2 Cami

3111 Words
2 Cami Chiaro di luna Dopo quasi ventisette ore di viaggio, finalmente sono arrivata a Perth. La città, in apparenza, è simile a tante altre metropoli. Grattacieli, traffico, turismo: tre volte check. Ciò che la rende unica è che è anche la più isolata al mondo, circondata com’è dall’Oceano Indiano da un lato e dalla lussureggiante, incredibile natura australiana dall’altro. Un vero paradiso in terra. Un luogo con un’alta qualità di vita e mille opportunità lavorative in autentico stile australiano. Non mi stupisce, perciò, che mia zia abbia deciso di trasferirsi qui, quando aveva appena diciotto anni. Ciò che mi meraviglia è che lo abbia fatto senza l’appoggio della sua famiglia, tantomeno quello economico. Se fosse rimasta a Seattle, gli agi non le sarebbero mancati. Qui, invece, dovette rimboccarsi le maniche. Svolse molti lavori occasionali, prima di riuscire a laurearsi in Storia dell’Arte. Nel frattempo, collezionava ben quattro mariti, ciascuno dei quali l’ha fatta molto soffrire. Eppure, a guardarla adesso, seduta sul sedile accanto al mio, nessuno ci crederebbe. È calma, rilassata, felice. L’amore la rende radiosa e mi accorgo di trovarla più bella, rispetto all’ultima volta che mi ha fatto visita a Seattle. Indossa uno sgargiante abito rosso, aderente nei punti giusti. Guida con disinvoltura, lanciandomi di tanto in tanto sguardi compiaciuti. “Sono papaveri, quelli?” chiedo, indicando i fiori disegnati sul tessuto frusciante. “In tuo onore. O meglio, del tuo alter ego” risponde, facendomi l’occhiolino. Poppy Red ne è gratificata, ma è ancora apatica e se ne sta ben rintanata dentro di me. Partecipare alla conversazione non le interessa. Lia, intanto, guida sicura nel traffico sostenuto e io non posso fare a meno di osservarla con attenzione. Le videochat non rendono giustizia agli splendidi riflessi mogano dei suoi capelli, che ha tinto ma che in realtà sono di un rosso biondiccio simile al mio, né ai suoi occhi cerulei, uguali ai miei. Purtroppo, anche a quelli di mio padre, Jeff Holland. Vorrei dimenticarmi di questo particolare, ma è impossibile. Rivedo i suoi ogni volta che mi trovo davanti a uno specchio, cosa che infatti faccio capitare di rado. “Tesoro, sei vestita un po’ troppo pesante” mi fa notare. “Dovresti almeno aprire un po’ la felpa, non credi?” “In aereo l’aria condizionata era al massimo, sento ancora un po’ freddo” mi giustifico. In realtà, il gelo che ho nelle ossa non ha niente a che vedere con il viaggio. Prima di partire, ho detto a Jenna che andavo via per qualche tempo e lei ha semplicemente agitato una mano, come se stesse scacciando una mosca fastidiosa. Si è voltata ed è tornata dalle sue amiche, da sua madre. Sua, non mia, ormai. Mi domando se e quando lo sia mai stata. È assurdo che mi tratti in questa maniera. Se penso che tutto ciò che ho fatto è stato per lei, per salvarla, per impedire che… Il respiro mi si blocca in gola e annaspo. Il mio cuore si ribella, accelera i battiti, implorandomi di reagire. I pensieri, quei pensieri, mi causano sempre ansia, e dopo l’ultimo attacco di panico era anche prevedibile che ne avrei avuto un altro, ma non me l’aspettavo. Non adesso, non qui, accidenti! Abbasso il finestrino, mi slaccio la cintura di sicurezza e mi sporgo quasi del tutto fuori per timore di vomitare in auto. Provo a respirare, a concentrarmi su qualcosa di diverso. Qualcosa che non siano Jenna, mia madre o peggio, mio padre. La mano di Lia mi accarezza la schiena, muovendola su e giù in modo rassicurante. Lei è la mia roccia, il mio punto fermo. Il legame tra noi mi ricompensa di ciò che nella vita mi manca. Ma, in qualche maniera, ho bisogno che non sia così. Perché poggiarmi sempre a lei quando rischio di cadere non va bene. Devo poter contare su me stessa, iniziare a credere di poter fare ciò che desidero senza rete di sicurezza. In fondo, tutti cadono di tanto in tanto, ma si rialzano, e senza che nessuno li aiuti. Perché per me dovrebbe essere diverso? “Va meglio?” mi sussurra, dopo un po’. “Sì, grazie. La nausea sta passando.” Mi risiedo meglio e sorrido, anche se l’effetto non sembra essere molto rassicurante per Lia. Il suo sospiro me ne dà la prova. “Cami, tesoro, sai che, oltre a essere la tua fan numero uno, ti stimo profondamente, vero?” Annuisco e stringo con gratitudine la mano che mi porge per qualche attimo, prima di dover mettere la freccia. “Quindi, sai che qualsiasi cosa io ti dica è solo per il tuo bene. Mi segui?” “Ti seguo.” Accosta sul ciglio della strada che stiamo percorrendo e si ferma. Poi si sporge su di me e mette la mano sul mio cuore. Ci preme sopra con forza e punta gli occhi nei miei, diretta come sempre. “Ascolta te stessa. Dai retta al tuo istinto, fallo emergere e smetti di avere paura della tua stessa ombra.” Il suo sguardo non è mai stato così luminoso. È anche velato dalle lacrime, cosa che non mi stupisce, sapendo quanto lei sia sensibile ai miei stessi sbalzi d’umore. Naturalmente, anche questo è a causa mia. Del modo in cui ho scelto di farmi torturare dalla mia famiglia, anziché abbandonare Mimi e Jenna al loro destino. Il dispiacere e il senso di colpa che adesso sento verso di lei, per averle provocato tanta preoccupazione, m’inducono a mordermi a sangue l’interno delle guance. “Ci provo, ma è… difficile.” “Lo so, e meglio di chiunque altro. Ma non ti ho chiesto di venire qui perché continuassi a piangerti addosso, ad avere attacchi di panico o a commiserarti come fai a Seattle. Quella vita è tossica per te e tu ne sei pienamente consapevole. Guarda là fuori, Cami! Questa è Perth, è una città straordinaria, che può darti la possibilità di cambiare. Di seppellire il passato e cominciare a essere la vera te stessa.” Scuoto la testa, orripilata. “No, non voglio essere me! Nessuno sano di mente lo vorrebbe.” La mia mano trema mentre asciugo una lacrima che chissà come è scivolata giù dalle mie ciglia, ma la sua è salda sul mio petto. “Non dire cretinate! Sei una giovane donna piena di talento e sei l’unica a non vederlo. Ma se proprio hai problemi di autostima, allora sii Poppy Red. Lascia emergere il tuo alter ego, falle prendere il comando per un po’. Hai bisogno di divertirti, di uscire, di ridere e giocare e… Che ne so, fare stupidaggini, fare l’amore…” Mi volto dall’altro lato, o almeno ci provo. La sua mano mi raddrizza il viso e il suo sguardo m’inchioda alla verità. “ Fare l’amore” insiste, scandendo bene le parole. “Sai che non ti ho mai giudicata. Il sesso senza pensieri, con estranei che non sanno nulla di te, può essere soddisfacente, nessuno lo nega, ma non fa per te. Ti serve molto di più. Perciò, quando troverai la persona giusta, apriti. Parla di ciò che hai qui dentro, senza temere conseguenze e soprattutto a testa alta, perché non hai colpe, di nessun tipo. Quel veleno che ogni giorno ti costringi a ingoiare può essere espulso in qualsiasi momento. Sta solo a te decidere quando.” Mi bacia la fronte e le guance, poi mi stringe a sé in un abbraccio urgente, traboccante d’affetto. Così, mi lascio andare e a sorpresa piango quelle lacrime che credevo di non avere più, sperando che lavino via l’amarezza che mi stritola l’anima. Quando ripartiamo, i colori accesi del tramonto sono ormai stati sostituiti dal buio della sera. Peppermint Grove, il sobborgo esclusivo a nord-ovest di Perth in cui zia ha preso casa, si snoda silenzioso davanti ai miei occhi, che già si perdono ad ammirare le sontuose ville, le piscine semi celate dalla vegetazione curatissima, i viali puliti. Nonostante ciò, quando arriviamo a casa sua, non posso non restare a bocca aperta. La proprietà è a dir poco impressionante e, come per mia zia, vederla in foto non le rende giustizia. Illuminata quasi a giorno, sembra la residenza di una regina o di un re. Non è un caso, infatti, che le abbia dato l’appellativo di castello e l’abbia usata come fonte d’ispirazione nella mia serie più recente, in qualità di abitazione del famoso Dax. Avevo studiato a fondo lo stile georgiano della villa, le sue colonne, i soffitti stuccati e le finiture di pregiato alabastro. Ho dozzine di foto sul mio portatile, tutte scattate da mia zia. Ma vederla dal vivo ti lascia senza fiato. Lia apre il cancello telecomandato ed entriamo nella proprietà, che possiede anche una piscina di diciotto metri, giardini magnifici e, sul retro, uno splendido padiglione riservato agli ospiti. Parcheggia proprio davanti alla scalinata d’ingresso, imponente e tirata a lucido. La porta di casa è spalancata e d’un tratto vediamo spuntare un uomo, ma che dico, un gigante. Ha occhi un po' a mandorla e di un verde sorprendente, considerando la sua chiara origine maori. I capelli castani sono mossi e gli arrivano fin sulle spalle, mentre il suo fisico tonico e proporzionato è ben evidenziato da una camicia bianca, aperta sul petto, e jeans scuri, sfilacciati sulle cosce. Una versione più gentile di Jason Momoa, come lo definisce sempre mia zia. In realtà, è soltanto Andrew e, se pure non lo avessi visto prima, lo avrei riconosciuto dalla luce che le illumina il volto. Scende le scale a passo rapido e si dirige verso il lato del guidatore, come se non vedesse l’ora di riabbracciarla. “Gli avevo detto di vederci domani, così da poter restare da sole stasera. Deve aver frainteso” si scusa Lia, imbarazzata. “Ma scherzi? Non mi dà per niente fastidio. E poi questa è casa tua, anzi vostra.” Mia zia annuisce e si rilassa. Non appena usciamo dall’auto, Andrew le sorride con una gioia travolgente, quasi non la vedesse da una vita. Poi si piega sul suo viso e le regala un bacio così tenero che immediatamente mi sento di troppo. Eppure, li osservo di sottecchi con invidia. Io non ho mai avuto baci così e, visto il mestiere che mi sono scelta, è grave. Ma guardo lo stesso. A lungo. Perché devo documentarmi, ecco. Che ironia! La regina del rosa che non conosce neanche le basi del corteggiamento! Chissà come reagirebbero le mie lettrici, se ne venissero a conoscenza… Raggiungo il retro dell’auto per prendere i miei bagagli e solo allora Andrew si accorge di me. Con due falcate mi raggiunge e m’inghiotte nel suo mega abbraccio. Io sono un metro e settantacinque, ma lui è alto almeno due metri, ha muscoli poderosi e, adesso che ci faccio caso, un profumo fresco, che sa di sabbia, di oceano e di sole. Mi stordirebbe, se fossi il tipo di donna a cui quell’odore piace, e purtroppo – o per fortuna – non lo sono. Quando riesco a liberarmi, seppure nel mio solito modo goffo, il suo sorriso amichevole mi mette di buonumore. “Benvenuta, Cami! Siamo così felici che tu sia qui! Aspetta, faccio io!” Sembra che mi conosca da sempre, invece abbiamo solo interagito per telefono, qualche volta. Ha una voce profonda e rassicurante, che rende il suo marcato accento australiano persino più melodioso del normale. Si carica i bagagli sulle braccia e ci fa strada, mentre mia zia mi sussurra di guardargli bene il culo. Io arrossisco fino alla cima dei capelli. “Scusate se disturbo la vostra serata tra donne, non era mia intenzione, ma ho ricevuto una notizia fantastica e volevo condividerla con Lia” ci spiega, eccitato. Guadagna tre gradini alla volta e una volta arrivato in cima alla scalinata si volta e annuncia con voce quasi rotta dall’emozione: “Ho venduto Intro!” Io non so cosa sia, ma Lia si blocca e spalanca gli occhi. “Che? Solo uno o…” chiede, stupita. Andrew scuote la testa e la sua espressione diventa raggiante. “L’intera serie!” Mia zia caccia un urlo da vera banshee, saltella, mi abbraccia e corre da Andrew, che molla le valigie a terra, afferra lei al volo e ricomincia a sbaciucchiarla. “Menomale che non ho il portatile in quel trolley…” commento, divertita. Questi due piccioncini mi forniranno un sacco di materiale per i miei romanzi futuri, se andranno avanti così per tutta la durata della mia permanenza a Perth. “Scusa, Cami, non volevo ma…” si giustifica lui. “Oh, fa niente, continuate pure. Io intanto chiedo al maggiordomo di servirmi un Martini in salotto. Agitato, non mescolato” ironizzo, neanche fossi una Bond girl. “Andrew non ci sperava più” spiega Lia, riprendendomi sotto braccio e spingendomi verso l’ingresso di legno scuro, che richiama le mattonelle a scacchiera dell’interno. “Gli avevo presentato questo mio conoscente, appassionato d’arte e scopritore di talenti. Sembrava interessato ai suoi dipinti, ma non aveva più dato notizie e credevamo avesse cambiato idea.” “Sono fortunato che non l’abbia fatto. Pensa, si è anche scusato per non aver chiamato prima. Pare che fosse a Dubai per una mostra d’antiquariato e… Insomma, chi se ne frega, se poi ha comprato le mie opere!” Mentre lui e mia zia scendono nei dettagli della transazione e vanno a sinistra, nell’enorme cucina moderna dove lei, lo so per certo, non prepara neanche un uovo, io lascio scorrere lo sguardo verso destra. Le mie scarpe da tennis stridono un po’ sul marmo e lentamente mi avventuro nella sala da pranzo formale, dove subito sulla sinistra trovo questo enorme tavolo nero che domina lo spazio. Qui, proprio qui, è dove Dax, l’adoratissimo personaggio della mia serie più acclamata, ha fatto sesso con Ava, una delle sue donne. Un tipo di sesso che io non ho mai sperimentato prima e, a dirla tutta, adesso che scorgo le finiture di questo mobile mi rendo conto che sarebbe un delitto macchiarlo con fluidi corporei o graffiarlo con le unghie, come lei faceva… E all’improvviso rieccola, Poppy Red, che si sveglia dal suo letargo! Quasi per magia, i miei occhi diventano i suoi, il mio corpo si muove solo per sua volontà e tutti i miei sensi rispondono a lei. A quella sua curiosità selvaggia, grazie alla quale negli anni sono riuscita a guadagnarmi un vasto pubblico di lettrici di ogni età. Una familiare, inebriante sensazione mi travolge: mi formicolano i polpastrelli! Da quanto sognavo di rivivere questo momento! Mentre Poppy si guarda attorno, felice come una bambina in un nuovissimo parco giochi, la testa mi s’inonda di parole, frasi, idee che non credevo di poter più riavere. Mi viene quasi da piangere, mentre alla svelta tiro fuori il cellulare. Prima scatto una foto, che finirà dritta su i********: con tanto di estratto piccante. Poi inizio a scrivere, ma la mente è più rapida delle dita, quindi cambio metodo e registro a voce tutto ciò che affiora alla mia coscienza di scrittrice. Quando ho finito, venti minuti dopo, ho quasi terrore di fermare la registrazione. Temo di perderla, di cancellarla, di combinare un pasticcio e smarrire questo primo, nuovissimo sprazzo di originalità. Mi tremano ancora le dita, ma riesco a salvare tutto. Incredula, riascolto l’audio, mentre i miei piedi si muovono ancora, attratti dalla luminosità dell’ambiente successivo. Ed ecco che, superate delle colonne ioniche, mi ritrovo in un delizioso, elegante salotto. “Che meraviglia!” esclamo, ammirando le poltrone bianche, le due sedie marroni di fine ottocento e il gigantesco tappeto persiano bianco e beige, sopra cui sono sistemate. Non ero mai stata in una dimora così nobiliare. Ne ho viste tante online, quando ero in cerca della giusta ambientazione, ma mi sembravano tutte finte, in qualche maniera. Artificiose, prive di anima. Se ripenso alla villa che Mimi e Jenna hanno voluto acquistare a Seattle, così pacchiana e priva di carattere, ho il voltastomaco. Ma per la prima volta c’è qualcosa che riesce a non farmi pensare a loro due e al tormento che mi danno per aver causato la rovina totale della nostra famiglia. Questa villa, con la sua simmetria, le superfici scintillanti e lisce al tocco, i soffitti alti e le luci delicate, parla direttamente alla mia anima. Evoca un’atmosfera antica, sofisticata eppure rilassante, intima. Il camino in marmo bianco al centro della parete di fronte m’ispira una scena d’amore che sussurro al microfono del mio cellulare come se si stesse svolgendo sotto i miei occhi e io non volessi disturbare Dax e la donna che ama. Quella stessa donna che, lasciandolo a bocca aperta, si avvicinerà poi al pianoforte nero di fianco al camino e, nuda, suonerà per lui il Chiaro di Luna di Beethoven. E il miracolo si ripete. Un’idea mi folgora e sento nelle ossa che è quella vincente. “Ho il titolo!” mormoro, sotto shock. “Lia!!!” Come una pazza urlante, corro in cucina, scivolo col sedere per terra, mi rialzo e vado incontro a quei due che, spaventati, pensano che abbia appena trovato un ladro in casa. “Ho il titolo del libro. Ce l’ho, capisci?” “Poppy è tornata?” urlacchia zia, sorridendo più di me. “Sì, sì, è tornata!” Poi ci abbracciamo, saltelliamo… Saltelliamo spesso, lei e io, in effetti. Contagiato dal nostro entusiasmo, Andrew si unisce a noi senza esitare e poi parte una lunghissima serie di brindisi con vino bianco, champagne e, sul finire, un cognac di oltre quattro secoli fa, che proviene dalla cantina privata del collezionista che ha acquistato i quadri di Andrew. “Sa di piscio caldo” commento ubriaca a fine serata, prima di sputarlo in una pianta. A mia zia, che ha un attacco di riderella già da alcuni minuti, fuoriesce persino dal naso. Eppure Andrew, che ha bevuto meno di noi, la osserva con uno sguardo talmente innamorato che mi chiedo perché lei ancora non se lo sposi. Sarà per paura di un altro divorzio? Probabile, ma sono troppo fusa per pensarci. Troppo felice, troppo contenta per rovinare questo momento con un’analisi dei sentimenti e delle intenzioni altrui. Sono tornata. Pagine bianche, addio! Mancanza d’ispirazione, a mai più! Poppy Red è viva più che mai. Il che significa che scriverò questo dannato libro in tempo record. E poi, mi godrò la pace di questa casa, in cui non sono un’estranea, né mi sento tale. Lia aveva ragione da vendere, Perth è proprio ciò che mi ci voleva. Uno stacco da tutto, forse un nuovo inizio. Di sicuro, un luogo in cui nessuno mi dirà che non valgo niente e che la mia è una vita sprecata.
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