II.La lettera diceva così: «Carissimo amore, ho affrontato anche io Cesare Dias. Quale uomo! La sola sua presenza mi gela e basta che egli mi guardi coi suoi chiarissimi occhi azzurri, perchè la voce mi muoia sulle labbra; il suo silenzio ha per me qualche cosa di pauroso, e quando discorre, la sua voce incisiva mi ferisce, prima per il tono, poi per le dure parole che pronunzia. Pure, ho avuto l’audacia di parlargli del mio matrimonio, stamane, quando è venuto per la consueta visita; gli ho chiesto un breve colloquio, senza tremare, sebbene da tanti giorni la sua fredda cortesia di tutore abbia una tinta ironica, sprezzante. Laura era presente, taciturna, con la sua aria distratta, e ha fatto una lieve alzata di spalle, noncurante e sdegnosa; si è levata lentamente e se ne è andata, senza voltarsi, con quel suo passo lieve che pare appena sfiori la terra. Cesare Dias, seduto in una poltroncina, giuocando con una stecca di avorio, sorrideva senza guardarmi, e quel sorriso mi scomponeva le idee. Ma dovevo tentare, dovevo; lo avevo promesso a te, amore, a me stessa, e la vita mi era insopportabile, accanto a mia sorella che possedeva il mio segreto, che mi torturava col suo sogghigno di persona che non ha mai amato, che mi faceva fremere di vergogna e di spavento, quando pensavo che ella poteva narrarlo, il segreto di quella notte burrascosa. Cesare Dias sorrideva, fissando i bizzarri lavori della stecca giapponese, e sembrava non avesse nessuna premura di udir nulla da me. Ebbene, malgrado il mio turbamento, malgrado che mi trovassi in presenza di una persona che non amo e che non mi ama, malgrado l’abisso che divide il mio carattere da quello di Cesare Dias, io ho osato dirgli che ti adoravo, che volevo vivere e morire con te, che la mia fortuna sarebbe bastata alla nostra famiglia, che non avrei voluto e saputo sposar nessun altro che te, che infine, umilmente, devotamente, al parente più prossimo, all’amico più saggio, chiedevo di dare il consenso al mio matrimonio.
«Egli mi ha ascoltato, con gli occhi bassi, senza dar cenno d›interesse: solo, la stecca gli è restata immobile due o tre volte, fra le mani. Alla fine, ha detto seccamente: no. E allora ha avuto principio una scena atroce, in cui ho, volta a volta, tentato di pregare, di piangere, di ribellarmi, di proclamare la libertà del mio cuore, come avrei, fra poco tempo, proclamata la libertà della mia persona, e ho trovato sempre di fronte un cuore arido e duro, una volontà ostinata, e tutto un ragionamento perfido, falso, convenzionale, basato sul rispetto umano, sull’egoismo, sulla mancanza di sentimento. Cesare Dias ha negato il mio amore e il tuo; ha negato che esistano dei grandi amori, per cui si vive e si muore; ha negato che la passione sia indimenticabile; ha negato che non si possa vivere senza affetti profondi: il suo vocabolo è stato no, al principio del nostro colloquio, ha continuato a esser no, sempre no, facendomi le dimostrazioni più paradossali, più stravaganti e più ciniche; per convincermi che io m’illudeva, che noi c’illudevamo, e che era suo dovere opporsi a tale traviamento. Oh quanto ho pianto, come ho prostrato il mio spirito innanzi a quell’uomo che ragionava così freddamente, e come ora mi pento di essermi così umiliata! Mi rammento: quando la violenza della mia passione per te, amore, scoppiava in clamori, l’ho visto guardarmi con ammirazione di spettatore, come al teatro si ammira una scena drammatica e dopo si applaudisce l’attore che ha così bene recitato, fingendo la passione. Non mi credeva, e la collera mi ha due o tre volte fatto perdere il lume degli occhi, e sono giunta a minacciare di fare uno scandalo. – Lo scandalo ricade su chi lo fa, – ha detto lui, severamente, alzandosi per far cessare il colloquio.
«Se ne è andato: l›ho inteso, nel salotto, parlare quietamente con mia sorella Laura, quasi nulla fosse stato, quasi non mi avesse lasciato singhiozzando, quasi non mi udisse ancora disperarmi e invocare i nomi della Madonna e dei santi. Ma questa gente non ha viscere, e io sono circondata da persone che mi credono un›esaltata, una pazza.
«Amor mio, dolcissimo amore mio, eterno mio pensiero, è dunque deciso che dobbiamo fuggire. Bisogna fuggire, qui si muore, così. Tutto è meglio di questa casa che è una prigione: tutto è meglio della galera. Io non voglio più trascinare la catena. Sì, quello che fo, è così grave che mi sgomenta: la fanciulla che fugge di casa, secondo il comune giudizio degli uomini, si disonora, e malgrado la santità del matrimonio, dopo, non muore mai il sospetto. Sento che butto via tutta la mia vita, per un sogno d›amore. Ma anche il destino è stato così bizzarramente crudele pel mio cuore, dandomi una fortuna e togliendomi il padre, dandomi un cuore avvampante di affetto e isolandomi da tutti gli affetti, dandomi la più cara e insieme la più disamorata delle sorelle.
«Che posso io più sapere del giusto, dell›onesto, se le sacre voci dell›onestà e della giustizia non hanno accompagnato la mia adolescenza? Per chi debbo io sacrificarmi, giacchè coloro che mi amavano sono morti, e coloro che vivono non mi amano? Io ho bisogno di amore; l›ho trovato, mi attacco ad esso, non lo lascio più. Chi mi piangerà qui? Nessuno. Quali mani si stenderanno a richiamarmi? Quelle di nessuno. Che ricordi porto via? Niente di niente. Io sono una creatura solitaria e sconosciuta che fugge il paese glaciale del polo, in traccia di quel sole vivificante che è l›amore. Tu sei il sole, tu sei l›amore. Non mi giudicare male, io non sono simile alle altre fanciulle che hanno una casa, una famiglia, un nido: io sono invece una povera pellegrina senza tetto, senza ricovero, che cerca una casa, una famiglia, un nido. Io sarò la tua sposa, la tua amante, la tua serva, quello che tu vuoi, purchè io viva teco, sotto il tuo tetto, raccogliendo il capo stanco sul tuo petto: ti amo. Una vita intera nella santa atmosfera del tuo amore, mi farà perdonare questo errore, che commetto. Non mi perdonerà il mondo. Ma io sdegno le persone che non hanno saputo sacrificar tutto all›amore; e coloro che hanno amato mi compatiranno. Io non saprò più nulla, che il tuo amore non sia. Tu mi perdonerai, perchè mi vuoi bene.
«Dunque è deciso. Fra tre giorni da quello in cui riceverai la mia lettera, venerdì, lascia la tua casa, come se andassi a passeggiare, senza bagaglio, senza scialli, e fatti portare da una carrozza alla stazione. Ivi prenderai il treno Napoli-Salerno, che parte all›una precisa pomeridiana e arriva a Pompei alle due. Io non verrò alla stazione di Pompei, per non destare sospetti, ma starò girando per la città morta guardando le sue ruine: cercami dovunque, o piuttosto, no, vieni nella strada dei Sepolcri, accanto alla villa di Diomede, dinanzi a quella tomba di Nevoleia Tyche, una fanciulla pompeiana dolcissima, dice l›iscrizione. Ivi staremo sino al tramonto del sole e poi partiremo per Metaponto e per Brindisi, dove c›imbarcheremo per l›Oriente. Io ho del danaro: sai che Cesare Dias, per non avere noie, aveva lasciato nelle mie mani l›uso delle mie rendite, da due anni. Dopo... quando questi danari saranno finiti, ebbene, lavoreremo fino a che io abbia ventun anni. Hai dunque inteso? Non ti curare di come io potrò uscire di casa, andare alla stazione ed arrivare a Pompei senza farmi scoprire. È un mio piano semplice e audace che non posso comunicarti; debbo per forza eseguire quello e non un altro, perchè qualunque nostra riunione in Napoli ci esporrebbe a un grave rischio. Soli, partendo con treni diversi, perduti nella folla, come vuoi che ci scoprano? Ti meraviglia questa mia lucidezza di mente, questa calma, questa precisione? Sono venti giorni ch›io rifletto su questo piano, che non dormo di notte per istudiarne i particolari più minuti. Rammentati, rammentati: venerdì, alle dodici, partenza dalla tua casa; all›una, partenza dalla stazione; alle due e mezzo, convegno innanzi alla Tomba di Nevoleia Tyche; non dimenticare, per carità; se tu non dovessi arrivare all›ora detta, che farò, io sola, dentro Pompei, tormentandomi, morendo d›inquietudine?
«Dolcissimo amor mio, è questa l›ultima lettera mia che tu ricevi. Perchè, scrivendo queste parole, un senso di dolore mi vince e mi fa piegare il capo? La parola ultima è sempre triste, comunque si dica; e faccia Dio che io non debba rimpiangere questo tempo bello, anche nelle sue torture. Ma tu mi amerai sempre, anche lontani dalla patria, anche poveri, anche infelici? Tu non dirai che io ho voluto il tuo male? Tu proteggerai questa debole creatura esposta a tutte le miserie umane, forte soltanto del suo amore? Tu sei buono, sei onesto, sei leale; il tuo amore ha delicatezze fraterne, tu sarai ogni cosa, ogni persona per me, e il mondo, e Dio! Ah, io bestemmio, è vero, ma ti adoro, ma io non sento più che l’imperioso, il feroce desiderio di fuggire, di venire a te, di non separarmi mai più, di camminare con te, sino all’ultima ora! Bando alla mestizia: noi ci amiamo, la vita è nostra; infelici i cuori senz’amore e senza la speranza dell’amore! L’ultima lettera è questa, è vero: ma dopo incomincia il grande avvenire. Ricordati, ricordati dove ti aspetta – Anna».
Giustino Morelli lesse due volte la lettera di Anna, lentamente, come se ne imparasse a mente le parole. Era solo nella sua piccola casa: imbruniva. Poi abbassò il capo sul petto ed era smorto in viso: si sentiva vinto e perduto. Vinto e perduto, lui: vinta e perduta, Anna.
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In quell’ora mattinale la chiesa di santa Chiara, tutta candida di stucchi, tutta ricca di ori, smorti e nobili, co’ suoi marmi dolcemente bigiastri e con le sue miti pitture dall’alta volta, era quasi deserta: le vecchie devote erano sedute qua e là, strette nello sciallo di lana nera, e qualche donna del popolo, pregava inginocchiata, all’altare dell’Eterno Padre. Le due donne, Anna Acquaviva, e la sua damigella di compagnia, Stella Martini, eran sedute a metà della chiesa, cogli occhi abbassati sui loro libri di preci. Stella Martini aveva una di quelle facce scialbe e flosce di vecchie zitelle, che furono un tempo delicatamente graziose, e il cui fiore di bellezza si è appassito prima di trent’anni, che finiscono per rassomigliare a bambole vecchie, imbottite di cruschello, da cui il cruschello sia caduto; vestiva di nero e aveva un aspetto di rassegnata bontà, di pace spirituale. Anna indossava un abito di lana nera, con una giacchetta bigia all’inglese, e sui neri capelli raccolti strettamente sulla nuca da un grosso pettine di tartaruga bionda, posava un tocchetto nero, dall’ala grigia. Il pallor caldo del suo viso non aveva una goccia di sangue sotto la pelle, e ogni tanto ella si mordicchiava il labbro, nervosamente. Per molto tempo ella tenne il libro delle orazioni, aperto, senza voltare la pagina bianca: ma Stella Martini non se ne accorse; ella pregava fervidamente. A un certo punto, la fanciulla si levò:
– Io vado – disse, pur restando ferma, guardando la vôlta della chiesa.
– Non avete il velo? – chiese Stella Martini.
– No, vado così. Sto poco.
E con passo leggerissimo si allontanò verso l’alto della chiesa, sparendo in un confessionale, dalla parte opposta dove stava Stella Martini. Costei la seguì con lo sguardo; poi, pazientemente, abbassò il capo e si mise a recitare fra sè il rosario. Nel confessionale, il buon prete dei Verginisti, dal viso rotondo e roseo che avea conservato qualche cosa d’infantile nella vecchiaia, e dalla corona di capelli candidi, faceva le domande di rito, dolcemente, non meravigliandosi del tremore della voce che gli rispondeva, conoscendo bene il carattere della sua penitente, cercando di ricondurla ad una contemplazione pacifica dell’esistenza.
Ma Anna Acquaviva quel giorno rispondeva assai confusamente; spesso non intendeva il senso delle semplici parole, che il prete le rivolgeva; spesso un silenzio era la risposta, mentre un respiro affannava, dietro la grata; e infine quando il confessore le ebbe chiesto, con una certa ansietà: