1 Cami-3

2230 Words
Il groppo nella mia gola d’un tratto diventa un grumo acido e soffocante. La nausea è già inarrestabile. I palmi iniziano a sudarmi e un freddo incredibile mi assale, nel tentativo di reprimere la necessità di correre in bagno. I brividi che mi sferzano pelle e anima sono così intensi che tremo e mi stringo nella felpa. Sollevo la cerniera fin sotto il mento ma niente, il tremore aumenta. Nemmeno scivolando sotto le coperte riesco a liberarmene. I denti cominciano a battere forte, ho il cuore in gola e sento che… che morirò. Che andrà tutto in malora e io morirò, sì, perché senza la scrittura non ho niente. Non sono niente. Non ho più niente da offrire a nessuno. Un immediato, acuto dolore allo stomaco mi fa attorcigliare le budella. Ho un conato, mi sporgo di lato, ma è un falso allarme. Mi sforzo di mettere in pratica quegli esercizi di respirazione che ho provato di recente e sembra che funzionino. Poi, sento delle voci stridule arrivare dalla piscina. “Dov’è Cami?” chiede un’amica di Jenna a mia madre. “Cami, chi?” risponde lei, sprezzante. La loro grassa risata mi umilia e annulla ogni mio sforzo per resistere all’ansia. Si prendono gioco di me proprio adesso, quando già sono a terra. E il senso di costrizione che ho nel petto esplode in un vero e proprio attacco di panico. La gola mi si riempie di acido e, scossa dai conati, mi precipito giù dal letto. Incespico nelle mie pantofole pelose, ma riesco a raggiungere il bagno. Mi sporgo sul water e vomito per lunghi minuti, fino a non avere più niente da dare. Poi tiro lo sciacquone e mi accascio di lato, urtando la testa contro le piastrelle. È questa la mia vera vita. La mia stupefacente quotidianità. Nonostante sia così debole da non reggermi in piedi, dopo un po’ riesco a raggiungere il lavandino. Faccio degli sciacqui e bevo dell’acqua per reidratarmi, però non è finita, lo sento. L’attacco di panico è ancora qui, insidioso, agguerrito, che cerca di avere la meglio su di me. Per non dargliela vinta, frugo nel vicino armadietto e cerco di svitare una confezione di calmanti. Spero che ne siano rimasti un paio, ma non riesco ad aprire il flacone. Le mie dita scivolano sul tappo più e più volte, finché non mi si spezza un’unghia e il dolore mi manda del tutto fuori di testa. Proprio allora sento il telefono in camera che squilla. Uprising dei Muse mi svela l’identità del chiamante, anche se non posso rispondere adesso. Sto ancora cercando di aprire il flacone e purtroppo nemmeno avvolgerci intorno un asciugamano funziona. Quel dannato aggeggio non si svita. Alla fine mi arrendo, lo scaglio nella vasca e me ne torno a letto, sempre più ansimante, sempre più disperata. Perché a me? Perché non passa, non passa mai, quest’orribile sofferenza? Mentre le solite domande mi vorticano in testa facendo aumentare a dismisura la mia angoscia, il telefono riprende a squillare. Se fosse stato chiunque altro, inclusi i miei amici, non avrei risposto. Ma all’unica parente che non mi abbia mai voltato le spalle e che ha creduto sin dall’inizio alla mia versione dei fatti, non farei mai un simile sgarbo. “P-p-pronto, z-zia?” balbetto senza fiato. “Respira, Cami, respira, ti prego.” Mentre mi incita, respira anche lei. Siamo tutte e due in affanno e la cosa non mi pare neanche più strana. So che sembra incredibile, ma se una delle due soffre, l’altra lo avverte in maniera netta e precisa. Negli anni, abbiamo cercato una spiegazione logica, scientifica. I dottori la chiamano empatia intersoggettiva, alla base della quale c’è un elemento, un’esperienza in comune. Noi ci siamo convinte che sia per via del nome: ci chiamiamo entrambe Camelia, solo che io ho ereditato la prima parte, lei la seconda. Da tempo, tuttavia, sospetto che, dietro a questa stranezza, ci sia una maledizione identica. “M-mi d-dis…” “Lo so” mi rassicura, stringendo i denti. “Non è colpa tua, tesoro. Respira a fondo. Concentrati su qualcosa di bello. Il sesso, per esempio. Hai fatto sesso di recente?” Io, sesso? Due parole che non possono coesistere nella stessa frase. Il che è assurdo, pensando che scrivo scene d’amore così convincenti che diversi canali televisivi si stanno contendendo i diritti sui miei libri. La verità è che ho il medesimo desiderio sessuale di un mammuth estinto, ma questo le mie lettrici non lo sanno, ci mancherebbe! È proprio vero quello che si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna. O nel mio caso, scrive. Comunque, se la memoria non m’inganna, è successo due volte in cinque anni e solo da ubriaca. Questo lei lo sa perfettamente, così come conosce la ragione di questa mia inquietante pratica saltuaria, anche se si è sempre guardata bene dal rimarcare quanto sia sbagliato e pericoloso fare sesso in quello stato, visto che lo so da me. “N-no” rispondo, scuotendo il capo, neanche potesse vedermi. “Mmh, peccato. Dovresti farlo, perché il sesso stimola il rilascio di sostanze come la dopamina e la serotonina, che aiutano a sentirsi meglio, più sereni, più felici. Lo dice la scienza, non me lo sto inventando. Io l’ho fatto ieri. Sapessi cos’è successo ad Andrew!” Andrew Harvey è il suo ultimo compagno, un aitante pittore maori di terza generazione. Bello e intelligente, la tratta come una regina e guai a lui, se non fosse così. Inoltre, è molto socievole ed è proprio lui ad avermi fornito l’ispirazione primaria quando creai Dax, uno dei personaggi di maggiore successo della mia carriera. Non che i due si somiglino più di tanto… È solo che, spinta dalla curiosità sui Maori e sulle loro particolari usanze, ho voluto conferire a Dax la medesima origine e, come da prassi letteraria, un’infanzia travagliata. Andrew, invece, non parla spesso della sua famiglia, almeno non con me. È più giovane di Lia, che è una quarantenne splendida, eccentrica e pluridivorziata. La loro relazione va avanti da alcuni anni ed è molto solida. Di sicuro, lui sta durando più di quelli che lo hanno preceduto. Anche a letto, parola di mia zia. Con una disinvoltura che le invidio, Lia comincia a raccontarmi che lo hanno fatto durante una festa a casa di amici, nella loro stanza dei formaggi. Non so cosa sia e neppure ci tengo a saperlo. Fatto sta che, tra un Camembert e un Roquefort, ci hanno dato dentro come conigli assatanati. Ne sono usciti due ore dopo, infreddoliti e con i capelli gonfi, causa condizioni climatiche del locale di stagionatura. Inevitabilmente, scoppio a ridere. Mia zia, che è riccia di natura, avrà avuto una pettinatura molto afro, mentre il povero Andrew, fiaccato dalla lunga prestazione, a quanto pare ha ceduto a un assaggio di quel ben di Dio che aveva sotto gli occhi. Di conseguenza, ha iniziato a sganciare delle bombe capaci di surclassare Hiroshima. Intolleranza al lattosio, dice mia zia. Molto grave, ma se la caverà. “Grazie” le dico con riconoscenza, quando riesco a calmarmi. Tremo ancora, ma sta passando. Respiro meglio e non ho più quella terrificante sensazione di morte imminente, che sempre mi travolge durante questi attacchi di panico. “Non ringraziarmi. Tu e io siamo unite, lo sai, nel bene e nel male. Però adesso dimmi, cos’è successo?” “Il solito…” rispondo, vaga. Non me la sento di raccontarle l’accaduto. Le parole di mia madre fanno già abbastanza male nella mia testa, non ho il coraggio di ripeterle a voce alta. Meglio dimenticare. E poi figuriamoci se le elencassi gli insulti successivi… Le voci delle ragazze in piscina diventano moleste, come la musica che Jenna ha deciso di pompare al massimo. Fortuna che la nostra villa è abbastanza isolata, altrimenti litigheremmo di continuo con i vicini. “Sono le due streghe, quelle che fanno casino?” “Sì, purtroppo. Scusa.” Mi affretto a raggiungere la finestra socchiusa, tuttavia commetto l’errore di lanciare un’occhiata di sotto. Mimi e Jenna ballano abbracciate, complici. Si somigliano così tanto che mi fa male il cuore nel vederle, entrambe con quei fluenti capelli castani, i fisici snelli e tonici, una personalità che affascina. A patto, certo, che non le si conosca bene. Io, purtroppo, somiglio di più a mio padre, perciò sono rossa, alta e secca come uno spaventapasseri. Vicino a loro, le amiche bevono champagne e mangiano grossi, succulenti gamberi argentini. So da dove provengono perché Jenna ne stava parlando stamattina. Ce ne sono vassoi interi, e ci sono anche caviale e champagne di marca. Spendono soldi come se piovessero dal cielo. Ma sono i miei soldi, non i loro. “Cami, per quanto ancora andrai avanti così?” chiede Lia, ridestandomi dalle mie amare considerazioni. “Non molto” ammetto, strofinando la mia pancia vuota. I gamberi sembrano invitanti. Ho fame e nausea allo stesso tempo. “Non so cosa fare. Io…” Di nuovo, fatico a incamerare aria nei polmoni. “Tu, cosa? Dimmelo, sai che con me puoi parlare.” È vero, verissimo. Ma dannazione, anche questo fa un male cane! “Non sono loro. O meglio, lo sono, però… Accidenti, non riesco più a scrivere” sbotto, accasciandomi a terra. “È finita. La mia vena creativa è completamente secca.” “No, non lo è!” si oppone lei con veemenza, di nuovo carica come una molla. “Sei solo bloccata, nient’altro. Il problema è che vivere in quella casa, con quelle due, ti sta facendo ammalare e questa è una questione molto più seria, che va risolta prima che sia troppo tardi. Devi andartene da lì, adesso!” Strizzo gli occhi e mi massaggio la fronte. Rabbrividisco al solo pensiero. “Se lo faccio, sai cosa succederà.” Prima gli insulti, poi le lacrime, quindi i sensi di colpa. Con la non trascurabile differenza che questi ultimi sono sempre e solo i miei. “Lo sai bene anche tu! Vuoi continuare per anni con la stessa solfa? Tesoro, non può andare peggio di così! Comunque, se sei preoccupata che ti facciano delle scenate, inventati una scusa plausibile. Comunica che sei stata invitata a un importante ritiro per scrittori e poi corri come un razzo in aeroporto.” “Per andare dove?” mormoro, perplessa. “Che domande! Per venire qui da me, a Perth!” Perth, Australia. Una città che ho sempre visto in foto, mai dal vivo. Lia ci vive da sola da quando era ragazzina, non ho mai saputo perché. Né per quale motivo mio padre e i miei nonni si rifiutassero di averci a che fare. Lei, però, viene a farmi visita una volta all’anno. La settimana più bella è quella in cui possiamo parlarci faccia a faccia e mi tratta come se fossi sua figlia, non sua nipote. “Anche volendo, non ho il visto, come faccio? Ci vogliono giorni per ottenerlo!” “Non se chiamo il mio avvocato. So che possiamo ottenerlo in un’ora.” “Addirittura…” “Ma sì, quello è il problema minore. La vera domanda è: tu vuoi venire qui?” Comincio a pensarci con una certa frenesia, non perché abbia paura di volare, ma perché non avevo preso in considerazione l’idea. E agire così d’impulso non è mai un bene per me. Ho bisogno di avere il controllo sulle mie decisioni, sulla mia piccola, mediocre realtà. Solo così riesco a sentirmi al sicuro. D’altro canto, Lia ha ragione. Peggio di così non può andare. “Dici che il viaggio potrebbe sbloccarmi?” “Ci scommetto le mie mazze da golf e tu sai quanto tengo a quei benedetti ferri! Adesso alzati, datti una ripulita e prepara la valigia. Al biglietto penso io!” “Aspetta” la interrompo. “Come fai a sapere che sono a terra e non in piedi?” Lia ridacchia e riesco a visualizzarla, mentre gioca con i suoi lunghi riccioli. È come se ce l’avessi davanti e suppongo che per lei sia lo stesso. “Ancora non lo hai capito, Cami, che tu e io siamo culo e camicia? Ti conosco come conosco me stessa. Per questo so che sei avvilita, letteralmente abbattuta. Ma so anche che, quando sarai qui, le tue preoccupazioni svaniranno e tornerai a scrivere come se non avessi mai smesso. Sarai un fiume in piena!” “Spero che tu abbia ragione, perché sono alla frutta.” “Be’, visto quello che ti tocca mandare giù in quella casa, penso che ti serva un bel digestivo!” replica, entusiasta. “Allora, vieni?” Malgrado le mie perplessità e il terrore di non riuscire mai più a scrivere una frase di senso compiuto, l’istinto prevale sulla ragione. “Ci vediamo domani!” confermo. Mentre io incrocio le dita, sperando di non commettere un errore madornale, Lia esulta e credo persino che si metta a ballare. Dice che mi scriverà a breve, per darmi conferma e dettagli del volo. Quindi, ci salutiamo e per un lungo momento resto a fissare il mio computer, ai piedi del letto. Si è scaricato, proprio come me. Forse fare questo viaggio mi aiuterà davvero. Lo spero, perché altrimenti… Be’, Mimi e Jenna dovranno dire addio al loro dispendioso stile di vita. E io ricomincerò ad avere rimorsi così enormi da non riuscire più a respirare. Né, per quel che vale, a vivere.
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