeguate all'intensa attività commerciale del vecchio porto, e tenendone presente la futura prosperità destinata a mai realizzarsi, contiene molto più spazio di quanto chi l'occupa sappia che farsene. Questo arioso locale sulle stanze del Collettore rimane quindi incompiuto a tutt'oggi, e ad onta delle annose ragnatele che ne adornano le travi annerite, mostra ancora d'attendere l'opera del carpentiere e del muratore. Entro un ripostiglio ad un'estremità della stanza c'era una quantità di barili ammassati uno sull'altro, che contenevano pacchi di documenti. Grossi mucchi di simili scartoffie ingombravano l'impiantito. Era triste pensare quanti giorni e settimane e mesi ed anni di fatica fossero stati sprecati in coteste carte muffite; che erano ora soltanto un impedimento e giacevan nascoste in quel cantuccio dimenticato della terra dove nessun occhio umano le avrebbe esaminate mai più. D'altronde, quante risme d'altri manoscritti, non già colmi del tedio di pratiche d'ufficio, ma del pensiero di fertili cervelli e delle ricche effusioni di fervidi cuori, eran cadute parimenti in oblio; e per giunta, senza servire a nessuno scopo ai loro giorni, a differenza di quei fogli ammonticchiati e, considerazione più triste d'ogni altra, senza procacciare a chi le aveva vergate l'agiata esistenza acquistata dagli scrivani della Dogana con questi scarabocchi di nessun pregio! Forse, però, un certo pregio l'avevano come materia di cronaca locale. In quel luogo si potevano scoprire le statistiche del primo commercio di Salem e delle memorie dei suoi principali mercanti, King Derby, Billy Gray, Simon Forrester, e tant'altri magnati del tempo; la cui testa incipriata, tuttavia, era appena nella tomba, che già cominciavano a scemare i cumuli delle loro ricchezze. Lì si potevano rintracciare i fondatori della maggior parte delle famiglie che oggi compongono l'aristocrazia di Salem, dall'inizio oscuro e meschino dei loro traffici in periodi generalmente assai posteriori alla Rivoluzione, su su fino a quell'alto rango che i loro discendenti considerano ormai ben radicato. Prima della Rivoluzione, si osserva una certa carenza di testimonianze, probabilmente dovuta al fatto che i più antichi documenti e atti d'archivio furono trasferiti a Halifax quando gli ufficiali realisti seguirono l'armata britannica nella sua fuga da Boston. Ciò è sempre stato per me motivo di rimpianto, perché quelle carte, forse risalenti ai giorni del Protettorato, dovevano contenere molti riferimenti ad uomini dimenticati o ricordati e ad antiche usanze, che m'avrebbero procurato lo stesso piacere di quando solevo raccogliere punte di frecce indiane nel campo vicino al Vecchio Presbiterio. Ma un giorno d'ozio e di pioggia, mi toccò la ventura di compiere una scoperta d'un certo interesse. Mentre andavo rovistando e scavando tra coteste scartoffie ammucchiate nell'angolo; aprendo or l'uno or l'altro documento e leggendo i nomi di navi affondate o marcite nei porti tanto tempo innanzi, o quelli di mercanti mai pronunciati in Borsa oggigiorno, o difficilmente decifrabili sulle lapidi muschiose delle loro tombe; scorrendo quelle testimonianze con l'interesse melanconico, fiacco, quasi restio che portiamo alla spoglia d'una morta attività; e spronando la fantasia intorpidita per il poco esercizio a suscitare dall'ossa risecchite un'immagine più luminosa della vecchia cittadina, quando l'India era una nuova contrada e solo Salem conosceva il tragitto a quella volta: m'avvenne di posar la mano su un pacchetto avvolto con cura in un'antica pergamena gialla. Questo involucro m'ebbe l'aria d'essere un documento ufficiale d'epoca remota, quando gli scrivani tracciavano i loro caratteri rigidi e manierati su materiali più solidi di quelli d'oggi. C'era in esso qualcosa che stuzzicò un'istintiva curiosità e m'indusse a sciogliere il nastro rosso sbiadito che legava il pacchetto, con la sensazione che stavo per portare alla luce un tesoro. Spianate ch'ebbi le pieghe indurite della pergamena, trovai ch'essa era un brevetto (firmato e sigillato dal Governatore Shirley a favore d'un tal Jonathan Pue) di Soprintendente alle Dogane di Sua Maestà per il porto di Salem, nella Provincia della Baia del Massachusetts. Ricordai d'aver letto, probabilmente negli Annali di Felt, la notizia del decesso del Signor Soprintendente Pue un'ottantina d'anni prima; come pure in un giornale d'epoca recente, il resoconto dell'esumazione dei suoi resti nel piccolo camposanto di St. Peter, durante i restauri della chiesa omonima. Nulla, se ben rammento, era rimasto del mio riverito predecessore, tranne uno scheletro incompleto, pochi brandelli del vestiario e una parrucca di ricci maestosi; la quale, a differenza del capo che un giorno aveva adornato, si presentava in uno stato di conservazione più che soddisfacente. Ma all'esame delle carte contenute nella pergamena del brevetto, vi scoprii più residui del comprendonio del Signor Pue, nonché delle operazioni interne del suo cervello, di quanti la parrucca ricciuta n'avesse conservati del venerabile cranio medesimo.
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