1 Cami-1

2044 Words
1 Cami Respira, Cami In giornate orribili come questa, iniziate male e destinate a finire peggio, vorrei soltanto chiudere gli occhi e sparire. Dissolvermi una cellula per volta, possibilmente nel silenzio più assoluto. Il cielo non voglia che, nel farlo, io infastidisca qualcuno... Non sto parlando di morire. Ho superato da un pezzo quegli interminabili giorni bui, nei quali la voglia di esalare l’ultimo respiro superava quella di vivere. No, io mi riferisco alla possibilità di diventare del tutto invisibile. Essere ancora viva – ammesso che la mia possa essere definita vita – ma capace di scegliere a chi mostrarmi e a chi no. Come Sue Storm dei Fantastici Quattro, solo molto più sfigata. Se ci riuscissi, potrei trovare il coraggio di rimettere piede fuori dalla mia stanza. Muovermi in completa libertà per tutta la casa, senza avere quelle due paia di occhi maligni puntati sempre addosso. Occhi che mi giudicano per i miei abiti sformati, per i miei capelli lisci come spaghetti, perché cammino in punta di piedi. Persino per il frastuono insopportabile dei miei respiri. Cito. Essendo invisibile, potrei risparmiarmi anche quelle giustificazioni che, alla fin fine, non interessano a nessuno, sebbene io mi affanni sempre a cercarle. Magari, potrei persino arrivare in strada, voltarmi un’ultima volta per dire addio e lasciarmi alle spalle ogni cosa. Tuttavia, dato che né la scienza né la fantascienza possono realizzare questo desiderio, mi accontenterei di essere una di quelle ragazze che in un accesso d’ira, non importa contro chi o perché, distruggono tutto. Rompono in mille pezzi ciò che ha la sfortuna di trovarsi sulla loro strada e lo fanno senza alcun rimorso. Si sfogano e dopo ripartono da zero. Una volta ci ho provato, però poi mi è toccato raccogliere i cocci del vaso che avevo scagliato a terra. Mi sono tagliata un dito, il sangue ha macchiato il tappeto immacolato del salotto – il preferito di mia madre Mimi – e… Be’, lasciamo stare. Altrimenti, ci sarebbe sempre l’opzione sgualdrine del weekend, come mia sorella Jenna definisce con disprezzo quelle festaiole che, da venerdì a domenica, vagano di club in club bevendo come spugne, fino a quando non svengono o non finiscono nel letto di qualcuno. Di vista, ne conosco diverse di ragazze così e le ho spesso invidiate. Ho provato anche a emularle, ma con risultati imbarazzanti, a voler essere generosi. In verità, la mia immensa sfortuna è quella di essere diversa da tutte quante loro. Essere semplicemente Cami. E non riuscire a essere nient’altro che me stessa, sempre e comunque. Perciò, invece di essere invisibile, fracassare mobili o saltellare ubriaca da un letto all’altro, me ne sto chiusa in camera mia da oltre tre ore. Sola e patetica. Inizio a credere che persino questa stanza ne abbia fin sopra i capelli di me. O dovrei dire sopra il tetto? Mah. Comunque, ho la netta impressione che le sue deprimenti pareti color carta da zucchero mi scrutino con disapprovazione, quasi vogliano rimproverarmi per la mia codardia. Il mio essere incapace di reagire, anche solo a parole. Ma che posso farci? Cos’altro posso dire, escogitare o inventarmi per non essere più quella che sono? Niente. Le ho provate tutte, senza alcun risultato apprezzabile. Non mi resta che vegetare. E infatti me ne sto seduta sul letto a gambe incrociate, immobile. Aspetto qualcosa, qualsiasi cosa. Un’imbeccata dall’universo, un consiglio inatteso da un call center… Gradirei molto un miracolo, anche se le mie preghiere, finora, sono sempre rimaste inascoltate. Il mio fedele, prezioso portatile è sulle mie ginocchia. Silenzioso e freddo, aspetta un input, uno qualunque. Le mie dita, però, sono come paralizzate sulla tastiera. Gelate dal dolore, incapaci di digitare una sola sillaba. Vorrei poter almeno piangere e invece niente, non ci riesco. Credo proprio che le ghiandole lacrimali mi si siano prosciugate da un pezzo. Sarà perché anch’io, come loro, sono prosciugata. Rassegnata allo schifo che la mia vita è diventata da anni: un continuo susseguirsi di dispetti, malignità e cattiverie, snocciolate a colazione, pranzo e cena. Talvolta, mi sento sputare addosso frasi talmente crudeli che chiunque, anche l’essere umano più stoico, ne uscirebbe a pezzi. Parole che come lame affilate calano all’improvviso sui miei sentimenti e ammazzano senza pietà ciò che mi resta dentro. Compreso quel poco di autostima che ho racimolato con fatica e che oggi, ne sono sicura, ho smarrito per sempre. Naturalmente, le autrici del mio quotidiano omicidio, cioè mia madre e mia sorella, sanno come sono fatta. Conoscono bene ogni mia debolezza e ne approfittano con una facilità che non cessa mai di stupirmi. Non appena intravedono una crepa nell’inutile armatura che tento di ricucirmi addosso dopo ogni loro attacco, ci s’infilano per demolirmi dall’interno. E ormai gli strappi sono così tanti e così profondi che non si vede più l’intero: solo le fratture che si allargano, facendo emergere un buio annichilente, accecante. Come se non bastasse, possiedono un fiuto eccezionale per individuare i momenti in cui mi sento più vulnerabile. Non sbagliano mai, mi puntano e colpiscono, precise come un cecchino. Il fatto è, però, che più il tempo passa, meno voglia di resistere mi resta. Questo loro lo sanno, così come comprendono le conseguenze di una mia eventuale dipartita. Eppure, non gliene importa nulla. Vanno avanti a oltranza, indifferenti tanto alla mia sofferenza quanto alle mie preghiere. Se solo riuscissi a fidarmi davvero di qualcuno, potrei parlare di ciò che mi affligge e cercare un qualche conforto, anche provvisorio. Purtroppo per me, la costante sfiducia che nutro verso il prossimo e la conseguente certezza di un tradimento mi bloccano. Mi paralizzano proprio. Più di questo, mi terrorizza la possibilità, neanche tanto remota, di non essere creduta. Vedere alla voce: madre e sorella. Con loro ho provato a parlare mille volte. Ho pianto, implorato, strisciato. Sì, ho fatto anche quello. Con il risultato di essere definita falsa, bugiarda, addirittura millantatrice. Con Aidan e Becca, i miei migliori amici, nonché gli unici che mi siano rimasti, ho tentato un’unica volta, tempo addietro. Anche in quel caso, le mie numerose fobie ebbero la meglio. Divenni di un ridicolo rosso aragosta, le parole mi rimasero incastrate in gola e, gran finale, ebbi un attacco d’ansia. Da quel giorno, ho lasciato perdere. Loro, però, non sono stupidi e hanno intuìto che razza di mostri siano le due donne con cui convivo. Per questo mi ripetono che dovrei andarmene via da qui prima possibile, che non ha senso sopportare ciò che sopporto. Ma io non posso ed è questa la cosa peggiore. Non riesco ad andare via. I miei amici non conoscono il mio passato, perciò non capiscono cosa sia a legarmi a questa casa che sento estranea, a questo avanzo di famiglia che non mi vuole e per cui sono un peso. Ma io lo so. Io ricordo ciò che ho fatto. Ciò che mi è stato fatto. Ed è per questo che, anziché preparare armi e bagagli una volta per tutte, continuo a fare la larva sul mio letto. Oggi, però, questo equilibrio precario è venuto meno, facendomi precipitare nell’ennesimo abisso di disperazione quando mia madre, guardandomi come fossi un rifiuto umano, ha sputato: “Avrei dovuto abortirti. Sarei stata più felice.” Non ha urlato, l’ha detto come fosse una mera constatazione. E per cosa, poi? Le avevo solo pestato un piede, mentre mi allontanavo dal frigo. Non l’avevo sentita arrivare, mi sono mossa e le sono finita addosso, niente di grave. Il primo contatto che avevamo da anni, per quel che ricordo, e lei si è ritratta come se le facessi ribrezzo. Ed è così, lo so per certo. Dopo qualche secondo di sguardi minacciosi, si è ricordata di fingere di essersi fatta male al piede, che in realtà le ho solo sfiorato con le mie ciabatte extra pelose. E dalla sua gola è sgorgata quella frase. Chissà da quanto ce l’aveva in serbo! Sono sicura che se le scriva su un quaderno, perché non sono mai le stesse. Magari, la fantasia l’ho eredita proprio da lei… Sarebbe davvero paradossale. Poco distante c’era Jenna, che ha visto e sentito tutto, ma non si è schierata dalla mia parte, figuriamoci. Ha concordato con lei, sospirando e imitandone l’espressione sprezzante. Anche la mia sorellina vorrebbe che non esistessi, che sparissi per sempre dalle loro vite. Solo che non posso. Non posso andarmene io, non possono mandarmi via loro. Siamo incastrate in questo labirinto perverso senza uscita, incapaci di separarci. Lo sanno entrambe, per questo s’incattiviscono sempre di più. Loro sono la mia catena. Io la loro. Dunque, eccomi qua. Emarginata, disperata e sempre più disillusa. Cami Holland, di professione scrittrice. Il rosa e l’erotico sono i miei generi, ma ci sarebbe da ridere, se si sapesse la verità su di me. In ogni caso, sono sulla via del fallimento o del pensionamento anticipato, volendo, visto che da ben sei mesi non scrivo neanche uno scarabocchio. Ah, tra l’altro ieri era il mio venticinquesimo compleanno, trascorso nell’indifferenza totale di chi ho accanto. Aidan e Becca, per la verità, avrebbero voluto festeggiare portandomi nel nostro pub preferito di Seattle, un localino con musica dal vivo e i migliori cheeseburger della città, ma lavoravano entrambi, quindi abbiamo rimandato. Un quarto di secolo se n’è già andato e io ho la sensazione di non aver ancora realizzato niente di vero, di concreto, né ho capito come poter sistemare la mia vita. Come riparare ciò che si è rotto tanto tempo fa, forse proprio per causa mia, come sostiene convinta mia madre… Magari ha ragione lei. Sono io la causa della nostra reciproca infelicità. Dovrei togliermi di mezzo e lasciare che lei e Jenna siano felici, senza di me. Mi guardo i polsi, così esili e pallidi da ricordare quelli di una bambina malata. Le mie vene hanno la forma di un lungo albero rinsecchito, sui cui pochi rami non resta più nemmeno una foglia. Sarebbe così facile… Basterebbe un attimo, un piccolo taglio, e tutto avrebbe fine: le ripicche e gli insulti, gli incubi notturni e la depressione, e poi quel vuoto freddo e oscuro che mi chiama a sé giorno dopo giorno, anno dopo anno… Qualcosa, però, si ribella dentro di me. Un barlume di speranza, un accenno di coscienza. Non è questo ciò che voglio. Io voglio vivere, amare, essere amata. Solo che… Solo che non ho quasi più forza per oppormi all’inevitabile. Sto per soccombere al dolore ed ecco che il groppo che ore fa mi si è formato in gola inizia a espandersi, a soffocarmi. Ci risiamo. Ehilà, ansia, da quanto tempo! Non mi eri mancata affatto, sai? Anzi, se non ti dispiace, torna un’altra volta, perché avrei da fare una cosuccia… Se non mi do una mossa e non la fermo in tempo, finirà male. Meglio che torni a concentrarmi sul monitor. “Ma che…” esclamo, stupita. Persa nel mio soliloquio interiore, mi accorgo solamente adesso che le mie dita, in effetti, si sono mosse. Hanno scritto decine di volte la parola libertà su un’intera pagina di Word. E vorrei tanto sapere che senso ha, perché non sarò mai davvero libera. Finché resterò qui, prigioniera in una villa sfarzosa in cui tutto e niente mi appartiene, la mia esistenza continuerà a scivolarmi tra le dita. Altri mesi, altri anni, altri compleanni passeranno, e io li avrò trascorsi a parare i colpi, a medicarmi da sola le ferite che nemmeno la cara dottoressa Leonard, ormai, potrebbe tentare di guarire. Tenace, dolce dottoressa Leonard! Credo si chiamasse Anne, non ricordo bene. In compenso, ricordo che fu l’unica a credermi, quando accennai a ciò che mi era successo. Non mi accusò di mentire, non dovetti implorarla affinché desse per buone le mie parole. Con lei avrei avuto una speranza di guarigione. Purtroppo, però, subito dopo ci fu un intervento imprevisto di mio nonno, un despota che avevo incontrato in rare occasioni e che, essendo contrario al matrimonio dei miei, ci aveva sempre trattato con indifferenza. Risolse la questione a suon di mazzette e con un tale pugno duro che nessuno ebbe il coraggio di opporsi al suo volere. Neppure la polizia. La dolce dottoressa Leonard fu subito rimossa dall’incarico. E da allora io rimasi imprigionata nel mio dolore, lo stesso che ancora adesso m’impedisce di rifarmi una vita per conto mio.
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