Il furto
Il furto
I due uomini uscirono dalla casa con assoluta tranquillità, protetti dal buio della notte. Era l’alba e il quartiere era immerso in una profonda pace, interrotta soltanto dal canto di alcuni grilli. Camminarono piano fino all’auto di sicurezza che li aspettava davanti all’ingresso principale della villa, una delle tante di quella zona appositamente progettata per la gente benestante di Marbella.
Come era stato detto loro, tutte le telecamere di sicurezza della casa erano state disattivate. Solo più tardi avrebbero mostrato alla polizia due guardie giurate in uniforme, intente a svolgere i controlli di routine in una delle ville.
Nessuno avrebbe potuto sospettare, nel caso in cui ci fossero testimoni diretti, che uno di loro nascondesse sotto l’uniforme un’opera stimata per oltre sessanta milioni di euro, proprietà di un ricco imprenditore di nome Aaron Bukowski. Gli uomini naturalmente ignoravano sia l’identità del proprietario della casa, sia il valore effettivo della refurtiva.
Mentre guidavano per recarsi alla centrale dell’istituto di vigilanza e smontare dal turno, si dissero scioccati del fatto che tante misure di sicurezza non fossero servite a niente. Non avevano nemmeno capito perché avessero indicato loro quel disegno così piccolo – solo 40 x 30 cm – quando alle pareti c’erano quadri molto più grandi e sicuramente anche molto più preziosi.
Fino a quel momento tutto era andato liscio come l’olio e secondo il piano. Grazie alle mappe che avevano ricevuto, erano riusciti a individuare facilmente il quartiere, la sua posizione e la villa da svaligiare. Erano stati puntuali. Avevano esibito i tesserini falsi al controllo di sicurezza, firmato l’ingresso e si erano messi a fare il loro lavoro teorico, ovvero pattugliare. All’ora convenuta, si erano diretti alla casa obiettivo. Erano entrati con la chiave che avevano ricevuto. Avevano trovato l’opera, l’avevano avvolta come da istruzioni, erano usciti dalla casa, saliti nell’auto di sicurezza, finito il turno, avevano firmato l’uscita e si erano diretti al luogo indicato per lo scambio. Per recarvisi, avevano usato la stessa auto impiegata per arrivare nel quartiere. Il veicolo era stato recapitato loro il giorno prima, con precise istruzioni per utilizzarlo esclusivamente per quel lavoro.
Mentre erano diretti al luogo dello scambio, Vasili, che era al volante, iniziò a rimuginare sulla questione. Era nervoso e iniziò a immaginarsi il peggio. Poteva averci pensato meglio prima di accettare l’incarico, ma l’odore del denaro loro promesso era stata una tentazione troppo grossa per discutere.
In realtà non sapevano niente dell’individuo che dovevano incontrare e questo era un rischio. Avevano detto loro che era per sicurezza, che, in cambio dell’opera rubata avrebbero ricevuto due buste, ciascuna delle quali contenente duemilacinquecento euro, ovvero la metà del denaro concordato.
Mentre vagava con la mente tra questi pensieri, disse al suo amico seduto al posto del passeggero:
E se il tizio ci spara due colpi e ci toglie di mezzo? – disse senza anestesia. Non ti sembra un po’ tardi per pensare a questo adesso – rispose timoroso Grigori-. Possiamo fare qualcosa? Abbiamo armi? Non abbiamo mai ucciso nessuno. La verità è che no, non possiamo fare niente. Solo pregare. Sai pregare, Grigori?L’amico lo guardò in silenzio tra il preoccupato e il dispiaciuto. Non avrebbe mai immaginato che il suo amico avrebbe finito col pensare di pregare per salvarsi la pelle. Vasili era sempre quello che prendeva l’iniziativa, quello che vedeva sempre il lato positivo delle cose, quello che trovava sempre le soluzioni più ingegnose ai problemi. Era suo amico, ma era anche il suo leader. E ora parlava di pregare. Doveva essere veramente spaventato e questo non era molto normale per lui.
Vasili continuò a blaterare, il che fece capire senza ombra di dubbio a Grigori che effettivamente il suo amico aveva davvero paura. Faceva così solo quando era preoccupato e le cose si mettevano male.
Bene, almeno sappiamo che il tizio che ci ha assoldato si chiama Oleg. Vasili, calmati. A volte penso che non tu ci stia con la testa. Vediamo. Per prima cosa, questo non ti servirà a niente da morto. Su questo hai ragione. E se dovessimo sopravvivere per raccontarlo, credo che sia meglio che ti dimentichi di lui. Non è quel genere di persone che mi piacerebbe avere a guardarmi le spalle. Anche su questo hai ragione. Seconda cosa: Sei sicuro che si chiami Oleg? Una persona che è entrata in casa nostra, che sa dove viviamo, che conosce i nostri numeri di telefono e che ci ha fatto un’uniforme su misura solo per rubare un piccolo dipinto, che chissà quanto vale, pensi che ti dica il suo nome? Hai ragione, Grigori.Dopo una pausa di qualche secondo Grigori pensò che Vasili avesse metabolizzato il tutto, avesse capito che il dado era tratto, si fosse calmato e che sarebbe stato zitto. Ma si sbagliava.
E Marina? Perché si chiamava Marina, no? Sai, la cameriera di quel. Dio mio, non ho mai visto gambe così lunghe in tutta la mia vita! Hai visto le sue tette? Era bella, eh?Ancora una volta Grigori lo guardò angosciato. Il suo amico cercava di evadere dalla realtà pensando a una donna alla portata solo di milionari e di gente di classe. Inoltre, quel tale Oleg aveva già fatto ben intendere che la cameriera fosse una sua proprietà. Si capiva dal modo in cui le dava ordini, con un semplice gesto del capo, e anche perché alla fine lo disse chiaramente a entrambi quando parlarono.
Vasili, Oleg o come si chiama ti ha detto di dimenticarti di lei. E sarà meglio che tu lo faccia. Quella tipa non ti darebbe nemmeno il buongiorno. È fuori dalla tua portata.Finalmente arrivarono al luogo dello scambio. Era una zona un po’ appartata e a quell’ora non c’era nessuno in giro. Il tizio non lo conoscevano nemmeno di vista. Avevano detto loro di aspettarlo.
All’improvviso, tra le auto parcheggiate spuntarono dei fari e i due si diressero in quella direzione. Vasili arrestò l’auto a una decina di metri dall’altro veicolo. Era una distanza che considerava prudente e sicura in caso di complicazioni. Quindi, dall’altra auto scese un individuo, che venne diritto verso di loro con le mani nelle tasche della giacca.
Vasili. Cosa? Dimmi che andrà tutto bene. Lo spero, Grigori. Lo spero. Se così non fosse, sappi che sei un grande amico. E devi dirmelo proprio adesso?Lo sconosciuto arrivò alla loro auto. Si abbassò e guardò gli uomini all’interno, che indossavano l’uniforma da guardia giurata. Vasili e Grigori erano terrorizzati. E nemmeno il sorriso forzato dell’uomo vicino al loro finestrino riuscì a tranquillizzarli.
Privet – salutò in russo. Privet – rispose Vasili.Quindi, Vasili si voltò, prese la refurtiva dal sedile posteriore e la porse all’uomo. Questi tolse le mani dalle tasche per prenderla e, senza guardare di cosa si trattasse, cercò nella tasca interna della giacca. In quell’istante Gregori e Vasili trasalirono e per un millesimo di secondo pensarono alla possibilità di colpire il tipo e fuggire di corsa anche senza denaro, o di chiedere pietà. Erano sicuri che avrebbe estratto una pistola con silenziatore e che li avrebbero ritrovati morti l’indomani mattina. Ora l’idea di Vasili di pregare non sembrava così stupida, anche se, in ogni caso, era poco utile se si trattava di salvarsi la pelle. In ogni modo Grigori fece qualcosa che assomigliava molto al pregare, ripetendo tra sé e sé qualcosa che sua madre le aveva insegnato da bambino.
L’uomo non estrasse nessuna arma. Invece, consegnò loro due buste. Guardarono all’interno e trovarono due banconote da mille e una da cinquecento euro. L’uomo tornò alla sua auto e se ne andò. Entrambi respirarono a fondo. Avevano le gambe che tremavano e il cuore che sembrava volesse uscire dal petto. Avrebbero dato qualsiasi cosa per un sorso di vodka. Ma il lavoro non era ancora finito.
Quando ebbero ripreso un po’ il respiro, seguendo le istruzioni ricevute, si cambiarono d’abito. Lasciarono le uniformi che indossavano nell’auto che era stata loro procurata. Indossarono i loro vestiti che stavano nell’auto di Vasili, parcheggiata lì il giorno prima.
Grigori. Sì? Dobbiamo cambiare numero di telefono. Sì. Lo so. Possibilmente uno prepagato. Sì. E dobbiamo cambiare indirizzo. Sì. Non ho nessuna voglia che Oleg, o come si chiama, torni ad annusare il mio armadio.Tolsero le schede dai loro cellulari e le gettarono dal finestrino.
D’accordo. E adesso, dove andiamo? Non ne ho idea. Qualche suggerimento? No. Ma qualsiasi posto è meglio di questo.Vasili girò la chiave e si diressero verso l’autostrada, senza una meta precisa, ma in direzione di Algeciras. La priorità era andarsene di là il prima possibile. Guardando nello specchietto retrovisore, Vasili scorse i fari di un’auto. Non aveva visto nessuno avvicinarsi a quell’ora. Questo significava che, chiunque fosse, era stato lì a controllare. Vasili continuava a guardare lo specchietto, ma senza farne parola con l’amico, che non si era accorto di niente. Infine, proprio prima dell’ingresso in autostrada, l’auto fantasma girò e Vasili fece un bel respiro. Non li stavano seguendo. O almeno così sembrava.
***
L’uomo con l’opera rubata andò diretto a Puerto Banúsm, seguendo gli ordini che aveva ricevuto. Una volta arrivato, lasciò l’auto che gli avevano fornito e si diresse a piedi fino al pontile che gli avevano indicato. Uno yacht enorme era attraccato e il suo nome, “IRINA”, scritto con lettere dorate, risaltava sui lati della prua. Era il luogo dell’appuntamento.
Si avvicinò alla scaletta di accesso alla poppa dell’imbarcazione. Quando mise il piede sul primo scalino, vari uomini apparvero sul ponte, sopra alla scala. Quello che sembrava essere il capo era protetto da altri tre, posti dietro di lui, alti come torri, tutti nerboruti e armati come per iniziare un’invasione. L’uomo pensò che ognuno di quei colli fosse spesso come le sue cosce. Dovevano pesare centotrenta chili ciascuno ed essere alti due metri. I loro abiti sembravano sul punto di scoppiare. Avevano un aspetto inquietante e, come se non fosse abbastanza intimidatorio, non lo tranquillizzò nemmeno lo sguardo sospettoso con cui lo accolsero. Ma oramai non c’era niente da fare, l’incarico doveva essere portato a termine. Salì fino alla fine della scaletta. Si limitò a compiere il suo lavoro: consegnare un pacchetto. Fu ciò che fece. Nessuno disse una sola parola. Ma il capo gli consegnò una busta, dopodiché si voltò, mentre le sue guardie del corpo rimasero immobili, in attesa che l’ospite se ne andasse. Anche questi si voltò salutando i gorilla con un lieve cenno del capo, accompagnato da un sorriso forzato, in un gesto a metà tra la buona educazione e il frutto del panico che sentiva. Solo una volta sceso di nuovo sulla terraferma gli energumeni scomparvero all’interno dello yacht. L’uomo aprì la busta e si accertò che il denaro fosse quello pattuito, e andò a prendere un taxi. Il suo lavoro era terminato.
Il capo telefonò per dare informazioni e ricevere istruzioni.
Sai cosa devi fare-, fu l’ordine che ricevette. D’accordo, signore.Riagganciò il telefono e andò a cercare il capitano nella sua cabina. Bussò e il capitano, con aria assonnata, aprì la porta.
Ce ne andiamo, capitano. Destinazione? Montecarlo. Sissignore. Salpiamo tra qualche minuto.Dopo essersi ripreso e aver indossato l’uniforme, si mise a chiamare le cabine del resto dell’equipaggio, dirigendosi al ponte di comando. Mentre li aspettava prese un caffè bello forte e dedicò qualche minuto a controllare gli strumenti, le carte nautiche e a calcolare la direzione e quanto tempo sarebbe durato il viaggio.
Lo yacht “Irina” era una di quelle imbarcazioni che, all’attracco, non passava inosservata. I suoi tre ponti e i quaranta metri di lunghezza potevano ospitare comodamente dieci passeggeri e otto membri dell’equipaggio, oltre alle stravaganze del proprietario, sauna e rubinetti d’oro inclusi.
Il capitano verificò che tutti gli strumenti e la radio funzionassero correttamente. Quindi, calcolò il tempo per arrivare alla destinazione. I suoi due motori diesel, con una spinta da seimila cavalli complessivi, gli offrivano una velocità massima di venticinque nodi, anche se non avrebbe assolutamente forzato la macchina. I serbatoi – pieni fino all’orlo - potevano contenere fino a ventinovemila litri di diesel, che garantivano la totale autonomia per effettuare il viaggio senza scali.
Aveva davanti a sé settecento miglia di navigazione, attraverso un tranquillo Mediterraneo autunnale, il che significava quasi due giorni di viaggio a una velocità media di diciassette nodi.
La notte era calda, il cielo era pieno di stelle e le previsioni del tempo indicavano mare calmo. Sarebbe stata una traversata tranquilla, anche se bisognava fare attenzione alle sorprese che ha in serbo la notte in mare: imbarcazioni con immigranti che cercano di arrivare sulle coste spagnole, altri smarriti e senza meta, trafficanti che viaggiano a tutta velocità sui loro potenti alla ricerca della nave d’appoggio, tutti senza luce di posizione.
Ma niente di tutto ciò poteva ostacolare o rallentare l’andatura dello yacht. Le istruzioni erano chiare e precise.