LA DOGANA-5

2002 Words
A dirla in breve, non erano documenti ufficiali, ma di natura privata, o per lo meno scritti nella sua veste di privato, e a quanto pareva, di suo pugno. Potevo spiegarne la presenza nel mucchio di rifiuti della Dogana solo col fatto che la morte del signor Pue era stata improvvisa; e che quelle carte, da lui probabilmente conservate nella scrivania dell'ufficio, non eran mai venute a conoscenza degli eredi, ovvero questi avevano creduto che si riferissero a questioni doganali. Al momento di trasferire a Halifax gli atti d'archivio, quel pacchetto, ritenuto privo d'interesse pubblico, era stato lasciato al suo posto e da quella volta nessuno l'aveva più aperto. Sembra che l'antico Soprintendente, scarsamente molestato, immagino, in quei giorni lontani, da questioni pertinenti alla sua carica, avesse dedicato alcune delle tante ore d'ozio a certe ricerche come studioso d'antichità locali, e ad altre inchieste di natura analoga. Esse fornirono materia di futile attività a una mente che altrimenti sarebbe stata corrosa dalla ruggine. I suoi scritti, a proposito, mi tornarono parzialmente utili nella preparazione dell'articolo intitolato La strada principale, incluso nel terzo volume della presente pubblicazione. Gli altri potranno forse venir rivolti in avvenire a scopi in ugual modo importanti; o, perché no, elaborati, per quello che valgono, in una storia vera e propria di Salem, qualora la mia venerazione per il suolo natale m'inducesse a un compito così pio. Frattanto, rimarranno a disposizione di chiunque abbia la voglia e la capacità di togliere alle mie mani questa sterile fatica. Quale destinazione definitiva, intendo depositarli presso la Società Storica dell'Essex. Ma l'oggetto che attrasse maggiormente la mia attenzione nel misterioso involto, fu un ritaglio di fine panno color rosso, assai logoro e sbiadito. Recava tracce d'un ricamo d'oro che peraltro appariva parecchio sfilacciato e consunto, talché il lustro n'era scomparso totalmente o quasi. Era frutto, lo si vedeva facilmente, di meravigliosa perizia; e quel punto (così mi venne assicurato da signore esperte in tali misteri) testimonia di un'arte oggi dimenticata, e impossibile da ripristinare neppure col procedimento di staccarne i fili. Quel brandello di panno scarlatto, sicché il tempo e il consumo e una tarma sacrilega l'avevano ridotto poco più d'un brandello, ad esame accurato assunse la forma d'una lettera: la lettera A maiuscola. Misurate scrupolosamente le aste, ognuna resultò lunga tre pollici e un quarto precisi. Era stata destinata, non c'è dubbio, a guarnizione di un abito; ma in che maniera dovesse venir portata, o qual rango, onore e dignità avesse simboleggiato nei giorni andati, era un enigma (tanto sono evanescenti le mode del mondo a tal riguardo) che avevo scarsa speranza di risolvere. Eppure m'interessò stranamente. I miei occhi si fissarono sulla vecchia lettera scarlatta e non ci fu verso di staccarveli. Essa celava di sicuro un profondo significato, ben meritevole di venir scoperto, e che, per così dire, emanava dal mistico emblema, comunicandosi sottilmente alla mia sensibilità, ma schivando l'analisi della mente. Mentre così stavo perplesso, e mi chiedevo tra le altre ipotesi se per caso la lettera scarlatta non fosse stata uno di quegli ornamenti che i bianchi solevano confezionare allo scopo di dar nell'occhio agli Indiani, m'avvenne di posarmela sul petto. Mi parve... sorrida pure il lettore, ma non deve dubitar della mia parola, mi parve allora di provare una sensazione non completamente fisica, e nondimeno come d'un bruciore; e quasi la lettera non fosse stata di panno rosso, ma di ferro rovente. Rabbrividii, e la lasciai cadere involontariamente a terra. Assorto nella contemplazione della lettera scarlatta, avevo trascurato d'esaminare sin lì un rotoletto di carta sbiadita, intorno al quale essa era stata ravvolta. Subito lo spiegai, ed ebbi la soddisfazione di scoprire, trascritto dalla penna del Soprintendente, un resoconto abbastanza completo di tutta la faccenda. C'erano molti fogli di carta da bollo, contenenti copiosi particolari sulla vita e sui costumi d'una certa Hester Prynne, la quale doveva esser stata una figura piuttosto degna di nota nella stima dei nostri antenati. Era vissuta durante il periodo compreso tra gli albori del Massachusetts e la fine del XVII secolo. Persone anziane al tempo del Soprintendente Pue, dalla cui testimonianza orale questi aveva desunto la sua narrazione, la ricordavano nella lor gioventù come assai vecchia ma non decrepita, d'aspetto dignitoso e solenne. Aveva avuto l'abitudine da un'epoca quasi immemorabile di girare per il contado come una sorta d'infermiera volontaria, dedicandosi all'opere buone più svariate; e assumendosi del pari il compito di dar consigli su tutte le faccende, specie su quelle del cuore; motivo per cui, come accadrà inevitabilmente a persone di coteste tendenze, s'era procacciata agli occhi di molti la venerazione dovuta ad un angelo, mentre altri, mi figuro, la ritenevano un'intrusa e un'importuna. Seguitando a curiosare nel manoscritto, trovai testimonianza d'altre azioni e sofferenze di quella donna singolare, la maggior parte delle quali il lettore avrà modo di conoscere nella storia intitolata La lettera scarlatta; e occorre tenga bene a mente, che i fatti principali lì contenuti sono autorizzati e garantiti dal documento del Soprintendente Pue. Gli scritti originali, insieme alla stessa lettera scarlatta, una curiosa reliquia invero, si trovano tuttora in mio possesso e verranno liberamente esibiti a chiunque, spinto dal grande interesse della narrazione, potesse desiderar di vederli. Non intendo già d'affermare che, componendo il racconto e immaginando i motivi e le forme delle passioni che ne influenzarono i personaggi, io mi sia confinato invariabilmente entro i limiti della mezza dozzina di carte da bollo vergate dall'antico Soprintendente. Al contrario, mi son permesso al riguardo tutta o quasi tutta la licenza che avrei usato se i fatti fossero stati di mia totale invenzione. Ciò che rivendico, si è l'autenticità dell'insieme. L'incidente riportò in certa misura la mia mente sulle sue orme d'un tempo. Esso pareva fornire le basi d'un racconto. Ebbi l'impressione che l'antico Soprintendente, indossando il costume di cent'anni fa e l'immortale parrucca che fu sepolta con lui ma non perì nell'avello, mi fosse venuto incontro nello stanzone deserto della Dogana. Il suo portamento denotava la dignità di chi aveva adempiuto una missione del Sovrano, ed era quindi illuminato di un raggio dell'abbacinante splendore che emanava dal trono. Quanto diverso, ohimè, dall'aria di can frustato d'un funzionario della repubblica che, per esser servitore del popolo, si sente minore del minimo e più in basso dell'infimo dei suoi padroni. Con la mano spettrale, l'opaca ma augusta figura m'aveva affidato il simbolo scarlatto e il rotoletto delle carte che lo chiarivano. Con la voce spettrale, m'aveva esortato per la sacra considerazione del dovere e della reverenza filiali da me dovutigli, a lui che poteva giustamente considerarsi il mio antenato ufficiale, ad esibire in pubblico le sue muffite e tarlate elucubrazioni. “Fatelo - disse il fantasma del signor Soprintendente Pue, con un enfatico cenno del capo che appariva tanto imponente nella memoranda parrucca; - fatelo, e il profitto sarà tutto vostro! Presto n'avrete bisogno: ché i vostri tempi non son come i miei, quando l'incarico era una concessione vitalizia e sovente un retaggio. Ma, ve lo ingiungo, in questa faccenda della vecchia signora Prynne, date alla memoria del vostro predecessore il credito che le spetta di diritto!”. Ed io dissi al fantasma del signor Soprintendente Pue: “Sarà fatto!”. Alla storia di Hester Prynne dedicai dunque molto studio. Fu il tema del mio meditare per tante ore, mentre misuravo la mia stanza o compivo centinaia di volte il lungo tragitto dal portone della Dogana all'ingresso secondario e viceversa. Grandi furono il tedio e lo scontento del vecchio Ispettore e dei Verificatori dei Pesi e delle Misure i cui sonni erano disturbati dallo scalpiccio prolungato e implacabile del mio andirivieni. Memori dell'antiche abitudini, solevan dire che il Soprintendente passeggiava sul cassero. Probabilmente si figuravano che il mio unico scopo, anzi l'unico scopo per cui un uomo sano di cervello possa mettersi in moto di sua volontà, fosse quello di farmi venire appetito per il pranzare. E a dir il vero l'appetito, stimolato dal vento di levante che il più delle volte soffiava nel corridoio, era il solo risultato apprezzabile di tanto instancabile esercizio. Sì poco adatta è l'atmosfera della Dogana al delicato raccolto della fantasia e della sensibilità, che qualora vi fossi rimasto per dieci Presidenze a venire, mi domando se il racconto de La lettera scarlatta sarebbe mai stato offerto all'attenzione del pubblico. La mia immaginazione era uno specchio appannato. Non voleva riflettere, o lo faceva soltanto con un pietoso barlume, le figure con cui m'ingegnavo del mio meglio di popolarla. I personaggi ricusavano di lasciarsi scaldare e render malleabili da qualsiasi fuoco mi riusciva d'accendere nella fucina dell'intelletto, come pure d'accogliere l'ardore della passione e la tenerezza del sentimento, ma serbavano tutta la rigidità d'una salma e mi sbarravano gli occhi in faccia con un sogghigno fisso e sinistro di sfida sprezzante. “Che cos'hai tu a che vedere con noi? - pareva dicesse il loro sguardo. - L'esiguo potere che forse esercitasti un dì sulla tribù delle immagini, è svanito! l'hai barattato con poche briciole dell'oro pubblico. Va' dunque, e guadagnati la tua paga!”. A farla corta, le flaccide creature della mia stessa fantasia mi tacciavano d'imbecillaggine, e non a torto. Né soltanto durante quelle tre ore e mezza che lo Zio Sam reclamava come la sua porzione della mia vita quotidiana, mi possedeva questa disgraziata inerzia. Mi seguiva bensì nelle passeggiate sulla spiaggia e nei vagabondaggi in campagna, le poche volte in cui mi risolvevo a malincuore a cercar l'incanto benefico della Natura, che soleva darmi tanta freschezza e alacrità di pensiero nel momento in cui varcavo la soglia del Vecchio Presbiterio. Il medesimo torpore circa la facoltà di compiere sforzi intellettuali, m'accompagnava a casa e incombeva su me nella stanza che assurdamente chiamavo il mio studio. Né mi lasciava quando a tarda notte sedevo nel salotto deserto, illuminato soltanto dal luccicar dei tizzoni e dalla luna, sforzandomi di dipingere a me stesso scene immaginarie, capaci di fluir l'indomani in descrizioni multicolori sulla pagina fatta più limpida. Se l'immaginazione ricusava d'agire in un'ora come quella, il caso doveva esser disperato davvero. Il chiaro di luna in una stanza familiare, che cade così bianco sul tappeto e ne mostra così chiaramente le figure, rendendo ogni oggetto così nitido e insieme diverso da come appare al mattino o a mezzodì, è il tramite più confacente a un romanziere per far conoscenza coi suoi ospiti immaginari. Ecco la scenetta domestica della stanza ben nota: le sedie, ciascuna con la propria individualità a sé stante; la tavola al centro, che regge il cestino da lavoro, un paio di libri e una lampada spenta; il canapè; gli scaffali; il quadro alla parete; tutti questi particolari, visti così compiutamente, son spiritualizzati dall'insolita luce a tal segno, che paion smarrire la sostanza reale e diventar delle cose dell'intelletto. Nulla è troppo minuto o banale da non subire questo mutamento e conseguirne una dignità. La scarpetta d'un bimbo; la bambola seduta nella carrozzina di giunco, il cavallo a dondolo; in una parola, tutto ciò che durante il giorno fu strumento di lavoro o di svago, è ora investito d'un attributo di lontananza e stranezza, benché rimanga vividamente presente quasi come alla luce del sole. Così dunque il pavimento della stanza consueta è divenuto un territorio neutro tra il mondo reale e il regno del sogno, ove possono incontrarsi il Fantastico e il Vero, e imbeversi ognuno della natura dell'altro. Potrebbero entrare i fantasmi e non farci paura. Sarebbe troppo in armonia con la scena, se ci avvenisse di mirarci intorno e scoprire una forma diletta ma dipartita, ora quietamente seduta in un fascio di questo magico chiaro di luna, con un sembiante che ci fa chiedere a noi stessi se ha fatto ritorno di lontano, ovvero non s'è mai mossa dal nostro focolare. Il fuoco un po' smorzato ha un influsso essenziale nel promuover l'effetto che vorrei descrivere. Sparge la sua tinta discreta per la stanza, con barlumi rossastri sul soffitto e sui muri e un luccichio riflesso dal lustro delle suppellettili. Questa luce più calda si mischia alla fredda spiritualità dei raggi lunari e par infondere un cuore e sensazioni di tenerezza umana alle forme evocate dalla fantasia. Le muta da immagini di neve in creature. Se diamo un'occhiata allo specchio, scorgiamo nel profondo del suo circolo magico il rosso più fioco delle braci semispente, i bianchi raggi lunari sull'impiantito e una ripetizione degli sprazzi di luce e dell'ombre del quadro, in uno stadio più lontano dal reale e vicino al fantastico. Se in un'ora come quella e davanti a questa scena, un uomo seduto solo soletto non riesce a sognar cose strane e a farle sembrare verosimili, non dovrà mai provarsi a scrivere romanzi.
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