1 Cami-2

2052 Words
In un accesso irrefrenabile di rabbia contro tutto ciò che poteva andare bene e invece si è rivelato un vicolo cieco, mi strappo gli auricolari e li lancio per aria. Libertà? È un miraggio. Guarigione? A volte mi sento così depressa che preferirei credere a mia madre, anziché alla mia stessa coscienza. Cancella, cancella, cancella… A furia di spingere sui tasti rischio di romperli. Potrei selezionare l’intera pagina e via, ma che fretta c’è? Non ho nient’altro da scrivere. Anzi, magari potessi cancellare con la stessa facilità gli ultimi quindici anni! Spazzarli via come se non fossero mai esistiti. Resettare la mia squallida esistenza e tornare a… Cosa? Oh no, non di certo a com’era prima. Quell’incubo è finito, grazie tante. Peccato che sia l’unica a pensarlo. D’un tratto, vengo distratta dalle urla giocose di Jenna. Provengono dalla piscina, dove lei e le sue amiche se la stanno spassando da un po’. È l’ultimo giorno di settembre, il tempo non è un granché, ma la piscina è coperta e riscaldata e loro non hanno bisogno di un motivo per festeggiare. Ne hanno sempre a bizzeffe. A volte le invidio. Deve essere bello non avere l’ansia che ti divora o la depressione che ogni tanto ti fa desiderare di lanciarti giù dalla cima di un palazzo. Più spesso, a solo scopo ricreativo, immagino di scendere da loro, staccare la presa alla mega consolle che Jenna ha voluto a tutti i costi acquistare, e urlare a squarciagola: “Fuori da qui, buone a nulla! Sì, dico anche a te, Jenna! Mettiti addosso dei vestiti decenti e trovati un lavoro vero!” Almeno per un attimo, godrei nel vedere la sua faccia mortificata, la sua espressione furibonda e quei suoi occhi da cerbiatta assassina in versione Bambi serial killer. Dopo, però, i sensi di colpa mi divorerebbero, perché io… sono io. Sono debole, emotiva, fragile e lei è la mia dannata sorella minore, dopotutto. Per non parlare del fatto che Mimi mi piomberebbe addosso come un falco per difenderla e ne approfitterebbe per ripetermi per la milionesima volta che sono l’errore più grande della sua vita. Vengo persino prima di mio padre, il che è incredibilmente ironico. Mi ritrovo un sapore ferroso in bocca e capisco di essermi morsa le labbra a sangue. Un’altra volta, accidenti! Me le succhio, ci passo la lingua sopra e tento di non pensarci più, ma quel saporaccio non vuole saperne di andarsene e finisce per darmi la nausea. Non avrei dovuto rimuginare così sul passato. Adesso fatico a mantenere il respiro regolare, a restare lucida. Provo lo stesso a concentrarmi sullo schermo, dove il documento Word è di nuovo bianco, pronto a essere riempito di frasi super accattivanti. O che in teoria dovrebbero risultare tali. Forza, Cami. Fatti venire un’idea, una qualsiasi. Non importa se non sarà la più geniale di tutte. Basta una frase, un concetto minimo da sviluppare più avanti, quando sarai tornata in te. Avanti, dai. Giusto una parola. C-a-z-z-o. No, questa non è la parola giusta, solo l’imprecazione che sempre più spesso mi lascio sfuggire in questo periodo. Devo ammetterlo, sono completamente esaurita e insieme a me si è esaurita la mia creatività. Ma c’è di peggio: entro capodanno, dovrò consegnare un romanzo intero e io non ho ancora buttato giù mezza riga. Come farò a dirlo alla mia editrice? Semplice: non glielo dirò. In effetti, sto diventando abbastanza brava a evitare l’argomento, ogni volta che mi contatta. Soprattutto, sto cercando di non incontrarla mai di persona, perché dal vivo le basterebbe un’occhiata per capire che sono nei guai. Che non ho un’idea buona neanche a pagarla. Che non dormo, ma pesci non ne piglio lo stesso. Sapevo che prima o poi sarebbe capitato. È il karma, o la legge di Murphy, più probabile. In fondo, è anche normale. Dopo aver scritto dieci bestseller in quattro anni, romanzi applauditi da pubblico e critica, la mia mente è esausta. Sarò arrivata a fine corsa, chissà. A pensarci bene, il giorno in cui la mia carriera è decollata somigliava molto a questo. Avevo avuto l’ennesima litigata epica con Mimi e Jenna. I motivi? Gli stessi di sempre. Sono la causa della loro rovina, la pecora nera della famiglia e bla bla bla... Dopo avermi urlato a perdifiato che speravano che un camion mi investisse perché avevo rovinato la loro splendida esistenza, mi ero rifugiata nella minuscola camera che dividevo con Jenna all’epoca. Telefono in mano, mi ero domandata cosa fare. Cercare la più vicina stazione degli autobus? Un metodo veloce per suicidarmi? Le opzioni erano molte, tutte abbastanza tragiche. Invece cosa feci io? Aprii i********:. Becca e Aidan mi supplicavano da giorni di dare un’occhiata ai loro nuovi profili e così, un po’ per noia un po’ per disperazione, m’iscrissi anch’io. In quel periodo ero nella mia fase rossa. Come Picasso, mi fissavo su un colore e ne facevo la mia ragione di vita, almeno per alcune settimane. Perciò, d’istinto pensai che lo pseudonimo Poppy Red mi calzasse a pennello. Solo che non avevo foto sul mio cellulare. Incredibile, vero? Eppure giuro che è così. In compenso, avevo centinaia di frasi scritte qua e là nell’app delle note. Pensieri confusi, sconnessi, crudi. Così, anziché mostrare al mondo social che non ero figa e che non me ne fregava niente, iniziai a scrivere a ruota libera. Una volta pubblicato il primo post-fiume sotto la foto di un bellissimo papavero trovato su Internet, chiusi tutto e me ne dimenticai. Mi ero sfogata, non mi serviva altro. Ma i miei due amici, a mia insaputa, aggiunsero numerosi tag tra i commenti e lo condivisero dappertutto, anche su un sito su cui si stava tenendo un contest di scrittura. Quando una settimana dopo tornai per scrivere il secondo post, mi accorsi di avere già quasi tremila followers. Saranno pazzi o sfigati come me, mi dissi. E come spesso mi accade, nemmeno allora valutai a fondo le conseguenze delle mie azioni. Agii d’istinto e scrissi un altro lungo post, una confessione senza filtri sul mio malessere esistenziale, senza scendere troppo nei dettagli. Due giorni dopo, i followers erano diventati diecimila. Una follia, davvero. Per farla breve, nell’arco di un mese ne avevo già racimolati centomila, che scrivevano, commentavano e indagavano senza sosta su di me. Mi rivolgevano domande di ogni tipo, dalle più banali alle più piccanti. Per non parlare dei messaggi in privato. Molti, a dire il vero, coglievano la palla al balzo per parlare dei loro problemi, ma avevo l’impressione che volessero scaricarli su di me e io ne ero sopraffatta. Non avevo forza per me stessa, figuriamoci da dare a degli estranei. Non ero in grado di gestire tutta quella popolarità, così disattivai i commenti, sperando che andassero via. Che mi lasciassero in pace anche loro, invece di chiedermi chi fossi, cosa facessi o perché non volessi farmi vedere. Be’, non funzionò. Continuavano a crescere senza sosta, a volere di più. Sembravano affamati del mio dolore, della mia sofferenza. Più io stavo male, più loro ne godevano. O almeno quella era stata la mia prima impressione. Alla fine, vinsi il contest, ottenni in premio un bell’attestato, e capii che si era innescato uno strano legame tra me e i miei seguaci. Non era il dolore in sé, ma le mie parole ad attrarli. La forma, spesso più del contenuto. Così mi feci coraggio e sperimentai un po’, cambiando argomento e inventandomi man mano una personalità molto più eccentrica di quella reale. L’audace, irresistibile Poppy Red. Ne rimasero tutti incantati. I miei racconti di fantasia erano musica per le loro orecchie, mentre per me erano… facili. Facili da inventare e da scrivere. Un hobby che non aveva alcuna finalità, se non quella di darmi uno sfogo. Aiutarmi nella creazione di un mondo nuovo in cui non ero obbligata a essere la pallida, magra, inutile Cami. Una realtà parallela, dove nessuna delle mie ansie poteva raggiungermi e, per certi versi, potevo reinventarmi. Non mi aspettavo che tra i followers ci fossero anche i numerosi agenti letterari che, dopo avermi notata nel contest, iniziarono a subissarmi di richieste, né colei che sarebbe diventata la mia editrice, Olivia Barker. L’unica che non provò in alcun modo a lusingarmi o a illudermi con false promesse. Sei un cazzo di bluff o sei vera? Fatti viva, quando hai deciso, ragazzina! mi scrisse. In qualche modo, aveva colto l’esatto interrogativo su cui continuavo disperatamente ad arrovellarmi, cioè chi ero io? Come facevo a sentirmi più viva come Poppy Red che come Cami? Avevo il diritto di parlare, di essere, di vivere? Lo avevo davvero, dopo ciò che avevo osato fare alla mia famiglia? Quando cercai il suo profilo, m’innamorai subito del modo in cui mandava tutti a quel paese. Non aveva filtri e mi sembrava… Non so, libera. Libera come io non ero, e non sono neanche adesso. Ci vedemmo per un caffè nel bar dove lavora Becca e boom, due giorni dopo firmai il mio primo contratto. Da quel momento in poi, la mia vita divenne un turbinio di emozioni, una giostra che andava veloce e, a tratti, mi sbalzava fuori esausta. Anche oggi ho solo un vago ricordo di quei giorni. Una memoria sfocata, in cui mi vedo china sul mio computer notte e giorno, piena di adrenalina e di speranza. Una speranza ingenua, pura, capace di tenermi sveglia più del mio adorato caffè. Contro ogni mia più rosea aspettativa, mi ritrovai catapultata in vetta alle classifiche non appena il libro fu pubblicato, ma peccai di ingenuità e commisi un errore madornale, che tuttora rimpiango: raccontai ogni cosa a Mimi e Jenna. Credevo davvero che sarebbero state fiere di me. Che avrebbero smesso di tormentarmi e mi avrebbero vista con occhi diversi, più clementi. In effetti, dal giorno alla notte, decisero che non facevo poi così schifo. Che, nonostante tutto, avevano bisogno di me, ma unicamente perché ridessi loro ciò che avevano perso per colpa mia. Non vuoi il nostro perdono, Cami? Non desideri che torniamo a essere una vera famiglia? Certo. Il problema era che l’unica a volerlo ero io. Così, agli insulti cominciarono ad alternare il ricatto morale, in un ciclo perenne che mi lasciava sempre più demoralizzata. E nonostante io continui ancora oggi a rappresentare per loro un’assoluta nullità, Poppy Red è diventata invece la loro finanziatrice, la loro personale spacciatrice del lusso. Tutto ciò che desiderano, qualsiasi cosa sia, Poppy glielo compra. Deve comprarglielo. Non c’è limite alle spese, se è il mio alter ego letterario a pagare. Ma anch’io, Cami, pago, e non in denaro, bensì con parti della mia anima che non riavrò mai più indietro. Se devo essere onesta, all’inizio accettai subito e di buon grado che le cose andassero così, perché mi parve comunque un enorme miglioramento e perché non ho mai avuto interesse per il denaro. Condividere con loro ciò che guadagnavo non era un disturbo. Alla lunga, però, compresi quali fossero gli effetti negativi della mia generosità, perché comprare ogni settimana vestiti griffati nelle migliori boutique, auto nuove di fabbrica o telefonini che costavano quanto un rene sul mercato nero degli organi non era abbastanza per loro. Non lo è mai neanche oggi, dopo anni di sperpero. Pretendono di più, costantemente, senza vergogna. Sono come due sanguisughe, due vampiri cattivi che non si staccano mai dalla mia giugulare, anche se ormai di sangue ne è rimasto poco. Sì, perché il mio conto in banca è più florido che mai, ma io mi sto estinguendo. Fingono di non capire che sono stanca, che tentare di andare d’accordo con loro è un’impresa quotidiana che mi sfinisce, mi logora dentro e fuori. Né sanno che il calderone di parole da cui attingevo per creare i miei romanzi d’amore è ormai vuoto. Mi ci sono rannicchiata dentro a rimuginare, visto che non riesco più a piangere. E stamattina, guardandomi dentro, ho capito con impressionante lucidità che sono finita, fottuta, andata. Non solo non aspiro più a niente, ma non trovo ispirazione da nessuna parte. Sono un fiume asciutto, un deserto senza oasi, un barattolo vuoto, dopo che con le dita ho raccolto ogni grammo della marmellata che conteneva. E non so come dirlo a Olivia, come dirlo alle mie lettrici. Come accettare che avevo una splendida occasione e che, in qualche maniera, sono riuscita a rovinare anche questa.
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