– Ma che cosa avete dunque?
– Padre, sono in grave pericolo – rispose una voce sorda.
Invano egli, scosso, cercò di sapere: ella esitava a dare spiegazioni: udiva le esortazioni alla quiete, alla sincerità, senza mormorare altro che questo:
– Padre, mi minaccia una disgrazia.
Allora egli si fece severo, l’ammonì che era un peccato molto brutto venire lì a burlarsi della fede, quando non si voleva neppure chiederne gli ausilii nella sventura: che il Signore aborriva specialmente i sacrileghi che mescolano il sacro col profano, e che tengono tanto al peccato, nel momento istesso del pentimento. E le dichiarò che non poteva assolverla; ma capì che quell’animo fiero e impetuoso si era ormai chiuso alle letificanti dolcezze della religione.
– Tornerò – disse lei, levandosi risolutamente.
Per tornare da Stella Martini ella doveva ripassare innanzi al confessionale e il padre Verginista si piegò a vederne il viso e l’andatura: un dolore mistico gli restava nel cuore, per quell’anima smarrita. Ma ella non ripassò, ed egli pensò che la povera creatura se ne fosse andata via da un’altra parte. Infatti Anna Acquaviva, invece d’avviarsi verso Stella Martini, fece due passi indietro ed entrata in una cappella, sparve dalla porta della chiesa, che dà sul chiostro di Santa Chiara: la damigella, senza levar gli occhi, seguitava a pregare fervorosamente, aspettando che la confessione finisse. Anna scese assai tranquillamente gli scalini, attraversò il chiostro senza affrettarsi, senza voltarsi indietro, e uscita nella via di Santa Chiara, salì in una carrozzella da nolo, facendone sollevare il mantice, e dicendo al cocchiere di andare alla stazione. Aveva compiuto tutto ciò con molta calma, ma quando fu in fondo a quella nicchia oscura, trabalzata sul selciato di Trinità Maggiore, sola, libera, fuggita infine, si arrovesciò indietro, comprimendosi un fazzoletto sulle labbra per soffocare le folli grida di gioia e di angoscia insieme, che ne irrompevano.
Andava, andava, come in un sogno, scuotendosi ogni tanto all’idea bella e atroce che era proprio lei, Anna Acquaviva, che aveva abbandonato per sempre la sua casa e la sua famiglia, portando delle migliaia di lire nella borsetta infilata al polso, per gittarsi nelle braccia di Giustino Morelli: e nessun sentimento di paura la teneva più: ormai tutto era finito, non l’avrebbero più ripresa, era via, era via, nell’ignoto, essere sconosciuto e disperso nella sconosciuta folla. E in quel sonnambulismo di chi compie una grande azione decisiva ella era precisa e rigida nei movimenti, simile ad un automa. Alla stazione pagò il cocchiere, e macchinalmente chiese al bigliettinaio un biglietto per Pompei.
– Col ritorno? – domandò costui, naturalmente. Da Pompei si ritorna sempre nella giornata.
– No – ella rispose, sussultando simile a una sonnambula che si svegli.
Egli pensò che fosse un’inglese appassionata di antichità. Ella mise il biglietto nell’apertura del guanto, e senza sbagliare, come un congegno di orologeria perfettamente montato, si avviò alla sala di prima classe. Si guardò attorno con indifferenza, come se non fosso neppure possibile che Cesare Dias la raggiungesse in quella sala, o che qualche persona di sua conoscenza si meravigliasse d’incontrarla sola, colà: niente, niente, era immobile, senza più un sentimento, col bisogno di andare innanzi, niente altro. Non si sorprendeva neppure di esser sola, per la prima volta: e le pareva che da anni e anni viaggiasse così, anzi, che sempre nella sua vita non avesse fatto altro: e che Laura Acquaviva, Cesare Dias e Stella Martini fossero pallide ombre di un passato, anteriore anche all’esistenza, gente vista altrove. Ella andava ripetendo fra sè, macchinalmente, come il bimbo che non deve dimenticare una parola:
– Pompei, Pompei, Pompei.
Ma salendo nello scompartimento di prima classe, vuoto, dette indietro sullo scalino: pareva che una forza l’avesse respinta. Qual mano misteriosa, dunque, le impediva di andare? Tremò, quasi desta dal sogno: e dovette fare uno sforzo per salire nel vagone, vincendo quell’ostacolo misterioso che le dava un brivido di paura, anche perchè ne sentiva l’impressione, senza distinguerne l’aspetto. E da quel minuto in cui la segreta voce del destino le era confusamente risuonata nella coscienza, ella visse in quel dormiveglia morale di chi attraversa una grave crisi: dormiveglia che ora la cullava in carezzose visioni di felicità, innanzi al ridente spettacolo della azzurra costiera napoletana, dove il freddo invernale si mitigava in un tiepido scirocco: e che ora si dileguava facendole fare un sussulto innanzi a un’oscura ma opprimente realtà. Filava, filava il treno mattinale fra la campagna e il mare, quasi rasentando le chete onde, passando attraverso le case bianche di Portici, attraverso le case rossastre di Torre del Greco, attraverso le case bianche, rosse e bige della popolosa Torre Annunziata, scivolando con poco rumore sulle rotaie bagnate dalla rugiada sciroccale: e Anna, stretta nel suo paltoncino, con la veletta abbassata sugli occhi, raccolta in un cantuccio, dietro il cristallo dello sportello, passava da una grande, confusa e dolcissima apparizione fiorita, di stelle, di carezze, di baci, a un freddo terrore di un pericolo imminente, che la faceva rincantucciare, più timida di una fanciulletta che si sia smarrita nella strada. Oh sì, nell’orizzonte chiarissimo ondeggiava il fantasma di un avvenire tutto amore, tutto passione, tutto tenerezza: un fantasma fiammeggiante di tutte le voluttà dell’anima e delle fibre; ma quando ella si scuoteva dalla contemplazione più estatica della grande luce, dentro sè udiva le implacabili parole della coscienza che mai non tace, in tutte le anime, pure ed impure, corrotte ed incorrotte, la voce profonda che è la verità istessa:
– Non andare, non andare; se vai, sei perduta.
E questo presentimento, in un’ora di viaggio, crebbe talmente, che quando il treno, oltrepassata Torre Annunziata, si mise per la bruciata e brunastra campagna che è quella vesuviana e che precede la gran rovina di Pompei, ella ne ebbe l’incubo, e la disperazione le fece torcere le mani intorno al manico della sua borsetta da viaggio. Erano sparite le verdi vigne e le ville che ridono fra i pampini: era sparito il mare lucidamente azzurro, dove le vele bianche parevano ali di bianchi uccelli fermi sulla cima delle acque marine: e si andava in un gran paesaggio desolato, dove pareva s’avanzasse minaccioso il vulcano, col suo eterno fuoco, col suo fumo che mai non cessa: ed erano anche spariti, per sempre, i fantasmi della felicità. Anna viaggiava sola, in una landa sterile, dove il fuoco era passato, distruggendo la vegetazione, distruggendo le case e gli uomini e i loro piaceri e i loro amori, che pareva non dovessero finire mai. E dentro a lei la voce diceva:
– Così è la passione: tutto distrugge ed ella stessa muore.
Tanto che pensò aver fatto una scelta malaugurata, andando a Pompei, la città dell’amore, distratta dal fuoco, perenne soggetto di ammirazione e di malinconia a chi la visita, avesse costui il cuore arido come la pomice. E fu assai smorta figura di fanciulla quella che scese dal vagone di prima classe: e incertamente, in preda alle dubbiezze desolanti di chi si sente lentamente cadere in un precipizio, ella si mise dietro a una famiglia di tedeschi, anch’essa discesa innanzi alla minuscola stazione, insieme con due preti inglesi.
Andava dietro, così, senza intendere più quello che succedeva intorno, fissando un occhio distratto sulle siepi polverose che chiudono lo stesso sentiero che conduce a Pompei; sui campicelli di quel bizzarro fiore che pare un fiocco di seta, sui campicelli che vanno dalla stazione all’albergo Diomede. Nè la comitiva, tedesca, nè i due preti guardavano quella solitaria viaggiatrice dal volto bruno e pallidissimo, dai grandi occhi bigio-neri che vagavano senz’interesse intorno, avendo quegli occhi lo sguardo interiore delle persone assorbite in una passione. Solo, quando tutti furono entrati nella sala terrena dell’albergo, così triste, così pieno di tristi mosche ronzanti, ella restò in un angolo, presso una finestra, guardando il sentiero che aveva percorso, come se attendesse qualcuno, come se volesse tornare indietro. E invero Anna, più che mai, si era messa a desiderare profondamente la presenza di Giustino, pensando che solo al vederlo apparire, solo all’udire la sua cara, tenera voce, tutte le dubbiezze sarebbero fuggite.
– Io lo adoro, lo adoro – pensava fra sè, assorta nell’idea della passione, cercando in essa il coraggio contro la sua coscienza. Si accorse di essere restata sola, in piedi: e un cameriere, sotto l’arco di una porta, osservava con indifferenza quella signora taciturna e immota, abituato alle stranezze dei forestieri. Ma ella capì che doveva andare, e attraversando, così, macchinalmente, un cortiletto oscuro, si mise per una scaletta che sale al primo piano dell’albergo e che, al secondo piano, spunta dirimpetto all’entrata di Pompei. Niente ella aveva udito: nè le offerte di qualche ristoro nella sala dell’albergo, nè quelle del venditore di coralli, lave e Guide di Pompei che ha una bottega colà, nè quelle di un bambino, sulla strada, che le offriva dei fiori di bambagia serica, in francese. Ella andava automaticamente, il suo cuore era preso da un solo, da un unico desiderio: veder Giustino, ecco la sua forza, ecco la ragione della sua vita, solo lui, l’amore, niente più, niente più: Giustino, Giustino, Giustino! Guardò al suo piccolo orologio di fanciulla, l’unico gioiello che aveva portato via: quanto tempo, ancora, per le due! Dopo aver preso i danari del suo biglietto, una vecchia guardia degli scavi, un ometto curvo e lento, si era avviato innanzi a lei, per farle spiegazione delle ruine. Anna lo seguiva, anch’ella debole e lenta, quasi le fossero mancate tutte le forze fisiche, mentre dentro fremeva la passione. E insieme, il vecchio povero uomo che faceva il suo mestiere, malgrado l’età e la stanchezza, e la giovinetta che si reggeva a stento, in un grande abbandono delle fibre, si misero per la bellissima, la dolcissima fra tutte le rovine dell’antichità, per la città sacra all’amore e al piacere, che pare ancora traspiri dalle pietre delle sue vie, dalle pareti rossastre dei suoi triclinii, dalla frescura taciturna delle sue terme, l’amore e il piacere. Lentamente, fra il tepore della mattinata sciroccale, essi andavano per gli alti marciapiedi, penetrando poi nei templi, attraversando le strette vie della Speranza, della Fortuna, dove così profondi solchi han lasciato nelle pietre i carri, entrando in tutte le case, uscendone, visitando le piazze, i mercati, le botteghe: il vecchio avanti, borbottando le sue spiegazioni, la giovinetta dietro, guardando ogni cosa con quelle occhiate vaghe, che pare abbiano una nebbia innanzi a sè. Due volte, la guardia disse:
– Adesso, visiteremo la via dei Sepolcri, e la villa di Diomede.
– Dopo – ella rispose due volte.
Due o tre volte ella si lasciò cadere sopra una pietra, stanca, e il povero vecchio si sedette un po’ distante, abbassando il capo sul petto, addormentandosi. Anch’ella si lasciava prendere dalla prostrazione, avendo esaurito nell’atto dell’audace fuga dalla chiesa, nel viaggio, prima in carrozza e poi in treno, tutto quello che vi era in lei d’impetuoso, di tumultuario. Adesso si sentiva troppo sola, abbandonata, povera persona che portava, attraverso la città morta, tutta l’oppressione della solitudine, della stanchezza, e quando, dopo una lunga pausa di riposo, ella si levava di nuovo, un sospiro le usciva dal petto. Pure, riprendeva il suo cammino, dovendo far passare il tempo, volendo divorare le ore che dividevano venti minuti di cammino da Pompei: il vecchietto e lei camminavano per la via stretta fra i campi, senza parlare, sollevando appena un po’ di polverio col loro passo. Tornò indietro, pian piano, avendo pregato il guardiano di tacere, presa ormai da un abbattimento mortale. E quando finalmente il vecchio le disse, per la terza volta:
– Adesso visiteremo la via dei Sepolcri e la villa di Diomede.
Ella rispose, fievolmente:
– Andiamo.
Le ore, lente, erano trascorse: ne mancava una sola all’arrivo di Giustino: con l’orologetto in mano, mentre la guardia le spiegava le magnificenze della villa Diomede, ella disse, fra sè:
– Adesso Giustino parte da Napoli.
Impaziente, non potendo più sopportare la voce, la presenza del vecchio, non sapendosi più dominare, lo licenziò: esitante, egli non voleva andarsene, le disse che non era permesso nè di disegnare, nè, specialmente, di asportare nulla. Ma lo diceva con timidità, umile, sapendo bene che era inutile far queste raccomandazioni alla pallida fanciulla dagli occhi sognanti; e andandosene, pian piano, si voltò indietro più volte, a vedere che faceva. Ella sedeva sopra una pietra, di fronte alla tomba della dolcissima liberta Nevoleia Tyche, aspettando: aveva le mani in grembo, la testa china; non la levò neppure quando passarono gli inglesi accompagnati da un guardiano. Quest’ultima ora le parve una immensa discesa, interminabile, in una grande ombra, dove il senso di tutte le cose si smarriva; il nome di Giustino, ripetuto continuamente, le serviva per sottile linea di luce. Non udiva, non vedeva più nulla intorno a sè; ogni nozione, di ogni cosa, era sparita. A un tratto innanzi alle palpebre abbassate, fra lei e la bigia tomba della libertà, si mise un’ombra. Era giunta senza far rumore; e giunta non aveva profferita parola. Ella levò il capo, e vide innanzi a sè Giustino, che la guardava con una infinita e disperata tenerezza. Anna, incapace di dir nulla, gli stese la mano e si levò; sorrideva così luminosamente che tutto il suo volto dalla bella fronte, dagli occhi scintillanti, dalle vivide guance dove era affluito il sangue, dalle rosse labbra, parea rifulgesse. Così seducente, nella ebbrezza dell’amore felice, Giustino non aveva vista mai la fanciulla, e una lieve contrazione attraversò il suo volto di buon giovane onesto. Estatica, essendo morti tutti i suoi dubbi, essendo ella risorta alla gloria del suo amore, Anna non si accorgeva della emozione dolorosa di Giustino: